Musikfest Stuttgart 2018 – Ton Koopman

Foto ©Holger Schneider

Uno tra gli appuntamenti più attesi nel cartellone della Musikfest 2018 era senz’ altro il concerto di Ton Koopman, che per il terzo programma del ciclo Sichten auf Bach ha portato alla Liederhalle i complessi dell’ Amsterdam Baroque Orchestra & Chorus da lui fondati più di trent’ anni fa. Conosco e apprezzo dai tempi in cui ero ancora un ragazzo le esecuzioni del direttore, clavicembalista e organista olandese che con i suoi concerti e le sue numerose incisioni discografiche del repertorio barocco e classico ha rappresentato un vero e proprio punto di riferimento per gli appassionati della mia generazione. Tutti i melomani formatisi negli anni Settanta hanno imparato a conoscere l’ esecuzione storicamente informata di questo repertorio attraverso i dischi di Koopman che, insieme ad altri pionieri come Gustav Leonhardt, Anner Bylsma, Frans Brüggen, Sigiswald Kuijken, Nikolaus Harnoncourt e Bob Van Asperen, in quegli anni rivoluzionò completamente l’ approccio stilistico alla musica barocca. Una lezione di inestimabile significato storico, che ha rappresentato la base su cui il pubblico e tutti gli esecutori delle generazioni successive si sono formati e che ancora oggi non ha perduto nulla in termini di validità.

Per la sua esibizione alla Musikfest, il musicista di Amsterdam ha presentato la Messa in si minore BWV 232, uno tra i vertici assoluti dell’ arte bachiana, capolavoro enigmatico sia per quanto riguarda la genesi che la destinazione d’ uso. Come ormai pressochè definitivamente accertato dalla musicologia moderna, quasi tutti i 25 numeri di cui consta la partitura non sono pagine originali ma parodie o adattamenti più o meno rilevanti di brani presi da composizioni precedenti. Tenendo conto di ciò, tanto più appare mirabile l’ opera bachiana, proprio considerando che essa è tutta o in gran parte il risultato di un montaggio razionale e perfettamente equilibrato, tanto che sul piano degli esiti musicali la Messa nella sua struttura di insieme s’ impone come creazione originale e unica nella sua perfezione di impianto. La composizione è una di quelle che più apertamente manifestano, nella sua quasi esasperata monumentalità e nella sua irripetibile polivalenza, la concordia delle idee, l’ armonia dei gesti, il razionale patto di alleanza che compone ogni interna contraddizione. Nel dibattito portato avanti in questi ultimi anni dagli studiosi bachiani, il problema centrale delle discussioni è appunto quello della concezione di base, ossia se Bach abbia voluto scrivere una composizione dedicata alla liturgia cattolica oppure di tono ecumenico, quasi una conciliazione tra le fedi. Nella sua monumentale monografia bachiana, il musicologo italiano Alberto Basso nota a questo proposito:

La materia, come si vede, offre spunti e argomentazioni per sostenere tanto la tesi “cattolica” quanto la tesi “luterana” e consente anche di intendere l’ opera in termini di ambivalenza. La sua natura cattolica emergerà quando si vorrà considerarla nei termini di un corpo unitario, elaborato lungo un ampio intervallo di tempo, svincolato dalla realtà storica e quasi isolato in un mondo astratto e ideale anche se agganciato alla tradizione della Missa concertata. Al contrario essa apparirà come una manifestazione del pensiero musicale luterano quando la si interpreterà a segmenti separati, ciascuno dei quali destinato non a coprire un unico servizio liturgico (come è il caso di una Missa tota), bensì a soddisfare esigenze specifiche delle grandi festività in cui era consentito praticare la polifonia applicata ai testi latini dell’ Ordinarium».

Nel concerto, Ton Koopman ha riproposto senza grandi modifiche la sua concezione interpretativa di questa straordinaria partitura, uno tra i vertici assoluti non solo della produzione bachiana, ma di tutta la musica occidentale, da lui eseguita decine di volte in concerto con esiti di assoluto riferimento, documentati da una celebre incisione. Quella del settantaquattrenne musicista olandese è  un’ interpretazione condotta con la trasparenza, la chiarezza di analisi e la fludidità espositiva che vengono dalla sua pluridecennale frequentazione di questa musica. Bellezza di suono orchestrale, assoluta perfezione nell’ amalgama dei passi corali, perfetta lucidità e coerenza nell’ esporre le complesse trame polifoniche dei vari brani sono le caratteristiche su cui si basa la lettura di Koopman, che ha raggiunto i migliori risultati nelle pagine più liricamente meditative come il Kyrie e l’ Agnus Dei. Nelle pagine di complessa struttura contrappuntistica come il Credo, la lettura di Koopman è condotta con un certo ritegno espressivo che può anche a tratti lasciar desiderare un’ esecuzione più vivace e ricca di slancio, come quelle di altri direttori appartenenti alle generazioni successive, ma nel complesso la lettura del musicista olandese si impone ancora oggi alla nostra sensibilità di ascoltatori per l’ autorevolezza e coerenza di concezione, oltre che per la splendida prova dei complessi dell’ Amsterdam Baroque Orchestra & Chorus, che realizzano completamente in maniera ideale le intenzioni del direttore con una bellezza timbrica e luminosità di impasti sonori assolutamente di altissimo livello.

Foto ©Holger Schneider

Di livello complessivamente buono è stata anche la prestazione dei quattro solisti. Il soprano Martha Bosch, nonostante la voce perda un po’ di qualità nell’ ottava acuta, fraseggia con buona partecipazione e intensità di accenti. Nonostante io personalmente ami poco i controtenori, va riconosciuto che Marteen Engeltjes canta con una bella omogeneità timbrica in tutta la gamma, cosa non molto frequente nelle voci di questo registro, e nell’ Agnus Dei ha trovato spunti di fraseggio molto efficaci oltre a dinamiche di buona raffinatezza. Il tenore Tilman Lichdi era per me l’ elemento vocalmente più interessante a livello di consapevolezza stilistica e personalità di fraseggio, messa in mostra soprattutto nell’ esecuzione del Benedictus qui venit dal Sanctus. Il basso Klaus Mertens, voce storica del repertorio barocco presente in decine di registrazioni discografiche con Koopman e altri grandi specialisti del settore, ha fraseggiato con la sua consueta autorevolezza anche se la voce ha perso di smalto e il cantante a causa del declino dovuto all’ avanzare dell’ età non riesce più a mantenere una sufficiente omogeneità di timbro in tutta l’ estensione. Anche se la Beethovensaal della Liederhalle non era completamente piena, il pubblico ha seguito il concerto con quella concentrazione assoluta che io da anni noto negli appassionati tedeschi quando ascoltano la musica di Bach, e alla fine ha festeggiato con intensissimi applausi Ton Koopman e i suoi complessi.

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