Intervista a Irina Lungu

Foto ©Living Italy

Non ho ancora incontrato personalmente Irina Lungu, ma da anni io e lei intratteniamo lunghe conversazioni tramite i social. Alla fine mi sono deciso a domandarle un’ intervista. Ne è venuto fuori un dialogo telefonico durato circa due ore, durante la quale abbiamo parlato di tantissime cose. Irina, che parla un italiano elegante e scorrevole, si racconta con una spontaneità e una semplicità davvero incantevoli e io spero di essere riuscito a riprodurre abbastanza fedelmente il tono delle sue risposte nella trascrizione del nostro colloquio.

  •  Quando si intervista una cantante, di solito si usa iniziare chiedendo quando ha deciso di diventare artista lirica. Io con te vorrei porre la domanda in maniera diversa. So che tu hai iniziato a studiare musica fin da piccola: qual è stato il momento in cui ti sei resa conto che ti sarebbe piaciuto fare musica con la voce e non con uno strumento?

Ho iniziato a studiare musica quando avevo sei anni. Mia madre è una maestra di pianoforte e quindi era abbastanza naturale che anch’ io imparassi a suonare uno strumento. Lei però non ha voluto insegnarmi e mi ha mandato da altri maestri. Per due anni ho provato anche il violino, che però non mi piaceva molto; poi ho proseguito con lo studio del pianoforte. All’ età di quattordici anni sono entrata al Collegio Musicale e al piano ho affiancato la direzione di coro. Imparare a gestire i cori e la vocalità mi ha portato a cantare nel coro da camera del mio liceo, con il quale ho fatto il mio primo viaggio all’ estero, in una piccola città vicino a Brema. Poi sono entrata a far parte di altri cori e ho cominciato a cantare i primi assoli, cosa che mi faceva molto piacere. Finito il liceo, durante il quale avevo anche avuto esperienze di insegnamento, non avevo comunque ancora l’ intenzione di diventare una cantante e ho fatto domanda di ammissione al Conservatorio di Stato di Voronež per studiare direzione di coro.

  • Quindi, a quell’ età non avevi ancora interesse per la lirica?

Più che altro, non ne sapevo quasi nulla. Io sono cresciuta in una città molto piccola, che non aveva neppure un teatro d’ opera. Anche i dischi erano una cosa che noi non potevamo permetterci in quel periodo, nel quale in Russia c’ era una crisi economica gravissima. Comunque, il giorno in cui dovevo fare la domanda di ammissione al Conservatorio, ho incontrato nel corridoio della scuola una persona. Era un uomo alto, imponente, dall’ aspetto molto serio che mi ha subito colpito. Mi hanno detto che era il professor Mikhail Podkopaev, direttore della Facoltà di Canto al Conservatorio. Sono rimasta così impressionata dalla sua figura che, visto che i posti a disposizione nella classe di direzione corale erano pochi, ho deciso di fare domanda per la sua scuola. Il professor Podkopaev mi ha ascoltato e ha detto che non era il caso di continuare. Io però mi sono ripresentata ogni giorno da lui per una settimana fin quando lui si è deciso a lasciarmi provare l’ esame. Non conoscevo neanche un’ aria d’ opera, me ne serviva una breve da imparare in poco tempo e in un antologia di brani italiani ho scelto “Tutte le feste al tempio” dal Rigoletto, naturalmente tradotta in russo. Fui ammessa e il professore mi diede una serie di arie da camera da studiare durante l’ estate. Ricordo ancora la prima lezione: ho cantato quello che avevo studiato e lui alla fine mi ha detto: “Va bene, adesso ripetile ma in voce!”. Era una frase che non avevo mai sentito: cosa significava in voce quando io credevo di avere cantato più forte che potevo? Poi il concetto mi è diventato chiaro nel corso degli studi.

  • Il tuo approccio all’ opera è stato perciò abbastanza casuale.

Direi che non sono stata io a cercare il canto, ma è il canto che ha trovato me. Io comunque mi sono appassionata subito, anche perché il professor Podkopaev mi ha insegnato davvero tutto: come gestire non solo la respirazione ma anche la mia giornata, le abitudini. Sono cose fondamentali, perché la nostra è una professione molto impegnativa dal punto di vista fisico. Senza di lui, anche se dopo ho studiato anche con altri maestri, non sarei mai diventata una cantante lirica e anche adesso, quando ho tempo, torno sempre da lui per studiare nella vecchia aula della nostra scuola a Voronež. Lui mi ha insegnato la tecnica, ma soprattutto ha saputo fare la cosa più importante: accendere in me la passione per il canto e l’ opera lirica.

  •  Quando hai cominciato a studiare canto, avevi un modello tra i grandi artisti del passato?

Sicuramente due: Renata Scotto e Montserrat Caballé. Da Podkopaev, che cercava e studiava i dischi dei grandi cantanti, ho avuto la registrazione su cassetta di alcuni loro LP e mi sono innamorata in particolare di “Ah non credea mirarti” cantata dalla Scotto e dell’ aria “Ah, dagli scanni eterei” dall’ Aroldo cantata dalla Caballè. All’ esame del secondo anno ho portato l’ aria di Amina. Il professore alla fine mi ha tolto la cassetta e mi ha detto: “Adesso ristudiala. Io non voglio sentire la Scotto, voglio ascoltare te!”. Ho fatto come diceva lui e alla fine con quest`aria ho vinto il mio primo concorso di canto, a Mosca.

  •  Qual è il tuo metodo di studio? Come scegli i ruoli da affrontare e come ti poni nell’ approccio a una nuova parte?

Io ho il mio sistema, che non funziona però per tutte le parti. A volte scatta l’ amore a prima vista per un ruolo, ad altri ci sono dovuta arrivare col ragionamento. Dipende anche dalle circostanze: per esempio, fin da quando ho iniziato la carriera io volevo cantare Lucia ma ho dovuto aspettare dodici anni per avere una proposta di scrittura. Comunque, alcune parti le cerco io, per altre arriva la proposta e valuto. In questo caso apro lo spartito, guardo la tessitura, mi informo su quali altre grandi cantanti hanno cantato la parte e a che età. Una volta che ho deciso, leggo la musica a fondo. Poi viene lo studio approfondito con Giulio Zappa, che è il mio pianista di fiducia da anni. Se ho avuto qualche dubbio dal punto di vista tecnico, mi è capitato di farmi consigliare da Lella Cuberli e Bianca Maria Casoni, due artiste che sono delle vere autorità sotto questo punto di vista.

  •  Ascolti anche registrazioni durante lo studio? Molti tuoi colleghi dicono che è una abitudine pericolosa.

Io ascolto assolutamente tutto quello che trovo. Gli ascolti mi ispirano nel cercare le sfumature, perché io non ascolto per copiare ma per imparare. Poi leggo anche molto sulle fonti letterarie del libretto, sulla storia del periodo in cui la vicenda si svolge. Insomma, cerco di farmi un’ idea il più completa possibile del personaggio. Poi queste idee si devono confrontare con quelle del regista e del direttore d’ orchestra durante le prove, ma questa è un’ altra storia.

Anna Bolena al Teatro Filarmonico di Verona, 2018. Foto ©Ennevi / Fondazione Arena di Verona

 

  •  Io non ti ho ancora visto dal vivo in teatro, ma dai video sembri un’ attrice molto elegante ed espressiva, anche per la tua bella presenza. Come riesci a conciliare l’ intensità nel rendere i sentimenti drammatici con le esigenze del controllo vocale?

Dipende dal repertorio che sto cantando. In alcuni ruoli il controllo vocale predomina sulle esigenze sceniche. Per esempio, nei ruoli belcantistici una frase ben cantata è già di per se stessa teatro. In Puccini invece bisogna lasciarsi andare emotivamente. Anche in Verdi io sento l’ esigenza di dare più carica passionale. In poche parole, mi affido alla mia sensibilità artistica per dosare i due aspetti a seconda del carattere della parte. Le due cose comunque non sono in conflitto.

  •  Quali sono i direttori, i registi e i colleghi che ricordi con maggior piacere, tra quelli con cui hai lavorato?

Tra i registi, ho lavorato con grande piacere agli inizi della mia carriera con Pierluigi Pizzi e Franco Zeffirelli, dai quali ho imparato molto. Poi Robert Carsen è stato uno tra i grandi miei amori artistici. Mi sono trovata molto bene anche con Stefano Poda. Tra i direttori, ricordo la profonda impressione che mi ha dato Riccardo Muti nel Moise et Pharaon con cui ho debuttato alla Scala, per il suo approccio fatto di rigore e profonda preparazione. Gianandrea Noseda è forse il direttore con cui ho lavorato più di tutti, sempre con grande soddisfazione. Stéphane Denève, un direttore che tu conosci molto bene e che io trovo straordinario, mi ha acceso l’ amore per l’ opera francese. Poi c’ è Renato Palumbo, un maestro che io adoro per il suo grande amore nei confronti di Verdi e del canto. Con lui ho sempre avuto un dialogo musicale bellissimo. Tra i colleghi, Francesco Demuro è il tenore con cui ho cantato di più: abbiamo fatto dieci titoli insieme. Mi trovo benissimo con Ismael Jordi, il tenore con cui adesso sto facendo Faust a Madrid. Con lui canterei sempre, mi ispira averlo a fianco. Ho cantato anche con alcuni grandi nomi storici come Leo Nucci e soprattutto Mariella Devia, con la quale sono stata nel secondo cast in un paio di produzioni. Da lei ho imparato molto sulla gestione e approfondimento tecnico della parte.

  •  Che differenze noti, dal tuo punto di vista, fra il pubblico italiano e quello dei teatri esteri dove lavori?

La differenza per me è una sola: il repertorio. In Italia, c’ è più sensibilità per la musica italiana e ogni pubblico ne ha una particolare per il repertorio che gli è maggiormente vicino. Dal mio punto di vista e per mia percezione, non trovo una grande differenza. Io sono sempre io e davanti al pubblico ho sempre lo stesso atteggiamento.

  •  E adesso, veniamo a una domanda scomoda. Che ruolo rivestono le agenzie nel mondo dell’ opera e negli sviluppi della carriera di un cantante?

È un classico del cantante, lamentarsi del suo agente (risata di tutti e due). Oh, guarda che la mia è solo una battuta! Io da dieci anni mi sono stabilizzata con Ariosi. Alla fine, sono convinta che per la carriera l’ agente conti solo fino a un certo punto

  •  Sei soddisfatta di quanto hai fatto sulle scene finora? Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Parlando in generale, si è sempre soddisfatti e non lo si è mai. Posso essere soddisfatta di una difficoltà tecnica che sono riuscita a risolvere, di una sfumatura musicale o scenica che sono riuscita a far notare al pubblico. Il canto è comunque una continua sfida per migliorarsi. Non posso mai sentirmi completamente soddisfatta di quello che faccio, il giorno in cui lo fossi dovrei cambiare mestiere.

  •  Io ti ho ascoltato, alla radio e in tv, in diversi ruoli. Dal mio punto di vista, ho sempre notato una particolare intensità nelle tue interpretazioni di Violetta, Gilda e Lucia. Secondo la tua opinione, quali sono i ruoli che ti vengono meglio fra quelli del tuo repertorio?

Amo tutti i ruoli che ho fatto, se no non li avrei accettati. Forse amo di più il ruolo che sto facendo in questo momento, perché sono un tipo che si immedesima e lavora, per così dire, a immersione. Violetta comunque è stata importante per la mia affermazione, non lo nego. Gilda l’ ho cantata abbastanza, Lucia ha dato una svolta alla mia carriera perché quando finalmente ho avuto una proposta per interpretare il ruolo ho rifiutato o messo da parte ruoli più drammatici per prepararlo al meglio. Ecco, quando ho cantato finalmente Lucia mi sono sentita un soprano a tutti gli effetti. Poi amo tantissimo il repertorio francese: Micaela, Manon, Juliette e Marguerite mi hanno dato grandi soddisfazioni.

Irina Lungu nel ruolo di Violetta alla Scala. Foto ©Marco Brescia/Rudy Amisano

 

  •  Hai mai fatto scelte di cui dopo ti sei pentita, nello scegliere una parte o una produzione?

No, io non mi pento quasi mai. Ci sono parti che ho provato e lasciato, come Luisa Miller e altre. Non che fossero sbagliate per la mia voce, ma in quei casi non è scattata la sintonia. Forse in questo momento mi sto distanziando dal ruolo di Gilda. È una parte che ho sempre cantato volentieri, che mi ha dato grandi soddisfazioni anche se quando l’ ho studiata non era scattato l’ innamoramento a prima vista, ma nell’ immaginario del pubblico è sempre affidata a una giovane. E io sto diventando vecchia (risata).

  •  Oggi siamo di fronte a una carenza di cantanti validi a un certo livello. Secondo te, questo è dovuto a problemi nella didattica del canto o ci sono anche altri motivi?

Qui non sono del tutto d’ accordo con te. Se veramente esiste una crisi, i motivi sono dovuti al cambio di approccio nei confronti dello spettacolo. Mi spiego meglio: la gestione delle produzioni, delle stagioni, un certo tipo di mercato che impone una preparazione più veloce e poco approfondita. Oggi non esistono quasi più i direttori all’ antica come Serafin, che preparavano personalmente le parti con i cantanti. Denève ha fatto così con me per il mio debutto come Marguerite alla Scala, abbiamo provato il ruolo al pianoforte per un mese prima di andare in orchestra, ma questo è molto difficile da poter fare oggi. Non ci sono i tempi, anche per tutto il lavoro con le prove di scena a cui siamo obbligati.

  •  Se tu fossi il direttore artistico di un teatro, quale sarebbe il tuo cartellone ideale?

Una stagione il più possibile varia, direi. Verdi, il belcanto, Puccini, Wagner: un cartellone che possa venire incontro a tutti i gusti. Ci metterei sicuramente un’ opera di Janacek, che io adoro. Ma anche La Fidanzata dello Zar di Rimsky-Korsakov, un’ opera per me bellissima, molto rappresentativa dell’ animo russo e ingiustamente poco rappresentata nell’ Europa occidentale.

  •  Che atteggiamento hai nei confronti della critica musicale?

Le critiche io le leggo e lo ammetto, non faccio come certi miei colleghi che dicono di non guardarle mai e poi le leggono di nascosto. Ma dimmi, esiste ancora la critica musicale? Oggi, con tutti i siti web che nascono in continuazione, i teatri concedono accrediti a gente che non ha la preparazione per giudicare. Io dopo due frasi sono in grado di capire se una critica mi interessa o no. Ognuno è libero di scrivere quello che vuole, ma per prendere sul serio un articolo io pretenderei che il giornalista dimostri nei suoi scritti di possedere una sufficiente competenza musicale. Non ho assolutamente nulla contro la categoria, ma qui accade troppo spesso che i dilettanti si mettano a giudicare i professionisti!

  •  E adesso, mettiamo da parte per un attimo la cantante e parliamo di Irina come donna. A un certo punto della tua vita, hai deciso di stabilirti definitivamente a Milano. Hai avuto dei problemi a vivere in un paese che non è il tuo?

No, non direi. Abito a Milano da circa quindici anni, sento sempre profondamente la mia identità russa ma lo spirito italiano l’ ho percepito subito affine al mio. La lingua l’ ho imparata molto velocemente. Forse il mio temperamento mi ha fatto sentire immediatamente molto vicino all’ Italia. Però sento il bisogno di tornare regolarmente in Russia, è sempre una cosa che mi rigenera dal punto di vista emotivo.

Foto ©Roman Demyanenko

 

  •  Lo so che non ti piacciono i luoghi comuni sulle donne dell’ Est, ma pensi che la forza di carattere tipica di voi est-europee ti abbia aiutata?

Ecco, appunto: lo sai che non mi piacciono e allora perché non la pianti? (lunga risata) Seriamente, è vero che per me si tratta di luoghi comuni. Ci sono tante donne dell’ Est che sono prive di carattere. Il fatto è che quelle che arrivano all’ Ovest sono in genere molto più forti. Devi pensare che noi negli anni Novanta abbiamo vissuto un periodo storico e sociale estremamente drammatico e siamo stati educati a cavarcela di fronte alle difficoltà. Ecco, in questo senso abbiamo un carattere forte.

  •  Tu hai un figlio e so che sei una madre molto premurosa. Come si fa a conciliare gli impegni di una professione come la tua con la vita familiare?

(sospira) Non si può fare. In effetti, quello che dedichi alla carriera lo togli alla famiglia. Io per me ho cercato sempre di non vedere le due cose in concorrenza, Andrea per me è sempre stato un complice. È un bambino molto indipendente, abituato a gestirsi da solo in molte cose. Noi cerchiamo di trasformare in opportunità la mancanza di tempo per stare insieme. Certo, adesso che lui va a scuola e non posso più portarlo con me è diventata più dura. A volte ci scappa qualche lacrima quando ci sentiamo al telefono o su Skype. È difficile…..

  •  Cosa diresti se tuo figlio volesse diventare un musicista?

Non saprei, non lo voglio forzare. Per adesso la musica non gli interessa tanto, lui fa molto sport ed è contento cosí. Il giorno in cui cominciasse a mostrare qualche interesse, sicuramente lo asseconderei.

  •  Dai nostri colloqui online, mi sei sempre sembrata una donna colta e interessata a tutte le forme di arte. Cosa ti piace leggere? Quali sono gli artisti che preferisci nella pittura? Ti piace il teatro di prosa?

Partiamo dal teatro. A me piace la prosa, sai che in Russia abbiamo una grande tradizione in questo senso, ma ultimamente non la frequento molto perché mi manca il tempo e forse anche una compagnia con cui condividere l’ interesse. Amo tantissimo l’ arte, tutta l’ arte e frequento ogni tipo di musei nelle città in cui mi trovo a cantare. Leggo tanto e ultimamente mi sono molto appassionata alla letteratura americana: adoro Scott Fitzgerald, Steinbeck, Hemingway. È un amore che ha avuto inizio probabilmente quando ho letto Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Di altri autori, ricorderai che ti ho parlato di Uno psicologo nei lager, un libro di Viktor Frankl il cui titolo originale tedesco è Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager. È un libro abbastanza corto, che si legge in un paio d’ ore ma che mi ha portato a pormi tutta una serie di domande. Sono rimasta molto presa dall’ approccio di questo magnifico scrittore e psicologo viennese alle problematiche da lui trattate.

  •  Tu sei una persona molto attenta alla realtà attuale. Come vedi la situazione mondiale di oggi e che riflessi ha, secondo te, sulla vita culturale?

Sí, è vero che la politica mi interessa ma preferisco non esprimere pubblicamente i miei punti di vista, perché penso che quando si manifesta un’ opinione, poi si è obbligati anche a difenderla e per fare questo ci vuole molto tempo, che io non ho. Purtroppo, per come la vedo io, la tendenza generale del mondo di oggi è quella di non unirsi ma dividersi. Questo lo vediamo un po’ ovunque e tu sai bene quanto mi dispiace. Noi artisti possiamo dare un contributo per impedire che ciò accada, in questo senso io mi sento impegnata.

  •  E adesso, per concludere, dimmi “cosa vuoi fare da grande”… pensi di restare nell’ ambiente, una volta che avrai concluso la carriera?

Sí, penso proprio di sì, è molto improbabile che io lasci l’ ambiente teatrale. Tu hai conosciuto personalmente diversi grandi artisti e sai bene che per noi la polvere del palcoscenico crea dipendenza come e più delle droghe. “Da grande” vorrei magari tentare alcuni ruoli che mi affascinano da sempre, come Adriana Lecouvreur o addirittura Salomé. Ma forse questi rimarranno sogni. Mi piacerebbe invece mettermi alla prova come regista. Non credo che mi metterò a insegnare canto, fino a questo momento questa cosa la sento estranea. Per insegnare non basta la preparazione tecnica, occorre distanziarsi dalle proprie sensazioni personali e avere la capacità di trasmettere le conoscenze all’ allievo. Io di questo, almeno finora, non credo di essere capace.

Si ringrazia Tim Weiler della OPR Communications di Berlino per la disponibilità nella fornitura del materiale fotografico

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