Le cronache di Alessandro Cortese – Festival di Bayreuth alla radio, seconda parte

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Ricevo e pubblico la seconda parte del resoconto di Alessandro Cortese sulle dirette radiofoniche dal Bayreuther Festspiele.

 

Il Festival di Bayreuth alla radio. Der Fliegende Holländer e Die Walküre

Un direttore d’orchestra è colui che armonizza le esigenze di orchestra, coro e cantanti affinché l’ esecuzione di un brano, di un’ opera, di una sinfonia, risulti il più omogeneo possibile. Oltre allo studio accurato della partitura, al direttore d’ orchestra in sede di concertazione è richiesto di proporre e sviluppare un’ idea che, oltre alla fedeltà ai desiderata dell’ autore, possa imprimere la propria visione al brano attraverso un logico e personale uso dei tempi, una accurata scelta delle atmosfere per mezzo della padronanza dello stile, del fraseggio, della sottolineatura di momenti musicali importanti o di intere sezioni orchestrali affinché il messaggio dietro alla musica emerga, esaltata dalla personalità dell’ interprete. Al direttore d’ orchestra è richiesta una scrupolosa preparazione tecnica, la conoscenza capillare della partitura e la responsabilità della riuscita della recita a patto che il gioco di squadra sia affiatato e ben gestito attraverso adeguate prove, e ciascuna componente possa essere messa nelle condizioni di offrire il meglio della propria professionalità.
Perdonerete questo cappello introduttivo: non voglio fare lezione a nessuno sull’ arte di dirigere e questi sono concetti che anche la benemerita Enciclopedia Treccani ha perfettamente codificato. Il mio intento è solo analitico, per meglio far comprendere la differenza tra un direttore d’ orchestra autentico ed un direttore d’ orchestra improvvisato: in questo caso Axel Kober e Placido Domingo.

Prendiamo il primo, Axel Kober, appunto che al Festival di Bayreuth ritornava per dirigere  Der Fliegende Holländer. Il Maestro Kober, chiarisco subito, non è un direttore d’ orchestra rivoluzionario o dalla fervida e appassionata fantasia: è un accompagnatore affidabile, senza particolari guizzi, ma che conosce la partitura molto bene, sa individuare le scene drammaturgicamente fondamentali alla narrazione, come il monologo dell’ Olandese, la Ballata di Senta, i duetti, il difficilissimo coro del terzo atto, la potenza del finale, donando loro l’ atmosfera giusta, magari risaputa, ma immediatamente riconoscibile e di sicura presa, dirigendo speditamente, ma senza sbavature, il resto della partitura. Sa come gestire l’ iterazione tra orchestra e palcoscenico con ottima musicalità e senza temere scollamenti: la sua pulita efficienza è tipica di chi ha maturato una solida e duratura esperienza sul campo, sia in provincia che sui palcoscenici prestigiosi, con la sicurezza di portare a termine la recita facendo quadrare tutto con serietà e garantendo un certo grado di qualità. Vero, dal Festival di Bayreuth si vorrebbe di più, ma rispetto alla Walküre successiva, c’ è da essere grati ad Axel Kober per la sua puntualità.

Ben triste invece la parabola di Placido Domingo: tenore storico indubbiamente, che purtroppo per il pubblico, non si è mai rassegnato ad abbandonare le scene, riciclandosi dapprima come mediocre baritono e poi perseguendo i suoi capricci da direttore d’ orchestra, carriera in cui già si era mosso nel recente passato.
Ma può definirsi “direttore d’ orchestra” una personalità che mette continuamente a repentaglio le voci sul palcoscenico rallentando e stringendo l’ agogica continuamente, senza un discorso d’ insieme coerente e disattendendo tutti i segni espressivi? Può definirsi “direttore d’ orchestra” una bacchetta che, oltre ad accanirsi sul malcapitato tenore permettendogli di sbagliare tutti gli attacchi, non applica alcuna idea interpretativa e si rifugia in un accompagnamento scolastico e generico, plumbeo e greve, di inconsistenza drammatica non più che banale? Può definirsi “direttore d’ orchestra” un ex cantante che non si rassegna al naturale termine della propria carriera e che infligge questo suo crepuscolare esserci a tutti i costi in varie forme ad un pubblico che egli si aspetta plaudente e riconoscente nei confronti di un passato che oggi non c’ è più? Che stavolta, infatti, lo punisce contestandolo con ferocia e a ragione. Può definirsi “direttore d’ orchestra” un ex artista che ha tolto spazio alle prove per incastrarle fra un impegno e l’ altro (Thais a Peralada e Pescatori di perle a Salisburgo)? Basta tristi e discutibili capricci, travestiti da omaggi, all’ artista che fu, imbastendo una Walküre separata dal resto del Ring e musicalmente massacrata dall’ omaggiato. Basta alla poca serietà dei direttori di festival importanti che appoggiano tali bizzarre manifestazioni di cinismo e autoreferenzialità a discapito della musica e a vantaggio della volgare pubblicità. Basta all’ ossessiva presenza di Placido Domingo nei teatri se il livello artistico è basato sulla captatio benevolentiae del pubblico, ovvero compatirlo invece di rimpiangerlo.
Basta Placido Domingo.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Oscillante, ma accettabile il livello del cantanti.  Un classico ormai da almeno vent’ anni l’Olandese di Greer Grimsley: la voce solida, tenebrosa, sonora, il fraseggio lacerato dalla fatica di vivere sono i punti di forza della sua interpretazione; peccato per gli acuti ghermiti o schiacciati che soprattutto nel monologo e nel finale fanno ascoltare accenni di stanchezza e quel velo di ruggine che copre il registro centrale. Ricarda Merbeth ritorna per la quinta volta alla sua collaudata Senta, forse stanca a causa di un anno immerso in un repertorio gravoso, il soprano si presenta in forma non ottimale: oscillante nella ballata, in cui i suoni malfermi fanno temere il peggio, sguaiata nel registro grave e malferma in quello centrale, almeno nel registro acuto conferma la sua vocazione da lirico spinto, mentre l’ accento è meno intenso e allucinato di altre volte, nonostante una certa commozione si sia sprigionata nei due duetti e nel concitato finale. Molto bravo, al contrario, l’ Erik di Tomislav Muzek, tenore dalla voce squisita e ben impostata, che affronta il ruolo del cacciatore con la solita giovanile freschezza sia dei mezzi che del fraseggio. Peter Rose riprende Daland, ma la voce è depauperata dai colori, corta di estensione e sporca nell’ intonazione: si ha la sensazione che quanto si ascolta sia più assimilabile al parlato che al canto.  Reiner Trost, dopo molti anni passati nel repertorio settecentesco e nell’ operetta, prosegue la tradizione del cameo di lusso nel ruolo del Nostromo, che negli anni ha visto alternarsi tenori quali René Kollo, Jean Cox, Francisco Araiza, David Kuebler, Horst Laubenthal, Heinz Zednik: eppure, se il timbro e il fraseggio risultano sempre piacevoli, l’ emissione purtroppo è parecchio avventurosa con l’ulteriore aggravante di alternare suoni fissi e suoni stimbrati e privi di corpo. Purtroppo si conferma presenza mediocre la Mary di Christa Mayer, mentre solo lodi possono riservarsi al coro diretto da Eberhard Friedrich per intonazione, brillantezza, ricchezza timbrica e comunicativa, tutte strepitose, oltre che per il riuscito contrasto marcato tra il fraseggio spaventoso e irridente della ciurma fantasma e la giocosità civettuola delle filatrici e dei marinai.

Die Walküre avrebbe potuto avere un cast quasi ideale se solo si fosse avuto più coraggio negli ingaggi dei ruoli di Siegmund e Brunnhilde. Stephen Gould appare stanco e provato sia dal Tristan precedente che dalla non-direzione di Domingo, il quale non lo aiuta neanche nella corretta individuazione degli attacchi e purtroppo la voce suona soffocata, maldestra e priva di autentico slancio. Catherine Foster, rispetto agli altri anni, sembra un po’ più in forma nell’emissione del registro centrale: ma rimane una Brunnhilde scialba dal fraseggio anonimo, dal timbro troppo lirico e generico, troppo piccolo anche per Sieglinde, vuota in basso e crescente dal passaggio fino al Do naturale. Fa piacere riascoltare la Sieglinde di Anja Kampe su quello stesso palcoscenico che le aveva dato il successo: nonostante gli acuti lievemente schiacciati ed un po’ d’ aria che inficia l’emissione, la voce da lirico spinto della Kampe si presenta sicura e corposa su tutta la gamma, e l’ interprete conferma la bontà dell’accento ovunque giusto e rispettoso dello stile nel tratteggiare una donna fragile e visionaria, impulsiva immersa nella poesia di un fraseggio di bruciante commozione.  Positiva la prova di John Lundgren, Wotan più selvaggio che meditabondo, più arrogante che analitico, più minaccioso che paterno. La voce non sarà preziosa e l’ emissione si presenta ingolata e non sempre impeccabile nell’ intonazione, ma il timbro scuro impreziosito da un accento che abbandona la nobiltà in favore di una caratterizzazione così terrena, producono una certa suggestione. Nessun dubbio invece sull’ ottima Fricka interpretata dall’imperiosa e sfacciata Marina Prudenskaya, già angosciata Waltraute nelle passate stagioni, la cui voce così ricca, musicale e sicura non solo supera lo scoglio della sbagliata direzione di Domingo, ma si impone con dovizia anche sul collega in un duetto giocato sul filo della personalità più schiacciante. Bella scoperta anche l’Hunding ben cantato di Tobias Kehrer, dal timbro fresco e giovanile, dalla voce di autentico basso e dal fraseggio gelido e tagliente. Sbilanciato il comparto delle valchirie: se positiva è la prova delle voci gravi di Simone Schroeder, Marina Prudenskaya, Mareike Morr, Mika Kaneko e Alexandra Petersamer, più stridulo risulta il terzetto sopranile formato da Caroline Wenborne, Christiane Kohl e Regine Hangler.
Auguro al Festival di Bayreuth di non dover più sottostare ai capricci di ex divi o di organizzare fallimentari “omaggi” a improvvisati direttori d’ orchestra e di affidarsi in futuro a bacchette di solida professionalità, per evitare al suo pubblico patetiche serate profumatamente pagate.

Alessandro Cortese

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