In ricordo di Claudio Scimone (1934 – 2018)

Foto ©Gerald Bruneau

Ho appreso con enorme dispiacere la notizia della scomparsa di Claudio Scimone, spentosi a quasi 84 anni per le conseguenze di una caduta. Nonostante l’ etá ormai avanzata, il maestro aveva ancora in programma una nutrita serie di appuntamenti insieme ai Solisti Veneti, il leggendario complesso da lui fondato nel 1959 che aveva diretto in oltre seimila concerti in tutto il mondo. Claudio Scimone, nato a Padova il 23 dicembre 1934 e formatosi come direttore d’ orchestra con Franco Ferrara e Dimitri Mitropoulos, era uno di quegli artisti la cui popolarità aveva varcato i confini del mondo della musica classica. Credo non esista una persona anche solo minimamente interessata a questo genere che non abbia mai ascoltato uno dei suoi dischi, che nel corso dei quasi sessant’ anni di attività dei Solisti Veneti hanno raggiunto elevatissime cifre di vendita. Come tanti altri della mia età, cominciai a sentire Scimone e i Solisti Veneti quando ero ancora un ragazzino e non sono in grado di dire con esattezza a quanti loro concerti io abbia assistito, visto che il complesso padovano si esibiva decine di volte all’ anno nelle zone in cui io ho vissuto. Per quelli della mia generazione, il maestro Scimone è stato colui che ci ha fatto scoprire il mondo del Settecento musicale veneto, in particolare quel Vivaldi di cui lui e i Solisti Veneti sono stati veri e propri ambasciatori nel mondo. Anche adesso mentre scrivo queste righe di commemorazione, nella mia mente risuonano le esecuzioni discografiche leggendarie di Vivaldi, Benedetto Marcello e Tartini, nelle quali un geniale ingegnere del suono come Michel Gancin riusciva letteralmente a ricreare il senso di spazialità di una sala situata in un palazzo veneziano o in una delle splendide ville palladiane che abbelliscono la terra da cui io provengo.

Nonostante si fosse formato e avesse iniziato a far musica in un’ epoca precedente la diffusione della pratica esecutiva storicamente informata, Scimone fu forse il primo musicista attivo nel repertorio barocco e settecentesco a stabilire criteri di ricerca filologica nelle fonti, di correttezza negli organici strumentali e negli equilibri sonori dell’ esecuzione, oltre che nella pertinenza stilistica del fraseggio. La collaborazione assidua con specialisti vivaldiani di prestigio come Peter Ryom e Marc Pincherle, che ai Solisti Veneti sono sempre stati vicini, garantiva una competenza storico-filologica assoluta sotto questo punto di vista. A tutto questo, le esecuzioni dei Solisti Veneti aggiungevano quello slancio e quella vitalità che sono tra le caratteristiche principali di questa musica e che Scimone fu tra i primi a mettere nella giusta evidenza. Anche se oggi siamo abituati a organici strumentali, fraseggi e timbri più rispettosi delle caratteristiche originali di questa musica, la lezione dei Solisti Veneti ha costituito un punto di partenza imprescindibile per tutti coloro che negli ultimi decenni si sono accostati a questo repertorio. Ma Claudio Scimone fu anche lui stesso un musicologo di fama internazionale, come testimoniano le sue edizioni delle Sonate e delle opere teoriche di Tartini, i cataloghi tematici delle opere di Bonporti, Galuppi, Albinoni, Torelli e Dall’ Abaco, l’ edizione critica del Maometto II per la Fondazione Rossini di Pesaro e il suo libro Segno, significato e interpretazione pubblicato a Padova nel 1970 e al quale varrebbe anche oggi la pena di dare un’ occhiata. Ma vale la pena di ricordare anche la figura del didatta: dopo aver insegnato Esercitazioni Orchestrali al Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, il maestro Scimone fu per quasi trent’ anni direttore del Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova. Un compito che Scimone assolveva con scrupolo, nonostante gli impegni di un’ attività concertistica che negli anni della massima popolarità dei Solisti Veneti si svolgeva a un ritmo serratissimo. Scimone e i suoi musicisti frequentavano regolarmente le sale più prestigiose del mondo, come il Salzburger Festspielhaus nel quale suonarono per diciannove anni, ma il maestro amava portare la musica classica anche nei piccoli centri. Credo non ci sia paese del mio Veneto nel quale i Solisti Veneti non si siano esibiti almeno una volta, sempre con quello spirito scanzonato e quella capacità divulgativa che erano tra le caratteristiche più importanti della figura di Claudio Scimone, una persona che amava spiegare la musica e riusciva a farlo con una chiarezza e un entusiasmo che lo rendevano capace di farsi capire da qualsiasi tipo di pubblico. Riusciva a fare questo anche con la musica contemporanea, nella quale i Solisti Veneti furono molto attivi come testimoniano i pezzi scritti appositamente per loro da compositori come Franco Donatoni, Sylvano Bussotti, Riccardo Malipiero, Cristóbal Halffter, Azio Corghi.

A livello personale, il mio ricordo indimenticabile tra le decine e decine di volte in cui ho ascoltato Scimone e i Solisti Veneti dal vivo rimane la prima ripresa moderna dell’ Orlando Furioso di Vivaldi al Teatro Filarmonico di Verona, che io vidi quattro volte tra il 1978 e il 1979. Dal punto di vista testuale, si trattava di un’ edizione che oggi non sarebbe più considerata corretta per le interpolazioni e i numerosi tagli, dovuti anche alla necessità di non affaticare un pubblico che a quell’ epoca non era ancora abituato a questo repertorio. Ma la scintillante esecuzione orchestrale, la stupenda scenografia di Pierluigi Pizzi che con quello spettacolo faceva anche il suo debutto come regista e un cast guidato da una sfolgorante Marilyn Horne rendevano e rendono ancora oggi quell’ interpretazione assolutamente indimenticabile. Solo per quell’ allestimento, Claudio Scimone merita un posto di assoluto rilievo nella storia dell’ interpretazione operistica. Ma nel corso dei suoi quasi sessant’ anni di carriera il direttore padovano si guadagnò anche una meritata fama di interprete delle opere di Rossini. Oltre al Maometto II già ricordato in precedenza, che io vidi a Pesaro nel 1985 con Samuel Ramey e Lucia Valentini Terrani come protagonisti insieme a Cecilia Gasdia, lo testimoniano anche le sue edizioni discografiche di titoli rari come il Mosé in Egitto, Ermione, Zelmira e Armida oltre a L’ Italiana in Algeri incisa ancora con la Horne e Ramey nel Teatro Comunale di Treviso, alle cui sedute di registrazione e a quelle dell’ Armida io ebbi il privilegio di assistere, oltre a una formidabile registrazione dal vivo de La Donna del Lago eseguita a Houston nel 1981 con Frederica Von Stade, ancora la Horne, Dano Raffanti e Rockwell Blake.

Vorrei concludere questo articolo con i miei ricordi personali dell’ uomo Scimone. Ho avuto occasione di incontrarlo parecchie volte quando vivevo in Italia, sia per colloqui e interviste nella sua bella casa padovana di Piazza Pontecorvo che nelle cene da lui organizzate per la stampa e gli addetti ai lavori nello splendido giardino interno, dal quale si godeva un’ indimenticabile vista della Basilica del Santo. Lo ricordo sempre cortesissimo, disponibile a qualsiasi chiarimento e anfitrione squisito insieme alla moglie, la flautista olandese Clementine Hoogendoorn che è stata protagonista attiva in tante esecuzioni dei Solisti Veneti. Era una persona gentilissima, sempre disponibile a fornire un dettaglio o chiarire un particolare e di squisita educazione, che amava raccontare e animata da un incontenibile entusiasmo per il suo mestiere, cosa che si percepiva nitidamente fin dalle prime frasi in un colloquio che poteva durare anche diverso tempo perché era sempre ricchissimo di dettagli e particolari espressi in un linguaggio di grande chiarezza, anche quando si trattava di argomenti complessi. Lo possono testimoniare, oltre al sottoscritto, anche le centinaia di studenti e giovani musicisti che da lui hanno ricevuto indicazioni preziose e consigli utili per la loro carriera. Per tutte queste ragioni, Claudio Scimone ci mancherà moltissimo. Se ne va un musicista di grande onestà e rettitudine intellettuale e, per quanto mi riguarda, uno di quegli artisti che hanno accompagnato decenni della mia vita di ascoltatore e frequentatore di sale teatrali con i loro concerti e i loro dischi. Ma, e credo di poter parlare anche a nome di chi sta leggendo queste righe, tutti noi che amiamo la musica dobbiamo molto a Claudio Scimone e siamo addolorati per la sua scomparsa. È un pezzo della cultura non solo di Padova e del Veneto ma italiana che oggi salutiamo, con tristezza, per l’ ultima volta.

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2 pensieri su “In ricordo di Claudio Scimone (1934 – 2018)

  1. ………pensate che era venuto a Pamparato un piccolo paese del cuneese e con tutta la sua oircheestra a eseguire nellla chiesa le quattro stagioni….solo per amicizi e per cenare tutti assieme…….

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