Bayerische Staatsoper – Arabella

Foto ©Wilfried Hösl

Dopo la fine della stagione regolare, il cartellone della Bayerische Staatsoper ha tradizionalmente un’ appendice costituita dal Münchner Opernfestspiele, nel cui programma in genere una nuova produzione viene affiancata da alcune riprese scelte fra gli spettacoli di maggiori successo. Da parecchi anni io cerco sempre di fare almeno una visita a questa rassegna, anche perché la capitale bavarese in questo periodo dell’ anno consente di gustare tutte le sue bellezze in una situazione meteorologica splendida. Quest’ anno, scartato il nuovo e pubblicizzatissimo Parsifal del millennio il cui cast, secondo i miei gusti, mi interessava davvero poco, ho deciso di concedermi una gita a München per assistere alla ripresa di Arabella, opera che qui in Germania gode di una discreta popolarità non corrispondente al successo incontrato al di là dei confini. Composta fra il 1929 e il 1932, Arabella rappresenta l’ ultimo frutto della collaborazione tra Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, che morì solo cinque giorni dopo aver consegnato al compositore il libretto completo. La scelta del soggetto, una commedia ricca di equivoci e doppi sensi ambientata nella Vienna asburgica di fine Ottocento, rappresenta un tentativo abbastanza evidente di riportare in vita l’ atmosfera del Rosenkavalier, con il suo umorismo ricco di sottintesi erotici affiancato da una sentimentalità struggente. Forse, a rifletterci bene, Arabella potrebbe anche essere vista come una specie di rilettura di Die Fledermaus in chiave sentimentaleggiante, senza il ritmo teatrale serratissimo e la graffiante ironia che caratterizzano la scintillante operetta del Walzerkönig Johann Strauss. Il tentativo però non è completamente riuscito, anche perché dal punto di vista della tensione drammaturgica il libretto di Hofmannsthal presenta diverse carenze e situazioni risolte in maniera un po’ macchinosa e forzata. L’ opera comunque merita un ascolto attento per la qualità della musica, che contiene alcune tra le pagine più ispirate del teatro di Richard Strauss, e la squisitezza stilistica del testo, scritto in un tedesco elegante e ricco di finezze percepibili solo da chi ha una buona pratica della lingua. Per fare un esempio, la frase “und diesen unberührten Trank kredenz‘ ich meinem Freund” rivolta da Arabella a Mandryka nella scena finale,  in cui il verbo kredenzen, che da anni non si sente più e nel linguaggio dei nobili e delle classi sociali elevate significava “servire bevande agli ospiti”, è solo uno fra i tanti esempi di un registro linguistico estremamente raffinato e pieno di straordinarie sottigliezze. Dal punto di vista musicale, Strauss utilizza nella partitura uno stile di canto basato su una conversazione assai fluida, con un trattamento orchestrale di eccezionale abilità dal punto di vista della strumentazione. Mancano forse nell’ opera quei due o tre brani che si imprimono infallibilmente nella memoria come ad esempio nel Rosenkavalier accade con il monologo della Marschallin, la presentazione della rosa e il Trio della scena finale, e questo forse è il limite più evidente di Arabella, un lavoro musicalmente ricco di pregi ma che in effetti suona un po’ come il rifacimento di un capolavoro.

Foto ©Wilfried Hösl

L’ opera fu rappresentata per la prima volta alla Dresdner Staatsoper il 1° luglio 1933 con Viorica Ursuleac come protagonista e sotto la direzione di Clemens Krauss, subentrato dopo che Fritz Busch, a cui Strauss aveva dedicato la partitura, era stato rimosso dal suo incarico di Generalmusikdirektor del teatro dal governo nazista. Nel dopoguerra, la parte di Arabella divenne un’ icona personale di Lisa Della Casa, che in questo ruolo ci ha lasciato forse la sua interpretazione più completa. Anche il personaggio di Zdenka, la sorella minore della protagonista costretta a presentarsi in pubblico come un ragazzo perché la famiglia del conte Waldner, nobile finanziariamente decaduto, non può permettersi di presentare adeguatamente in società due figlie femmine, offre ottime occasioni di mettersi in mostra alle interpreti. Lo stesso si può dire del ruolo di Mandryka, il ricco aristocratico provinciale e leggermente grossolano quasi a ricalcare certe movenze del Barone Ochs, che alla fine sposerà Arabella portando la vicenda a lieto fine. Riassumendo quanto ho scritto fin qui, Arabella non è forse un capolavoro ma sicuramente una di quelle opere che si vedono con piacere e che ti fanno passare una bella serata a teatro, a patto che l’ esecuzione sia preparata con cura. Da questo punto di vista, la Bayerische Staatsoper in questa produzione ha fatto le cose per bene. Richard Strauss ebbe sempre rapporti stretti con il teatro della sua città natale e anche oggi le sue opere sono sempre allestite a München con grande attenzione fino ai minimi particolari. In questo allestimento, che risale al 2015, il regista Andreas Dresen ha spostato la vicenda un’ ottantina di anni avanti, nella Vienna degli anni dell’ Anschluss, per sottolineare il ruolo rivestito dalla storia esecutiva di Arabella nei complicati rapporti che Strauss ebbe con il regime nazista: il compositore infatti, tra le altre cose, regalò la partitura autografa dell’ opera a Hermann Göring come dono di nozze. Niente di esagerato, comunque: solo alcuni ufficiali in uniforme durante il Fiakerball del secondo atto simboleggiavano questa allusione in una struttura scenica molto essenziale, con la vicenda raccontata in maniera assai efficace tramite una recitazione molto curata in tutti i dettagli. Sul podio, Constantin Trinks ha ottenuto un suono di grande bellezza e fraseggi ricchi di sfumature da un’ orchestra in eccellente stato di forma. Il quarantatreenne direttore originario di Karlsruhe è un musicista di tecnica solida, con un gesto chiaro e molto elegante, che gli consente di sostenere l’ orchestra nei passaggi difficili e di realizzare molto bene le intenzioni di una personalità interpretativa senza dubbio spiccata e originale. Soprattutto la morbida malinconia del duetto tra Zdenka e Arabella “Aber der Richtige” e la delicatezza melodica della scena finale erano fra le cose più riuscite di una direzione matura e completa. Nella compagnia di canto, ottima la prova di Doris Soffel e Kurt Rydl, due veterani del teatro wagneriano, nei ruoli del Conte e della Contessa Waldner. Buona anche la prestazione vocale del tenore Benjamin Bruns come Matteo, il giovane ufficiale innamorato senza speranze di Arabella. Di buon livello anche i tre interpreti dei ruoli principali. Hanna-Elisabeth Müller, soprano trentaquattrenne originaria di Mannheim da cui io ho ascoltato negli ultimi anni cose eccellenti in diversi concerti a Stuttgart e che si sta imponendo come una tra le voci femminili più interessanti della giovane generazione, è stata una Zdenka splendida per vivacità, spigliatezza scenica e intensità di un fraseggio espresso tramite una voce morbida e luminosa. Il baritono Thomas Johannes Mayer ha una voce di timbro un po’ ruvido che si adatta bene alla parte di Mandryka e la sua interpretazione è stata molto convincente per la linea di canto abbastanza corretta e il fraseggio privo di eccessi. Anja Harteros come protagonista ha cantato abbastanza bene, senza quelle disuguaglianze di emissione che ne limitano pesantemente la resa quando affronta le opere italiane. Quello che a me continua a non convincere in questa cantante, nonostante la sua fama di artista fra le migliori del momento, è la scarsa personalità del suo fraseggio, troppo spesso monocorde e privo di sfumature. In questo caso, ne è venuta fuori un’ Arabella preoccupata solo di essere sempre algida e distaccata, il che potrebbe anche essere una chiave interpretativa legittima che però, a mio avviso, risulta troppo limitativa nel rendere tutte le sfumature di un ruolo abbastanza complesso. Buone anche le prove degli interpreti di tutti i ruoli minori. Teatro gremito e grande successo. A München le opere di Richard Strauss sono amatissime dal pubblico e questa serata lo confermava ampiamente.

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