Musikfest Stuttgart 2018 – Concerto di chiusura

Foto ©Holger Schneider

Si è conclusa anche l’ edizione 2018 della Musikfest Stuttgart, che anche quest’ anno ha fatto registrare un buon successo dal punto di vista della partecipazione di pubblico. Oltre 15000 spettatori hanno assistito alle 40 manifestazioni in programma, con una percentuale di biglietti venduti pari a circa l’ 85%. La rassegna organizzata dalla Internationale Bachakademie, che tradizionalmente segna la ripresa dell’ attività musicale a Stuttgart dopo la pausa estiva, conferma la validità di una formula che l’ ha resa nel corso degli anni uno tra i festival più interessanti del panorama musicale tedesco per la qualità e l’ intelligenza nell’ impaginazione dei programmi. Il concerto di chiusura alla Liederhalle concludeva il tema generale della rassegna, che in questa edizione era Krieg und Friede, con un programma basato in massima parte su musiche di Händel composte nel 1713, l’ anno in cui la pace di Utrecht metteva fine alla guerra di successione spagnola. Nell’ autunno dell’ anno precedente, Händel era ritornato a Londra dopo il trionfo ottenuto nel 1711 con il Rinaldo, per presentare Il Pastor Fido, serenata pastorale che non fu accolta da grandi consensi e di cui Hans-Christoph Rademann ha presentato una Suite strumentale come primo brano del programma.  Seguiva poi l’ Ode for the Birthday of Queen Anna scritta per quella che fu l’ ultima regina della dinastia Stuart e grazie agli Acts of Union del 1707 la prima sovrana del Regno di Gran Bretagna, all’ inizio del 1713, poco dopo la conclusione della trattativa che portò alla pace di Utrecht.

Foto ©Holger Schneider

Nella seconda parte della serata, abbiamo ascoltato l’ esecuzione dell’ Utrecht Te Deum and Jubilate che il 13 luglio 1713 nella St. Paul’s Cathedral di Londra celebrò ufficialmente la firma del trattato di pace. Per questa composizione, la prima ufficialmente commissionata dalla Corte inglese, Händel si attenne al modello stabilito dal Te Deum and Jubilate di Henry Purcell che dal 1694 veniva eseguito durante le cerimonie sacre reali attenendosi anche lui per la versione inglese dell’ inno ambrosiano e del Salmo 100 alla traduzione del Book of Common Prayer ufficialmente in uso nei riti della Chiesa anglicana. Anche dal punto di vista dell’ organico strumentale la composizione händeliana segue il modello di Purcell, con un’ orchestra composta da due trombe, flauto, due oboi, fagotto, archi e basso continuo a cui si aggiungono sei solisti e un coro a cinque parti, che spesso si divide in ulteriori sezioni come ad esempio nella dossologia finale in cui la struttura contrappuntistica inizia chiaramente con una scrittura a otto. Il tono generale è di esultanza pacata e senza eccessi retorici, con diverse oasi di squisito lirismo e passaggi vocali di bellezza melodica assolutamente affascinante.

Hans-Christoph Rademann in questa occasione ci ha fatto ascoltare una delle sue migliori prestazioni in assoluto da quando dirige i complessi della Bachakademie. Il direttore sassone ha ottenuto dagli strumentisti e dal coro della Gaechinger Cantorey sonorità raffinate e un fraseggio di impeccabile eleganza. La trasparenza del tessuto strumentale e la chiarezza assoluta dell’ articolazione nelle parti vocali facevano di questa esecuzione un modello di assoluto riferimento per penetrazione espressiva a consapevolezza stilistica. A impreziosire ulteriormente la resa complessiva ha contribuito anche un quintetto solisitco formato da giovani voci di grande bellezza. Il soprano Christina Landshamer, che conosco dai tempi dei suoi studi qui alla Musikhochschule e che ho più volte ascoltato nelle sue esibizioni a Stuttgart, è una cantante notevole dal punto di vista stilistico, arrivata a una bella maturità come fraseggiatrice e in possesso di una tecnica vocale molto ben rifinita. Molto interessante anche la prova del secondo soprano Anja Scherg, una giovane allieva di Frieder Bernius che nei suoi interventi ha messo in mostra una voce promettente per freschezza e bellezza di timbro. Splendido il controtenore inglese Reginald Mobley, dalla voce pastosa e omogenea in tutti i registri come pochissimi altri esponenti della sua corda e dotato di una notevole tecnica di coloratura. Il giovane tenore islandese Benedikt Kristjánsson, che avevamo ascoltato nel primo Akademiekonzert della stagione 2016/17, ha impressionato per la luminosità di un timbro vocale davvero attraente e supportato da una buona impostazione tecnica. Notevole anche la prova del basso-baritono Andreas Wolf, cantante che in questi ultimi anni si è segnalato come uno tra i più interessanti specialisti barocchi delle ultime generazioni, per la morbidezza e la qualità del timbro. Successo assai vivo in una Liederhalle quasi completamente gremita.

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