Internationale Bachakademie Stuttgart – Abonnementkonzert 1

Dopo la Musikfest, la Bachakademie Stuttgart ha iniziato il ciclo annuale dei concerto in abbonamento alla Liederhalle con il Messiah, vertice assoluto della produzione oratoriale di Händel oltre che uno dei capolavori più amati della letteratura musicale di tutti i tempi. A partire dalla prima esecuzione nel 1742 a Dublino, l’ oratorio composto dal musicista di Halle su un testo di Charles Jennens basato su citazioni bibliche e del Common Book of Prayer for The Church of England ha conosciuto una diffusione pressochè universale ed è un pezzo di repertorio obbligato per i complessi corali di tutto il mondo. I complessi della Bachakademie lo hanno eseguito decine di volte sia negli Akademische Konzerte che in tournée e Hans-Cristoph Rademann lo aveva già eseguito quattro anni fa nella sua seconda stagione come direttore artistico.

Quando si affronta un lavoro con una storia esecutiva imponente come quella del Messiah, la cosa più difficile è trovare una chiave di lettura che porti a scoprire nuove prospettive di interpretazione. Affrontando per la seconda volta a Stuttgart l’ oratorio händeliano, Hans-Christoph Rademann in questo concerto ha ulteriormente perfezionato i caratteri generali della sua interpretazione che avevamo ascoltato nel novembre del 2014. La sua lettura, pur nel solco della tradizione esecutiva tipica dei complessi della Bachakademie, è stata sicuramente ricca di personalità e originale nella concezione d’ insieme, con molti dettagli in più rispetto all’ esecuzione precedente. Il direttore sassone, che ha scelto l’ organico strumentale più o meno corrispondente a quello della prima esecuzione, con la sezione fiati composta solo da due oboi, due fagotti e due trombe obbligate, affronta il capolavoro del compositore di Halle differenziando in modo molto marcato l’ atmosfera delle tre parti dell’ oratorio. Dopo un’ Ouverture molto serrata nei tempi, la prima parte era basata principalmente su sonorità leggere e luminose, con una grande trasparenza nei brani corali eseguiti dalla Gaechinger Cantorey con un suono morbido nell’ impasto e una grande chiarezza di articolazione della frase, perfetta fino ai minimi dettagli. Magnifico, in particolare, il celebre “For unto us a Child is born”, per il tono festoso e la preziosità sonora di certi passaggi. Molto bello anche il tono tenero e cullante con cui Rademann ha reso la melodia della Pastorale, seguita da un “Rejoice” molto ben cantato dal soprano statunitense Robin Johanssen, già presente nel concerto del 2014 e che possiede una voce di bel timbro chiaro, tecnicamente ben impostata e con una buona padronanza della coloratura. Nella seconda parte, il tono si faceva più drammatico, con fraseggi corali e strumentali basati su grandi contrasti di sonorità, ad esempio nei cori di apertura “Behold the Lamb of God” e “Surely, He hath borne”. Il progressivo accumularsi della tensione esecutiva creato da Rademann culminava anche questa volta in un “Hallelujah” attaccato con sonorità attutite e splendidamente sviluppato in un crescendo di sonorità fino a una conclusione imponente e grandiosa. Ovviamente, Rademann può realizzare in maniera più compiuta le sue idee interpretative da quando dispone dei nuovi complessi strumentali e corali della Gaechinger Cantorey, riorganizzati per lo stile esecutivo storicamente informato. Quelle che nella lettura del 2014 erano splendide intuizioni possono adesso essere precisate e sviluppate in maniera molto più compiuta e coerente dal punto di vista stilistico, come si è potuto ascoltare in questa serata.

Foto ©Holger Schneider

Nella terza parte, leggermente accorciata come la seconda tramite alcuni tagli, le tinte strumentali e corali erano impostate su un tono espressivo solenne e di grandiosa imponenza. Robin Johanssen ha cantato assai bene anche la celebre aria “I know that my Redemeer liveth”, sfoggiando un fraseggio molto notevole per concentrazione e intensità, impreziosito da alcuni pianissimi assai ben calibrati. Markus Eiche, il basso-baritono originario di St. Georgen nella Schwarzwald che io avevo ascoltato poco tempo fa come splendido Beckmesser nei Meistersinger alla Bayerische Staatsoper, possiede una notevole classe di interprete nel repertorio barocco che il pubblico di Stuttgart ha potuto apprezzare in passato durante numerosi concerti della Bachakademie ai tempi di Helmuth Rilling. Soprattutto in “The trumpet shall sound” la sua esecuzione è stata altamente autorevole, con un fraseggio eccellente per solennità e imponenza. Anche il tenore irlandese Robin Tritschler si è disimpegnato in maniera onorevole sia nell’ aria di apertura della prima parte, “Every valley shall be exalted” che nella difficile “But Thou didst not leave” nella seconda, mettendo in mostra una voce abbastanza sonora e timbrata. Il giovane mezzosoprano sassone Henriette Marie Reinhold, che sta ancora perfezionandosi alla Musikhochschule di Lepzig, la sua città natale, ma già collabora con molti complessi barocchi di fama, ha cantato molto bene soprattutto nella stupenda aria “O thou that tellest good tidings to Zion” della prima parte, con una voce di bel timbro e fraseggi di notevole espressività. A coronamento della sua eccellente interpretazione del massimo capolavoro händeliano, Rademann ha siglato l’ esecuzione con il magnifico esito del coro “Worthy is the Lamb”, le cui complesse strutture contrappuntistiche sono state evidenziate con lucida precisione analitica e un vero e proprio lavoro di cesello sull’ articolazione della parola. Una bellissima conclusione per una lettura originale e carica di espressività, seguita dal pubblico della Liederhalle con attenzione concentrata e premiata alla fine da lunghi e intensi applausi. Alla fine, Rademann ha invitato il pubblico a cantare il bis del celebre “Hallelujah” insieme ai complessi della Gaechinger Cantorey, seguendo lo spartito del brano che era stato distribuito agli spettatori durante la pausa. Una conclusione di grande intensità emotiva per una serata di grande musica.

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