Bayerische Staatsoper – Die Meistersinger von Nürnberg

Foto ©Wilfried Hösl

Una gita a München per assistere a un’ opera di Wagner è uno tra i piaceri più raffinati che un melomane possa concedersi, anche in un periodo come questo durante il quale la capitale bavarese è abbastanza invivibile per l’ atmosfera caotica dovuta alla Oktoberfest. Nonostante questo, non ho voluto mancare alla ripresa della fortunata produzione di Die Meistersinger von Nürnberg presentata per la prima volta dalla Bayerische Staatsoper nel maggio del 2016. Il motivo che mi ha spinto a fare il viaggio era sicuramente quello di ascoltare per la prima volta dal vivo Kirill Petrenko, che finora conoscevo solo tramite dirette radiofoniche e video. Sotto questo aspetto, valeva davvero la pena di esserci: la direzione dello Chefdirigent della Bayerische Staatsoper in procinto di assumere la guida stabile dei Berliner Philharmoniker mi ha pienamente convinto sotto tutti gli aspetti. Petrenko depura i Meistersinger da tutta la retorica nazionalista con una lettura scorrevole, ricca di bellissime finezze orchestrali e oasi di squisita riflessione introspettiva come nel preludio al terzo atto e nei monologhi di Hans Sachs. La Bayerische Staatsorchester, che nelle opere di Wagner ha pochi eguali al mondo come competenza stilistica e immedesimazione espressiva, ha suonato in maniera stupenda realizzando come meglio non si sarebbe potuto desiderare tutto il raffinato lavoro sulla dinamica richiesto dal podio. Magnifica è stata anche la lucidità con cui Petrenko ha realizzato i complessi intrecci polifonici nei finali del primo e secondo atto. In sostanza, una direzione sagace e duttile oltre che ricca di senso del racconto e carica teatrale. Oltre a tutto questo, Petrenko sa accompagnare il canto con ottima flessibilità di respiro ed è capace di graduare il suono della sua orchestra senza mai sovrastare le voci. A completare i pregi di un’ interpretazione davvero notevolissima contribuiva anche la magnifica prova del coro della Bayerische Staatsoper, che rendeva le scene di massa come meglio non si sarebbe potuto desiderare.

La compagnia di canto, in questa ripresa, presentava diversi cambiamenti rispetto alle recite del 2016, con risultati non sempre positivi. Molto buona mi è sembrata la Eva di Julia Kleiter, dalla voce dolce e delicata che si adattava perfettamente al ruolo e molto espressiva senza essere mai bamboleggiante. Claudia Mahnke ha tratteggiato una Magdalene affettuosa e protettiva, oltre che cantata molto bene come io ho sempre rilevato in tutte le sue prove ascoltate a Stuttgart. Eccellente anche il Pogner di Georg Zeppenfeld, forse il più completo basso wagneriano del momento, che nel suo monologo del primo atto ha messo in mostra tutti i pregi di un timbro morbido e pastoso, di una carismatica presenza scenica e di una grande personalità interpretativa. Ottimo anche il nuovo David del tenore amburghese Daniel Behle, spigliato e vivace nel fraseggio oltre che molto notevole dal punto di vista della resa vocale. Di rilievo assoluto la caratterizzazione che Markus Eiche ha realizzato nel ruolo di Beckmesser, presentato come una sorta di burocrate amaro, di umore acido nella sua insistita pedanteria, con un fraseggio incisivo e finalmente depurato da tutte le volgarità e gli eccessi di tradizione. Del tutto insoddisfacente, al contrario, il Walther di Daniel Kirch, tenore originario di Köln che mi era già sembrato in difficoltà con la tessitura di Parsifal a Stuttgart e che anche in questa occasione, in cui comunque è subentrato a Klaus Florian Vogt che ha cancellato la recita per malattia, ha fatto ascoltare una voce bloccata in gola, dura nelle note acute e con poca proiezione. Sono più o meno gli stessi difetti che io ho riscontrato anche nel Sachs di Wolfgang Koch, unico elemento del cast originale oltre a Markus Eiche presente in questa recita. Il cinquantaduenne baritono bavarese è uno tra i cantanti prediletti da Kirill Petrenko, che lo ha utilizzato in quasi tutte le sue produzioni a München. Dal punto di vista scenico, la sua caratterizzazione del personaggio si faceva apprezzare per il tono generale ricco di umanità e bonomia, ma vocalmente le cose non funzionavano proprio: la voce è voluminosa ma bassa di posizione, dura a partire dal DO centrale e con un fastidioso vibrato nelle note alte. Di conseguenza, le limitazioni imposte al fraseggio di un ruolo tanto complesso e impegnativo risultavano pesanti nell’ impedire l’ approndimento interpretativo del ruolo, in particolare nei momenti introspettivi come il monologo dei tigli e quello della follia, mentre nella scena finale Koch ha reso abbastanza bene il tono di orgogliosa proclamazione del valore dell’ arte tedesca.

Foto ©Wilfried Hösl

Facendo un bilancio d’ insieme, una direzione di qualità molto elevata e un cast che, nonostante i limiti individuali di alcuni elementi, funzionava abbastanza bene nel suo complesso anche per la prestazione lodevole di tutto il gruppo dei maestri, sono più che sufficienti ad assegnare un voto alto alla parte musicale. Purtroppo, come troppo spesso accade in Germania, la messinscena ha rischiato di rovinare la festa. La produzione di David Bösch è piaciuta pochissimo alla stampa tedesca, sulla quale dopo la prima di due anni fa sono apparse critiche severe e spesso anche di tono apertamente sarcastico. In questo senso, per chi ha qualche conoscenza della vita tedesca, erano divertentissimi il titolo Schwiegersöhne für Böhmermann (allusione al cabarettista politico Jan Böhmermann, conduttore del programma satirico Neo Magazine Royale su ZDF) della recensione di Manuel Brug su Die Welt e Deutschland sucht den Supersänger (riferimento al popolarissimo talent show Deutschland Sucht Die Superstar di RTL) dell’ articolo pubblicato sul Bayerische Staatzeitung. In effetti, quando sugli ultimi splendenti accordi di do maggiore che concludevano il Preludio magnificamente diretto da Petrenko, il sipario si alzava mostrandoci una scena simile a una borgata romana degli anni Cinquanta, di quelle che si vedono nel cinema neorealista italiano, oppure a un quartiere di Kabul negli anni dopo l’ invasione sovietica, la sensazione di disorientamento era abbastanza forte. A parte questo, rimane da chiarire quale contributo porti alla scoperta di nuovi aspetti dell’ opera un’ ambientazione tra il sottoproletariato urbano, con un Sachs che al posto della bottega gestisce un furgoncino da ambulante, un David che si muove con un ciclomotore e un Walther in giubbotto di pelle e jeans stile Marlon Brando in The Wild One, che si porta sempre dietro una custodia di chitarra come fa`Linus con la sua coperta. Anche l’ idea di trasformare la gara di canto in una sorta di reality show secondo me era abbastanza banale. Anche perché la recitazione di insieme, in diverse scene, era impostata come quella di decine di altre messinscene tradizionali dei Meistersinger, con una Eva che bamboleggia nella scena con Sachs che la tratta in maniera paternamente affettuosa, la solita Magdalene materna e molto pratica nel gestire la sua relazione con David e tutta una serie di bozzettismi visti e stravisti. Una regia il cui difetto principale, a tirare le somme, mi è parso quello di essere complessivamente irrisolta. Non si capiva, o almeno non l’ ho capito io, in quale direzione lo spettacolo volesse andare e quale fosse la scelta di lettura del regista di fronte alle concezioni esposte da Wagner in quest’ opera, che riguardano principalmente il ruolo dell’ arte nella società e la sua vicenda personale di artista alle prese con le convenzioni e i limiti alla libertà creativa impostigli dalle regole codificate tramite la tradizione. Ad ogni modo, di vere e proprie mostruosità da Regietheater spinto non se ne vedevano e quindi i pregi della parte musicale ripagavano ampiamente la mia soddisfazione personale. Il pubblico di München, che alle recite wagneriane arriva sempre numerosissimo, ha applaudito lungamente tutti i protagonisti riservando i consensi più calorosi a Kirill Petrenko, cosa su cui sono pienamente d’ accordo, e a Wolfgang Koch, cosa su cui io non sono d’ accordo per nulla.

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