Happy 100th, Lenny!

Leonard Bernstein durante una prova a Tanglewood, il 26 agosto 1988. Foto ©Chris Gardner, Associated Press

Il mondo musicale celebra oggi il centesimo anniversario della nascita di Leonard Bernstein, nato il 25 agosto 1918 a Lawrence, nel Massachussets, da una famiglia russa emigrata dall’ Ucraina. Centinaia di iniziative concertistiche e di commemorazione si terranno oggi per celebrare la figura del Maestro. La straordinaria vita di Leonard Bernstein è stata esaminata in centinaia di libri, saggi e articoli. Direttore d’ orchestra, pianista, compositore, insegnante, divulgatore musicale e personaggio pubblico dalla vita intensa e controversa: tutti questi fattori contribuirono a formare quella che fu una tra le personalità più grandi nella storia musicale del Novecento. La lezione di Bernstein, a ventotto anni dalla sua morte, rimane sempre di indiscutibile attualità e costituisce tuttora un modello da indicare alle nuove generazioni, per le quali Lenny spese gran parte della sua vita in progetti educativi che per lui costituivano un dovere sacro, come lui stesso affermava:

I think that’s a key word in everything I do, ‘share’. I love to teach so much and I love to make these television programs, both for young people and for adults, because the minute I know something, or recognize something, or enjoy something, that very second I have to share it. I can’ t bear keeping it to myself . . . I think that conducting is born from that — in me, anyway — from that impulse to share what I feel, the excitement, the enthusiasm, the mystery, whatever insights I have about all music with as many people as possible.
-Leonard Bernstein

Tra i molti articoli commemorativi pubblicati dopo la morte del Maestro, le parole del giornalista musicale Peter Gutmann meritano di essere rilette in questa giornata celebrativa:

For rock, it was February 3, 1959. For American classical music, “The Day the Music Died” was October 14, 1990. It was on that day that we lost, all at once, our greatest conductor, our most influential teacher, one of our finest composers, one of our most accomplished pianists and our most famous native-born musician. On that day Leonard Bernstein died.

Reacting to the news, composer Ned Rorem dismissed the cliché that the perpetually-youthful Bernstein was too young to die: “Lenny led four lives in one, so he was not 72 but 288.” Indeed, while America has produced many great pianists, composers, conductors and teachers, Leonard Bernstein combined these talents to an unprecedented degree.

He once told the New York Times: “I don’t want to spend my life, as Toscanini did, studying and restudying the same fifty pieces of music. It would bore me to death. I want to conduct. I want to play the piano. I want to write for Hollywood. I want to keep on trying to be, in the full sense of that wonderful word, a musician. I also want to teach. I want to write books and poetry. And I think I can still do justice to them all.” Time dubbed him “the Renaissance Man.”

But tangible achievements and public accolades are not the only measure of a man. In the Jewish tradition in which Bernstein lived, there is no material afterlife. Rather, the deceased endure by residing in the memories of those who survive. In that sense, Leonard Bernstein is immortal. When he died, millions throughout the world felt a profound and irreplaceable loss. His influence abides in each of them.

The violinist Midori likened Bernstein’s legacy to a garden filled with “seeds created by his energy, planted by his love, still waiting to bloom.” Perhaps Bernstein’s greatest testament is yet to be fully felt as new generations of musicians, charged with the ecstasy of Bernstein’s passionate commitment, ensure the vitality of classical music in the future.

Bernstein’s attitude toward music was one of unfettered and consummate love: “Life without music is unthinkable. Music without life is academic. That is why my contact with music is a total embrace.” He claimed to have no more energy than anyone else, but only that whatever he did was with his whole heart. He made no apology for his devotion: “I can do things in the performance of music that if I did on an ordinary street would land me in jail. I can get rid of all kinds of tensions and hostilities. By the time I come to the end of Beethoven’s Fifth, I’m a new man.”

His attitude was contagious. In the words of one jaded veteran: “When he gets up on the podium, he makes me remember why I wanted to become a musician.” Bernstein’s greatest influence, though, was upon the public. Hailed as a hero, Bernstein was able to popularize the classics in a way that no previous musician had ever done. An entire generation of Americans was drawn to great music through his television shows. Anyone who attended a Bernstein concert left feeling the profound wonder not only of music but of life itself.

No musician in the history of America touched so many people so deeply and in so many ways.

 

Bernstein sul podio della New York Philharmonic il 24 settembre 1962. Foto ©Associated Press

Le interpretazioni direttoriali di Bernstein appaiono ancora oggi esemplari e fortunatamente sono documentate da una vastissima discografia, che in questa occasione tutte le case discografiche con cui Lenny ha lavorato nella sua vita hanno provveduto a ristampare. Come ulteriore contributo per evidenziare la figura del Maestro, penso sia opportuno rileggere questa intervista a John Mauceri, che fu suo grande amico e stretto collaboratore, rilasciata alla rivista Leggío:

Intervista a John Mauceri

La grande lezione di Bernstein. Quando politica, filosofia e vita nutrono la musica. A cura di Sergio Bestente

Poche personalità hanno saputo incarnare in maniera così completa la forza e le contraddizioni dell’ambiente artistico e musicale del ventesimo secolo quanto Leonard Bernstein. Divo del podio, compositore prodigioso, animale da palcoscenico e grande seduttore, uomo dalla vita pubblica e privata intensa quanto controversa, Bernstein ha lasciato dietro di seé un’enorme mole di testimonianze artistiche e biografiche, eppure sembra ancora sfuggire a ogni tentativo di comprensione a tutto tondo. Fra tutte le tessere di questo puzzle che non si lascia comporre, una in particolare è sempre stata molto dibattuta: il suo pensiero politico e filosofico. È l’argomento della prima novità di questo numero di Leggìo, un libro che ha già fatto molto discutere: Leonard Bernstein. Vita politica di un musicista americano, di Barry Seldes.

È per aiutarci a entrare in questa complessa e sfuggente materia che abbiamo interpellato John Mauceri. Nato a New York nel 1945, Mauceri ha ricoperto molti prestigiosi incarichi in tutto il mondo (compreso un triennio italiano come direttore stabile del Teatro Regio di Torino), e ha frequentato tanto le grandi orchestre quanto Broadway e Hollywood; è stato uno degli allievi e collaboratori più stretti di Bernstein per un lungo e importante periodo, oltre ad averne curato editorialmente numerose partiture. Non è dunque senza un filo di commozione che ne rievoca la grande lezione: “Abbiamo lavorato insieme per diciotto anni: ho cominciato come suo assistente, per diventare poi curatore della sua musica, e ho diretto quasi tutte le sue composizioni a partire dalla metà degli anni Settanta fino alla sua morte, nel 1990″.

 

Quale pensa che sia l’eredità che Bernstein ha lasciato al mondo musicale?
È sempre molto difficile parlare di queste cose, e in particolare nel caso di Bernstein perché lui è stato al tempo stesso un compositore, un interprete e un maestro, e quindi la sua eredità va ripartita fra questi diversi aspetti. Se si parla della sua musica, il punto centrale rimarrà sempre West Side Story, e tutto intorno si possono trovare molti altri lavori importanti, sempre molto connessi al suo punto di vista politico, o forse sarebbe meglio dire fi losofi co, della vita. Come musicista è stato senza dubbio uno dei grandi direttori d’orchestra del ventesimo secolo, ma è stato prima di tutto un grande maestro, poicheé considerava le sue esecuzioni come un modo di spiegare, di portare alla luce che cosa veramente fosse la musica che stava dirigendo. Karajan, per esempio, non era affatto interessato a chiarire, a risolvere il mistero della musica; anzi amava il mistero, e nel suo modo di fare musica si trova sempre un certo grado di ambiguità. Bernstein cercava il modo migliore per dimostrare, per fare capire, e in questo senso le sue scelte musicali erano quelle di un pedagogo. Lavorava moltissimo con i giovani, e ci sono migliaia di ragazzi e ragazze che hanno studiato o suonato con lui: è grazie a loro che questa eredità è tuttora così viva nel mondo.

 

Ha mai parlato con lui di politica?
Non era tanto di politica che parlavamo, quanto del comportamento delle persone, di etica. Era qualcosa che stava alla base di tutto quello che diceva o faceva: voleva un mondo migliore, voleva che il comportamento delle persone rispecchiasse il progresso della civiltà. Per questo quando assisteva a eventi politici o sociali drammatici ne rimaneva molto coinvolto: gli chiedevo se non si era abituato, col tempo, ma lui rispondeva che al contrario si sentiva sempre più indignato.

 

Dunque più filosofia che politica.
Le due cose andavano di pari passo. Se pensiamo agli eventi che accaddero nel periodo del maccartismo – le liste nere, la caccia alle streghe e tutto il resto – la questione era molto complicata; non erano cose di cui amassi parlare con lui, e non voglio essere superfi ciale. Era stato un periodo estremamente diffi cile della storia americana: da un lato Bernstein era molto coinvolto con le questioni legate ai diritti umani e civili, ma dall’altro lato era un uomo che aveva una carriera. Per esempio, quando scrisse la colonna sonora di Fronte del porto, lo fece in sostituzione di un altro compositore, Alex North, che si era esposto politicamente ed era stato inserito nella lista nera. Non gli ho mai chiesto percheé avesse accettato di sostituire un uomo escluso per la sua attività politica; penso che Bernstein fosse un essere umano: aveva delle convinzioni politiche e si confrontava con una realtà complessa, facendo delle scelte. Abbiamo invece parlato qualche volta del grande coreografo Jerome Robbins, che aveva testimoniato contro i suoi colleghi di fronte alla famigerata Commissione McCarthy; eppure Bernstein amava Robbins, e decise di lavorare ugualmente con lui. Potrei dire che era anche un uomo capace di dimenticare.

 

Quali tracce pensa che abbia lasciato tutto questo nella sua opera?
Penso che nella musica composta su un testo letterario, le sue convinzioni si mostrino sempre con grande evidenza: la disponibilità al perdono, la comprensione umana, la volontà di inclusione, e molto altro: si pensi a opere come A Quiet Place. Il tema di Candide è quello dell’accettazione della realtà per quello che è veramente, in opposizione all’ipocrisia di tante visioni politiche, filosofiche e religiose. Quello che dice Candide, alla fine, è che non potremo mai essere veramente puri, diventare quello che noi vorremmo o altri vorrebbero, ma che siamo quello che siamo, e dobbiamo essere capaci di amarci l’un l’altro per come siamo. In fondo anche West Side Story parla di questo, e così anche le composizioni sinfoniche. Potrei dire che dietro il suo impegno concreto ci fossero delle idee profonde ma forse anche un po’ naïve.

 

Quanto hanno influenzato la sua carriera, queste idee?
Molto. La sua vita personale, il suo stile, le sue convinzioni: tutto questo per molti era difficile da capire, persino scioccante. Cosa che d’altronde a lui piaceva, perché amava essere scioccante. Nelle cose che diceva e nei suoi comportamenti pubblici era sempre sorprendente, e talvolta si potrebbe dire “inappropriato”. Da un lato amava frequentare la società più elegante, dall’altro riusciva spesso a mostrarsi inaccettabile, cosa che costringeva chi gli stava vicino a dover gestire situazioni imbarazzanti. è un suo aspetto che non ho mai capito del tutto: quello che so è che era un uomo che cercava di vivere la vita nella maniera più completa possibile, e questo per molti era inaccettabile; ma penso che questo tipo di inaccettabilità fosse proprio quello che cercava, fosse la sua forma di “avanguardia”.

 

Che cosa pensa dunque della famosa definizione che per lui coniò Tom Wolfe: radical-chic?
Beh, direi che è servita soprattutto al successo di Wolfe. Un modo elegante di commettere un omicidio attraverso due semplici parole, una deliziosa menzogna che si attacca alla pelle.

 

Pensa che ci siano questioni del presente da cui Bernstein, se fosse vivo si sentirebbe coinvolto?
Sì. Credo che sarebbe molto coinvolto dal problema israelopalestinese, e più in generale dal modo in cui il mondo islamico è oggi rappresentato. Sicuramente lo sarebbe dalla questione dei diritti civili delle persone omosessuali. Ma è difficile rispondere a domande come questa, che mi riportano agli anni in cui ho lavorato con lui, a quello che ero e a quello che sono. Ho visto Bernstein per l’ultima volta pochi giorni prima della sua morte, e so che avrebbe voluto passare ciò che gli restava da vivere insegnando. Oggi fra le altre cose sono rettore onorario della University of North Carolina School of the Arts, una scuola interamente dedicata alla musica, alla danza, al teatro e alla scenografi a. Ha 1100 studenti, tutti fra gli 11 e i 22 anni: so che se Lenny fosse vivo amerebbe questo posto più di ogni altro al mondo, e credo che la scelta di restituire a questi ragazzi qualcosa di quello che ho avuto sia il modo più giusto di pensare la sua eredità.

Se oggi fosse ancora vivo, Lenny certamente non gradirebbe un post dedicato a lui che fosse privo di musica. Veniamo quindi a proporre una serie di ascolti. Iniziamo con la Sinfonia N° 88 in do maggiore di Haydn, in questo video che ci mostra Lenny sul podio dei Wiener Philharmoniker.

 

 

Tutte le registrazioni di Bernstein insieme all’ orchestra viennese sono esempi di straordinaria unità espressiva tra un direttore dalla personalità prepotente e un’ orchestra disposta ad assecondarne le indicazioni e i desideri fino al limite delle sue possibilità. In questa occasione viene fuori un Haydn brioso, vitalissimo e ricco di quella esuberanza che ne costutuisce una fra le caratteristiche fondamentali.Del resto, la capacità incredibile che il Maestro possedeva nel trascinare i musicisti che suonavano sotto la direzione si può apprezzare al massimo nelle sue interpretazioni di Beethoven e Mahler, autore a cui Bernstein si sentiva particolarmente vicino sia musicalmente che dal punto di vista emotivo. Ma anche in altri autori il fuoco espressivo di Lenny portava a risultati davvero straordinari, come ad esempio questa incredibile interpretazione della Quarta Sinfonia di Tschaikowsky con la New York Philharmonic.

 

 

Fremente, lacerata, assurda, tesa, l’ esecuzione è di quelle che inchiodano letteralmente l’ ascoltatore alla sedia. Bernstein non teme la cosiddetta volgarità e viaggia sul filo del rasoio, sempre sfiorandola pericolosamente  ma senza mai cadere nel kitsch. Fate attenzione in particolare alla chiusa del primo tempo e al progressivo accumulo di tensione fino al Molto più mosso che introduce la coda, marcato da Bernstein con un pazzesco accelerando fino a sfociare in un’ ultima riesposizione del motivo principale carica di angoscia straziante, seguita dalla violenta strappata delle battute finali.

Veniamo adesso a un esempio del Bernstein compositore. Ho scelto di proporre Halil, notturno per flauto e orchestra composto in memoria di Yadin Tanenbaum, giovane flautista israeliano rimasto ucciso nel 1973 durante la guerra dello Yom Kippur. I genitori del ragazzo contattarono Bernstein per chiedergli di scrivere un brano in memoria del loro figlio. Il Maestro rispose che non era sua abitudine comporre su commissione, ma che avrebbe tenuto presente la cosa. Alcuni anni dopo, Bernstein si dedicò al brano che venne eseguito per la prima volta a Gerusalemme con Jean-Pierre Rampal come solista e la Israel Philharmonic diretta dall’ autore.

 

 

Nella prefazione alla partitura, Bernstein scrisse:

This work is dedicated ‘To the spirit of Yadin and to his fallen brothers…
Ḥalil (the Hebrew word for ‘flute’) is formally unlike any other work I have written, but is like much of my music in its struggle between tonal and non-tonal forces. In this case, I sense that struggle as involving wars and the threat of wars, the overwhelming desire to live, and the consolations of art, love and the hope for peace. It is a kind of night-music, which, from its opening 12-tone row to its ambiguously diatonic final cadence, is an ongoing conflict of nocturnal images: wish-dreams, nightmares, repose, sleeplessness, night-terrors and sleep itself, Death’s twin brother. I never knew Yadin Tannenbaum, but I know his spirit

Vediamo adesso Lenny al lavoro, mentre prova e spiega Das Lied von der Erde, il ciclo liederistico di Gustav Mahler.

 

 

Ancora oggi, il Mahler di Bernstein rimane insuperato, per un approccio e una resa espressiva che all’ ascoltatore suonano ancora infallibilmente come °giusti”. Le tre incisioni complete del corpus sinfonico e vocale mahleriano sono imprescindibili per un ascoltatore che voglia accostarsi alla musica del compositore boemo.

Foto ©Paul de Hueck, courtesy of the Leonard Bernstein Office, Inc.

Torniamo al saggio di Peter Gutmann, per una descrizione degli ultimi anni di vita del Maestro.

Bernstein knew he had led a charmed life. As he had confessed to USA Today in 1986: “I was diagnosed with emphysema in my mid-20s and [was supposed] to be dead by the age of 35. Then they said I’d be dead by 45. Then 55. Well, I beat the rap. I smoke. I drink. I stay up all night. I screw around. I’m overcommitted on all fronts.” In his eighth decade, though, biology finally caught up with him.

Bernstein often said that he wanted to die on the podium, much like Mitropolous, who had collapsed while rehearsing his beloved Mahler. Bernstein’s demise was to be far less romantic. His last year was one of false starts, missed opportunities, canceled tours and abandoned projects. But Bernstein’s life had been defined by grand gestures, and he bracketed its end with two of the grandest of all.

December 1989 marked the reunification of Germany and the dismantling of the Berlin Wall. Bernstein could not resist the symbolism of an aging American Jew serving as the catalyst for the reintegration into the world community of ideological foes, formerly united only by their antisemitism. And so it was that on Christmas Day 1989, Bernstein led orchestras, choruses and soloists from Berlin, Dresden, New York, London, Paris and Leningrad (representing the two Germanies and the wartime Allies) in a massive rendition of Beethoven’s Symphony # 9.

Beethoven had poured into his final symphony a sprawling summation of life’s passion, profundity, humor, despair and triumph. Bernstein added to the occasion his own overwhelming vision of humanity. To underline the message, Bernstein changed the word “Freude” (“joy”) to “Freiheit” (“freedom”) in the final chorus, a gesture for which he invoked the composer’s blessing. The united forces East and West are palpably gripped with a spiritual conviction that transcends even the glory of the music itself. Captured on DGG 429 861, every moment of the sublime 78 minutes vindicates all that Bernstein lived for as an artist and as a human being.

The Berlin concert may have been Bernstein’s most public final gesture, but there was one more deeply personal obligation he had to repay before taking his final leave.

Bernstein liked to quote T. S. Eliot: “In my end is my beginning.” Artistically, Bernstein had been born in 1940 as Serge Koussevitzky’s first student at Tanglewood. Since then, the eager, aspiring youngster had become everything he had admired in his mentor and was now himself the dean of American music. And so, at its very end, his life was about to come full circle.

Although his publicists insisted he was merely tired, Bernstein in fact was fatally ill. He had been forced to cancel his upcoming engagements — all but one. The fiftieth anniversary of Tanglewood was to be commemorated on August 19, 1990 with a concert played by Koussevitzky’s orchestra, held in Koussevitzky’s concert hall and dedicated to Koussevitzky’s memory. Bernstein knew he had to keep this one final commitment.

The program itself reverberated with significance: Britten’s “Four Sea Interludes” from Peter Grimes, which Koussevitzky had commissioned and Bernstein had premiered in 1947; Arias and Bacchanales, Bernstein’s final composition; and Beethoven’s Symphony # 7, a work with which Bernstein had opened his tenure with the New York Philharmonic in 1958 and an ideal blend of the profound probity and athletic vigor which ignited his best interpretations. After conducting the Britten with his accustomed power and insight, Bernstein had to delegate his own work to an assistant while he rallied himself for the Beethoven. During the third movement he collapsed, coughing and gasping for breath. The orchestra covered valiantly, but the audience knew that an era of limitless energy and eternal youth had passed.

The ecstatic applause at the end was fully deserved, but not for the music. Bernstein undoubtedly had something profound and amazing left to say about Beethoven, but the sheer burden of survival had overwhelmed his power to communicate it. Typical of his late concerts, Bernstein seemed to have intended a slow, seethingly intense reading, but the Beethoven emerged instead as merely clumsy and fatigued. The orchestra’s listless attacks and sloppy execution evidenced both a lack of rehearsal and the lapse of Bernstein’s personal magnetism. Rather, the ovation was for the last public appearance of a supreme legend and for the extreme nobility of his final gesture.

The CD of the concert (DGG 431 768) remains only a grim deathbed memory, best forgotten in favor of more vital souvenirs of a fabulous career. Bernstein’s true final legacy lies in the valediction of his late recordings, which exemplify all he had lived for as an artist and as a human being. Ever the egoist, Bernstein tried to thwart death through a final concert and to defy mortality through the permanence of recordings. Ever the explorer, Bernstein’s final records transcended tradition to blaze musical paths that no previous conductor had dared to attempt. Ever the teacher, Bernstein imparted a great final lesson through his deeply inspired and passionate interpretations of power, conviction and truth. Ever the visionary, Bernstein devoted himself to a musical ecstasy that would inspire the artistic outlook of future generations. And ever the humanitarian, Bernstein poured every last drop of his life into the redemptive power of music for the sake of all mankind.

Ci sarebbe ancora moltissimo da dire, tanto da ascoltare per descrivere questa gigantesca figura di musicista. Chi volesse approfondire, oltre ai dischi e ai video troverà una vastissima letteratura critica e biografica in più lingue. Di mio posso solo aggiungere che i concerti di Leonard Bernstein a cui ebbi il privilegio di assistere rimarranno fra i ricordi indimenticabili della mia vita di ascoltatore insieme a quelli di Herbert von Karajan e Carlos Kleiber, per me gli unici due direttori nati nel Novecento che sono stati capaci di eguagliare gli esiti interpretativi raggiunti dal direttore americano nella sua lunga e straordinaria carriera. L’ eredità lasciataci da Bernstein rimane viva e vitale per noi e per tutte le future generazioni. In questa giornata celebrativa, possiamo solo ringraziare Lenny per quanto è riuscito a darci. Senza di lui, la nostra vita di musicisti e appassionati sarebbe più povera.

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