Le cronache di Alessandro Cortese – Festival di Bayreuth alla radio, prima parte

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Mentre io viaggiavo alla volta di Bayreuth, Alessandro Cortese ha seguito per noi le dirette radiofoniche degli altri spettacoli in cartellone quest’ anno al Festspielhaus. Eccovi la prima parte del suo resoconto.

                       FESTIVAL DI BAYREUTH ALLA RADIO, prima parte:

                       PARSIFAL e TRISTAN UND ISOLDE

Trionfale e meritata l’accoglienza con la quale il pubblico ha festeggiato il Lohengrin che ha inaugurato quest’anno il Festival di Bayreuth, con una nuova produzione affidata a Yuval Sharon ed alla bacchetta, magnifica, di Christian Thielemann che con questa direzione completava la conduzione di tutto il canone wagneriano sulla verde collina, record finora rimasto appannaggio del Maestro Felix Mottl. La radio BR Klassik, e le radio europee, come ogni anno, si accingono a garantire con le loro puntuali trasmissioni, l’ascolto di tutte e sei le opere scelte per questa edizione del Festival.
Ho ascoltato per voi lettori le due opere seguenti, Parsifal e Tristan und Isolde: aspettando che il boss Gianguido Mussomeli ci descriva le recite a cui assisterà dal vivo e si completi il ciclo delle dirette radiofoniche,  vi lascio le mie impressioni su queste due riprese.

Davanti all’ esito eccelso ottenuto da Thielemann con il cavaliere del cigno, era lecito aspettarsi dalle opere successive un livello del tutto simile o comunque paragonabile, garanzia che dovrebbe essere la norma del festival; purtroppo cantanti di livello diverso e, nel caso del Parsifal, bacchetta diversa, hanno lasciato l’ amaro in bocca e un senso di incompletezza. Per il terzo anno consecutivo veniva ripreso il Parsifal affidato alla regia di Uwe Eric Laufenberg con qualche cambiamento: il Maestro Hartmut Haenchen, dopo averlo diretto per i due anni precedenti lasciava il posto a Semyon Bychkov, debuttante sulla collina, Thomas J. Mayer sostituiva Ryan McKinny come Amfortas, Gunther Groissböck era il nuovo Gurnemanz dopo il magnifico Georg Zeppenfeld e Tobias Kehrer assumeva il ruolo di Titurel al posto del solenne Karl-Heinz Lehner. Il Maestro Bychkov, direttore sensibile e non banale, ha già ampia confidenza con il Parsifal, una frequentazione già rodata nelle memorabili recite fiorentine e nei recenti spettacoli ripresi a Madrid e Vienna coronati da franco successo: eppure ha lasciato abbastanza perplessi l’ esito complessivamente poco soddisfacente della sua lettura. Laddove Haenchen scavava e analizzava la partitura per farne emergere il contesto esacerbato e crepuscolare, la preoccupazione di Bychkov sembra attestarsi più su una meditata brillantezza del suono orchestrale a discapito di una poco chiara scelta dei tempi, purtroppo poco coerenti. L’ agogica stretta scelta per il secondo atto contrasta con l’ eccessiva lentezza, spinta verso un eccesso di monotonia degli altri due,  mancando un pensiero che li accomuni tutti: nessuna solennità, nessuna ambiguità, anche il lato sensuale o quello più autenticamente umano vengono tralasciati da Bychkov in favore di una routine sicuramente di gran classe, ma arida di emozioni e di reale teatralità. Né, purtroppo, a tale raffinato grigiore rimedia il cast scelto: non so se Andreas Schager, Parsifal, stesse poco bene, o fosse in serata negativa o più semplicemente scelte di repertorio gravose per la sua voce lo abbiano spinto a forzare la voce, ma evidenti e preoccupanti erano le crepe della sua linea di canto, purtroppo accorciata e malferma, oltre che di intonazione ben poco corretta ed emissione indurita: in tale contesto non si può neanche parlare di fraseggio ed è un fatto strano, soprattutto se riferito a un ruolo relativamente semplice e abbordabile come Parsifal.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Non vanno meglio le cose con il Gurnemanz di Gunther Groissböck: l’emissione impastata e inelegante, il fraseggio che segue pedissequamente la ragioneria di Bychkov, il registro acuto poco timbrato, non contribuiscono ad una interpretazione convincente. Sullo stesso piano l’ Amfortas di Thomas J. Mayer, purtroppo dotato di voce poco pulita e ancora meno ordinata, tremula nell’emissione e sgraziata nel fraseggio. Superiore ai suoi colleghi, e qui si vola alto, la Kundry di Elena Pankratova, e il Klingsor di Derek Welton: la prima possiede voce ricca, di rovente drammaticità, dal centro ampio e opulento ed acuti perentori, anche se taglienti nel caso di quelli di forza e si impone con la potenza di un accento in cui l’angoscia contamina sia il suo lato seducente sia quello più squilibrato; una immedesimazione di forte carisma in cui la musicalità, l’importanza del mezzo, sostengono e valorizzano sempre un fraseggio al calor bianco. Il secondo interpreta un Kingsor di scostante orgoglio, coadiuvato da una voce baritonale ragguardevole e dal sinistro spessore. Ben scelte le parti di fianco, anche se maggior cura bisognerebbe concentrarla sull’intonazione dei singoli, nonostante siano tutti artisti professionali e ben inseriti, a cominciare dal sonoro e tenebroso Titurel di Tobias Kehrer, fino ai paggi, ai cavalieri, alle fanciulle fiori ed alla voce solista impersonati da Tansel Akzeybek, Timo Riihonen, Alexandra Steiner, Mareike Morr, Paul Kaufmann, Stefan Heibach, Ji Yoon, Katharine Persicke, Bele Kumberger, Sophie Rennert e Wiebke Lehmkuhl.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Terza opera in cartellone, e quarta ripresa, Tristan und Isolde diretto da Christian Thielemann.
Occorre fare una precisazione: quando la bacchetta oltre ad essere prestigiosa, dimostra perizia tecnica e una idea coerente da perseguire, occorre che il teatro e il direttore riescano a comporre un cast che condivida non solo l’ impostazione generale per esaltarne al massimo la potenzialità dell’atmosfera, ma sia altrettanto tecnicamente e artisticamente ferrato, altrimenti si crea un corto circuito, una dicotomia, che invece di far dialogare le parti, realizza un contrasto insormontabile, come in questo caso. Non metto in dubbio la solidità di un cantante come Stephen Gould, Tristan ormai di comprovata esperienza; ma è inevitabile che il peso di una carriera trascorsa ad alternare ruoli estremi, abbia iniziato a destabilizzate l’ emissione ingolandola, soffocandola e accorciando o facendo suonare fissi i registri centrale e acuto. La tempra resta, il fraseggio sofferto, ma anche molto cauto, è encomiabile, riesce ad arrivare tutto sommato in buone condizioni al micidiale terzo atto, ma forse non basta. Se Gould riesce a organizzare il suo canto, non irreprensibile, con una certa dose di professionalità, di certo non si può dire la stessa cosa dell’ Isolde Petra Lang. Inadeguata il primo anno, pesantemente inadeguata il secondo, gravemente inadeguata in questa edizione, la Lang è cantante insufficiente ad onorare la tessitura e le esigenze drammatiche e musicali di Isolde in quanto gutturale e fissa nel registro centrale, malferma nell’ intonazione e fibrosa al centro, stridente e calante nel registro acuto, temperamentosa tuttavia, ma a senso unico e priva di stile l’ interprete. Purtroppo Thielemann e Katharina Wagner, confermando Petra Lang per tre anni di seguito, dimostrano ben poca accortezza e molto cinismo; e dire che avrebbero ben due Isolde a disposizione tra le fila dei cast delle altre opere in cartellone: Ricarda Merbeth e Anja Kampe, dotate di maggiori qualità musicali e tecniche come hanno dimostrato recentemente a Torino e Buenos Aires. Sullo stesso, basso, livello la Brangania di Christa Mayer, cantante che Thielemann impone in ogni sua produzione: comprendo che esista un rapporto di amicizia e fiducia reciproci, ma occorre anche rendersi conto che la voce stridula, indietro e ingolata priva della poesia e del nervosismo necessario l’ ancella di Isolde, confinandola al ruolo di petulante e instabile caratterista. Meglio, ma di poco, il Kurwenal di Iain Paterson, che possiede una interessante  voce baritonale, ma granulosa ed usata in maniera brutale, tutta bloccata nella monotonia di un forte molesto.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

René Pape canta il suo collaudato Re Marke: grande classe nel fraseggio, ovunque preciso nell’articolazione ed accurato nell’accento, così appassionato e intimamente commosso, frutto di esperienza decennale e di un continuo scavo del personaggio. L’emissione opaca e qualche fiato corto, non ledono più di tanto una interpretazione di tale raffinatezza. Discrete, e alquanto nasali, le parti di fianco: dal Melot di Raimund Nolte, al Pastore ed al Marinaio di Tansel Akseybek, fino al pilota di Kay Stiefermann. Buca e palcoscenico, insomma, proseguono su strade diverse, mai incontrandosi e tutto facendo per creare un contrasto inestinguibile, accentuato dall’ interpretazione incandescente che il Maestro Thielemann regala al suo pubblico. Tempi sostenuti, impasti timbrici esasperati onde accentuare la bruciante esaltazione che domina i due protagonisti, legni posti in primissimo piano per sottolineare la struggente poesia di un amore reso folle e impossibile dalla musica, Thielemann è il narratore di una storia ardente che brucia fino a una morte inevitabile, catartica e liberatoria. Romanticismo estremo e onirico avvolgono sia il duettone del secondo atto, sia il delirio di Tristan, senza dimenticare né la poesia, né le complesse implicazioni psichiatriche di due scene cardine in cui la sensualità si muta in frenesia e vaneggiamento ed un Liebestod doloroso e ipnotico giunge come inesorabile e oscura pietra tombale di questo rapporto. Coro ed orchestra in forma eccellente in entrambe le opere; il pubblico ha applaudito con convinzione entrambe le produzioni, ma senza il calore delirante dimostrato con il “Lohengrin” inaugurale.

Alessandro Cortese

La recensione si riferisce alle dirette radiofoniche del 26 e 27 Luglio 2018

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