Le cronache di Alessandro Cortese – “Don Giovanni” a Torino

Foto ©Ramella&Giannese

Come nuovo contributo della sua collaborazione con questo sito, Alessandro Cortese ha seguito per noi la ripresa del Don Giovanni mozartiano al Teatro Regio di Torino. Il suo lucido e competente resoconto merita senz’ altro di essere letto con grande attenzione.

 

                        “DON GIOVANNI” AL TEATRO REGIO DI TORINO

Con l’ allestimento della trilogia Mozart-Da Ponte, si conclude la stagione del Teatro Regio di Torino; una proposta stuzzicante affidata a tre bacchette di grande interesse e reputazione e alla ripresa di tre regie nate e rodate su quel palcoscenico: Speranza Scappucci ed Elena Barbalich per Le nozze di Figaro, Daniele Rustioni e Michele Placido per Don Giovanni, Diego Fasolis ed Ettore Scola per Così fan tutte. Chi vi scrive ha avuto modo di essere presente al “Don Giovanni” del 7 luglio e ho potuto  sorprendermi per varie ragioni e tutte positive: prima di tutto sulla carta il cast maschile era il motivo principale che aveva suscitato il mio interesse e che si è effettivamente rivelato vincente; eppure ci sono quelle serata nell’ opera in cui si crea una certa alchimia, una sorta di complicità tra il pubblico in sala, il palcoscenico ed il Golfo mistico che permette alla recita di sprigionare tutta la sua eccezionalità attraverso il lavoro e l’entusiasmo di ogni sua componente.
È ancora appagante osservare il pubblico giovane che quasi esauriva la sala, reagire con spontanea partecipazione alla maliziosa modernità delle battute di Leporello, premiare con calore la bravura degli interpreti non solo al termine delle rispettive arie, ma anche ai trionfali ringraziamenti al termine di ogni atto, o prorompere in sonori applausi a salutare la riuscita della scena che sancisce la caduta di Don Giovanni, un momento di insostenibile tensione grazie alla bravura della bacchetta e delle tre voci gravi che agivano sul palcoscenico. Ed è altrettanto appagante partecipare, convinto, con il pubblico al trionfo finale tributato a tutti gli interpreti.

Merito, prima di tutto, del Maestro Daniele Rustioni: il quale non vorrà rivoluzionare la lettura del capolavoro mozartiano, eppure possiede la capacità di leggere la partitura con la perizia di chi vuole approfondire le palpitanti contraddizioni della musica e del canto e di imporre una sua visione interpretativa. Una lettura dai toni notturni, dall’ agogica spedita che si rilassa solo davanti alle arie, il cui accompagnamento carezzevole e malinconico eleva con affettuosità i personaggi ed i momenti scenici che il canto commenta e analizza. Rustioni non manca di trasformare il gioco in cinico sarcasmo fino a precipitarlo nel dramma più toccante, spiazzando anche in maniera radicale  l’ impatto emotivo che il pubblico ha interiorizzato, e dunque si aspetta, verso le scene più famose dell’ opera: ad esempio il duetto Don Giovanni – Zerlina viene spogliato delle componenti seducenti o smancerose, al cui posto emerge la complessità di una spessa ed efficace rete predatoria che avvolge i due personaggi; la femminilità orgogliosa e offesa di Donna Elvira è sottolineata da un accompagnamento che ne esalta le asprezze della tessitura sia nelle arie che nei recitativi, questi ultimi resi talmente ossessivi da configurare la donna come autentica avversaria di Don Giovanni; il quale dilaga sul palcoscenico sostenuto da un suono che lo vuole sì gioiosamente razionale e sprezzante, ma anche felino nella trasparenza della serenata e non poco disperato, come nell’ aria del vino in cui è l’ isteria dei tempi dell’ orchestra a rivelare un certo timore nella personalità di Don Giovanni, o ancora come nel confronto tra il protagonista ed il convitato di pietra, uno schianto apocalittico che letteralmente scatena l’ orchestra esaltando gli inquietanti colori della partitura. Ne esce trasformato anche Don Ottavio, personaggio sempre tanto problematico e di difficile collocazione: Rustioni decide per un suono quasi diafano e sospeso, evidentissimo nell’ accompagnamento a “Dalla sua pace”, dalla cui nobiltà emerge più un padre turbato che un amante vendicatore, lettura coerente con la teatralità di Da Ponte. Elogi che vanno estesi a un’ orchestra complice del podio, dal suono di innegabile, profonda, bellezza soprattutto negli archi e negli ottoni e che al termine applaudirà con convinzione il proprio direttore.

Foto ©Ramella&Giannese

E se la parte sonora era di così alto livello, anche il cast contribuisce in egual misura al successo della serata. Logico richiamare alcuni dei cantanti che hanno già avuto modo di partecipare alle riprese di questo allestimento nato nel 2005 e rivisto nel 2013: Carlos Alvarez, Maria Grazia Schiavo che sostituiva l’ indisposta Erika Grimaldi, Carmela Remigio, Mirco Palazzi, Rocio Ignacio e Fabio Maria Capitanucci formano infatti una compagine affiatata e per certi versi quasi ideale, coadiuvati da Juan Francisco Gatell e Gianluca Buratto. Imponente il Don Giovanni di Carlos Alvarez: maturo, fascinoso, rapace, tormentato protagonista vanta una emissione ragguardevole che gli permette un ottimo controllo del fiato e dell’intonazione, oltre ad assottigliarsi e addolcirsi mai a discapito del volume; e se il timbro così scuro e corposo è ancora integro, colpiscono la dizione e il fraseggio ovunque carismatico che gli permettono di variare registro espressivo ogni scena, una miniera di accenti sostenuti da un canto e uno stile esemplari. Al suo fianco, Mirco Palazzi è un Leporello di egual carisma e profondità di fraseggio, ed è evidente l’ intesa scenica che scorre con Alvarez: la voce è senza dubbio piccola, ed in alto incorre in qualche sporadica opacità, ma non ha problemi a passare l’ orchestra grazie a una emissione solida e una scaltra elasticità del controllo del fiato. Palazzi possiede timbro sensuale e virile e la chiarezza della dizione gli consentono un fraseggio che non tradisce la disillusione di fondo, sentimento che lo accompagnerà per tutto lo spettacolo.

Una piacevole sorpresa è stata la Donna Anna di Maria Grazia Schiavo, un soprano lirico leggero, che tradizione vuole più associato a Zerlina che alla nobile Dama in lutto, sempre affrontata quest’ultima da lirico spinti o da soprani drammatici a loro agio nella coloratura; eppure l’ accento, il  temperamento di cui è dotata la Schiavo bruciano di autentica drammaticità: dà soddisfazione ascoltare un timbro così luminoso associato ad una tecnica così pregiata affrontare con tanta spavalderia e gusto un personaggio così difficile dal punto di vista vocale. Le progressioni all’ acuto, la coloratura e gli abbellimenti presi di slancio come i frequenti intervalli, il buon legato, l’ intonazione controllata, tutto concorre a rendere credibile l’ incarnazione di questa Donna Anna così ieratica nei modi e così feroce negli scatti più tragici. Al suo livello, e ammetto che non me lo sarei aspettato dopo le ultime prove un po’ anonime, la Donna Elvira di Carmela Remigio. Finalmente in un ruolo che domina con credibilità, gusto e sapienza sia scenica che vocale, la Remigio incorre in qualche suono tubato nelle note sotto al rigo e in qualche tensione in alcune note sopra al Sol, ma nulla che comprometta la buona riuscita della sua incarnazione. Il timbro negli anni si è schiarito, ma al centro e sul passaggio la voce possiede una sua corposità oltre ad un legato preciso che le consente una coloratura attendibile, ed i momenti più ostici come i salti dal passaggio al grave o gli abbellimenti delle arie o i passaggi più spianati, sono affrontati con sicurezza e duttilità. Emerge la fraseggiatrice appassionata e dolente, che affronta Don Giovanni con commovente, aspra partecipazione, senza rinunciare ad un tocco di umanissima autoironia. Degni d’encomio anche il Masetto tenero, spigliato, intonato nell’emissione e squisito nel canto di Fabio Maria Capitanucci ed il tenebroso e tonante Commendatore di Gianluca Buratto, che denuncia solo qualche incrinatura in alto, ma compensa con la solida interpretazione ed un’ampiezza rispettabile. Parecchi gradini sotto si attestano le prove di Rocio Ignacio e di Juan Francisco Gatell, che pur nella loro correttezza, non sono paragonabili all’esito dei colleghi. La prima avrebbe tutto per essere una Zarlina credibile: accento giusto e piccante, dizione, estensione, volume; eppure l’emissione è problematica costringendola a intubare la voce fino alla gutturalità o a spingerla indietro quando la tessitura si solleva; Gatell possiede dei piani suggestivi, ed una certa sensibilità nel fraseggio, ma il timbro è querulo, l’ appoggio non è solido e quindi la voce risulta tremula, poco a fuoco in ogni registro e nell’ intonazione.

La regia di Michele Placido, ripresa da Vittorio Borrelli, è rispettosa della drammaturgia di Da Ponte e approfondisce e differenzia con i gesti, le espressioni, i movimenti sempre nervosi, tutti i personaggi così da conferire un’azione ed una tensione continua a tutta la vicenda. Le scene di Maurizio Balò volutamente scarne e oscure, dominate da muri obliqui e incrostati, tendaggi barocchi che facilitano il cambio delle scene, lugubri arredi in stile, statue impressionanti, inquadrano la vicenda in un paese mediterraneo che ha rinunciato alla solarità e che vive inghiottito dalla opprimente tenebra pensata da Andrea Anfossi, un lutto diffuso che copre i costumi di tutti i personaggi, tranne quelli di Don Giovanni, che in mezzo alla sobrietà atemporale degli abiti dei suoi colleghi, sfoggia cappe e cappelli di colore chiaro, una macchia di luce, un corpo estraneo e quindi attrattivo e distruttivo in tanta oscurità. Nel finale sarà l’ intero palcoscenico ad essere accolto nell’ abisso inondato di bagliori infernali ma, come ultima beffa, sarà lo stesso Don Giovanni a chiudere il sipario ridendo della falsa morale imposta al pubblico dalle sue vittime. L’ abbraccio sincero tra il Maestro Rustioni e Maria Grazia Schiavo in segno di gratitudine per essere subentrata con professionalità e bravura al posto della titolare, nonostante avesse smesso la sera prima i panni di Susanna, l’ orchestra in piedi e plaudente, la compagnia festeggiata con toni del trionfo da tutta la sala, rappresentano bene l’atmosfera di comunione che si respirava a teatro.

La recensione si riferisce alla recita del 7/7/2018

Alessandro Cortese

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