Impressioni da Bayreuth – Lohengrin

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Valeva davvero la pena di assistere alla nuova produzione del Lohengrin che ha inaugurato l’ edizione 2018 del Bayreuther Festspiele. I disagi di un viaggio fino a Bayreuth in questa estate torrida sono stati ampiamente ripagati da uno spettacolo che, per molti aspetti, si è rivelato forse il migliore fra quelli andati in scena in questi ultimi anni nel teatro sulla Grüne Hügel. Soprattutto dal punto di vista musicale, l’ esecuzione ha raggiunto vertici di autentica poesia dovuti in particolare alla splendida direzione di Christian Thielemann, autore di un’ interpretazione che va considerata a buon diritto tra le più belle e complete in tutta la storia esecutiva moderna dell’ opera. A partire dal suono morbidissimo, timbrato ma quasi impalpabile dei violini divisi all’ ottava nel Preludio, che la straordinaria acustica del Festspielhaus esaltava al massimo, il direttore berlinese costruisce un racconto fiabesco curato nei dettagli con un lavoro di cesello sui timbri e sulle dinamiche realizzato con una cura straordinaria fino ai minimi particolari. La musica scorre fluida, flessibile, con ritmi e fraseggi che sembrano naturali e “giusti” fin dall’ inizio, in un continuo trascolorare di tinte strumentali che la splendida orchestra del Festspiele realizza con una stupenda precisione e uno suono di una bellezza davvero irresistibile. Il respiro conferito a certe frasi cantabili come la stupenda melodia in sol maggiore che conclude il duetto tra Elsa e Ortrud nel secondo atto, la transizione orchestrale fra la seconda e la terza scena dello stesso atto e tutto il duetto iniziale del terzo, con il progressivo accumularsi della tensione drammatica realizzato in maniera splendida, erano probabilmente i massimi esiti di questa superba interpretazione. Nelle scene corali la narrazione di Thielemann raggiunge toni grandiosamente epici anche per merito dello sbalorditivo complesso guidato da Eberhard Friedrich, probabilmente il miglior direttore di coro attivo oggi in Germania, che si impone come autentico coprotagonista della serata. Sul podio, Thielemann sfrutta al massimo le possibilità offertegli da complessi di questo livello per lavorare sulle atmosfere teatrali e musicali con un’ incredibile ricchezza di dettagli, offrendo ai solisti un perfetto sfondo in cui tutte le inflessioni del canto assumono un risalto pressoché perfetto. Una direzione che, insieme a quella del Tristan ripreso anche quest’ anno, ribadisce una volta di più la statura interpretativa di Christian Thielemann come massimo direttore wagneriano della nostra epoca, degno senza alcun dubbio di essere paragonato ai grandi maestri del passato.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Diversamente dal Tristan, poi, Thielemann in questo spettacolo poteva contare su un cast complessivamente adeguato alle esigenze dello spartito e soprattutto su un protagonista come Piotr Beczała, un Lohengrin di livello assolutamente straordinario come non si sentiva almeno dai tempi di Sandor Konya. Il tenore polacco ha sfruttato la sua emissione di scuola italiana per delineare un protagonista veramente nobile e araldico, dal canto che metteva in mostra un legato di altissima scuola e dal fraseggio pressoché perfetto in tutti i dettagli anche grazie a un’ eccellente pronuncia tedesca. La splendida mezzavoce in “Nun sei bedankt” e la splendida progressione dinamica del racconto “In fernem Land”, attaccato con un tono di estasi sognante e poi perfettamente sviluppato fino alla conclusione, erano cose veramente da tenore di altri tempi. Rispetto al video di Dresden, sempre con Thielemann, la caratterizzazione interpretativa di Beczała è apparsa ulteriormente maturata nel delineare un protagonista che oggi si pone come modello assoluto di riferimento. Al suo fianco, anche la prova di Anja Harteros come Elsa è apparsa molto convincente. Non sono un ammiratore assoluto di questa cantante, che trovo di solito corretta ma carente di personalità interpretativa, ma in questo caso devo riconoscere che l’ idea di una protagonista più amaramente disillusa che estatica era interessante e realizzata molto bene anche dal punto di vista vocale, a parte alcune note acute un po’ fisse e gridate in “Einsam in trüben Tagen”. Da qui in poi la Harteros ha cantato correttamente e con un’ incisività di fraseggio che io non avevo finora mai ascoltato in altre sue esecuzioni. Waltraud Meier, cantante che appartiene alla storia dell’ interpretazione wagneriana e che tornava a Bayreuth dopo diciotto anni dal suo celebre litigio con Wolfgang Wagner, ha messo in mostra tutto il suo carisma assolutamente soggiogante e la sua grande autorità di fraseggio come Ortrud anche se, a sessantadue anni, la voce ha perso qualcosa in termini di smalto e risonanza nelle note gravi. Eccellente anche Georg Zeppenfeld, a mio avviso il miglior basso wagneriano del momento per la sua voce ampia e morbida, nel tratteggiare un König Heinrich autorevole ma anche ricco di calda umanità. Molto buono anche l’ Heerrufer del baritono lettone Egils Silins, al contrario del Telramund di Tomasz Konieczny che è apparso il punto debole del cast per la voce morchiosa e il fraseggio rozzo, a tratti addirittura sguaiato e monotono in un canto sempre forzato, perennemente sopra le righe.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Venendo a parlare della parte scenica, devo dire prima di tutto che lo spettacolo guadagnava parecchio dalla visione in teatro rispetto alla diretta streaming che avevo visto prima di partire per Bayreuth. Ragionando nel complesso, le scene di Rosa Loy e Neo Rauch erano sicuramente ciò che dava il tono generale alla messinscena, visto che il regista israeliano Yuval Sharon subentrando all’ originariamente previsto Alvis Hermanis si è trovato a lavorare con un Konzept visivo già concepito per altre idee. Da qui il tono un po’ irrisolto di una recitazione che non arrivava quasi mai a comporsi in un vero racconto scenico, soprattutto nel terzo atto e, in genere, nelle scene di massa. La scenografia ideata dai due artisti sassoni, considerati tra i più rappresentativi della pittura tedesca contemporanea, era comunque decisamente suggestiva nel suo tono di insieme impostato su varie sfumature di blu, sapientemente valorizzate da quel vero e proprio mago delle luci che è Reinhard Traub. Il tono generale era quello di un’ atmosfera in cui si combinavano elementi fiabeschi con altri che richiamavano installazioni industriali quasi evocanti le messinscene di Patrice Chereau. Molto belli i costumi realizzati in uno stile che richiamava la pittura fiamminga rinascimentale, con un tocco ironico rappresentato dalle ali di insetto applicate alle spalle di tutti i protagonisti. Ben riuscita mi è apparsa in particolare la prima parte del secondo atto, in cui i fondali sovrapposti di nuvole evocavano un’ atmosfera bidimensionale quasi da richiamo al teatro barocco. Un po’ meno convincente invece il terzo atto, in cui la cabina elettrica arancione che faceva da stanza matrimoniale per Lohengrin ed Elsa, seguita poi dall’ apparizione finale di un Gottfried completamente vestito di verde che somigliava in maniera abbastanza comica a Kermit the Frog rappresentavano cadute di gusto che si potevano evitare. Ad ogni modo, si trattava di uno spettacolo che nel suo insieme si lasciava guardare senza troppo disturbo e a tratti regalava anche momenti visivi abbastanza piacevoli. Niente che potesse sminuire il piacere provato all’ ascolto di una parte musicale di livello complessivo molto elevato, senza dubbio la migliore esecuzione del Lohengrin ascoltata in questi ultimi anni e assolutamente esemplare per quanto riguarda la direzione e il protagonista. Trionfo di pubblico, a parte qualche meritato dissenso indirizzato a Konieczny, per uno spettacolo nel complesso degno della grande tradizione di Bayreuth e che, come ho detto in apertura di questo post, valeva davvero la pena di vedere.

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