Antonio Juvarra – “Psychoantropologia vocalis”

Antonio Juvarra ci invia il suo consueto articolo mensile, ultimo prima delle ferie estive. La sua rubrica riprenderà regolarmente con il mese di settembre. Buona lettura a tutti.

 

PSYCHOANTHROPOLOGIA VOCALIS

In base al dizionario si dice ‘apotropaico’ (o ‘scaramantico’) “quell’oggetto o quell’atto, considerati capaci di allontanare (in greco: ‘apotrepein’) gli influssi maligni”.

Nel mondo dell’opera gli atti e gli oggetti, utilizzati per scongiurare quell’evento nefasto che è il Fiasco (collettivo o individuale), sono i più svariati: si va dai gesti osceni alla raccolta di chiodi dietro le quinte, alla bottiglietta di acqua benedetta (preferibilmente di Lourdes).

È noto che una volta Corelli, come lui stesso raccontò, fu sul punto di far saltare una recita al Metropolitan perché, oltre alla bottiglietta di acqua benedetta, che aveva normalmente in dotazione, non riusciva più a trovare neanche l’ immagine di S. Rita da Cascia, entrambi suoi strumenti scaramantici ‘di rito’.

Due secoli e mezzo prima, nel Settecento, in un’epoca in cui perdurava ancora la fede nell’esistenza degli anelli magici, Franz Joseph Haydn confessò che se si metteva a comporre senza avere al dito un anello di diamanti che gli aveva regalato Federico II, non gli veniva nessuna idea.

Nel Novecento invece qualcuno (sicuramente non un re, probabilmente un facchino con l’ hobby del canto) incominciò a far circolare la leggenda che indossando una cintura (e lottando contro di essa con l’addome) si riusciva a cantare molto meglio.

Siccome ogni epoca esprime il peculiare mix di intelligenza e stupidità che la caratterizza, non c’ è bisogno ovviamente di analizzare la diversa ‘composizione neuronale’ che  è all’ origine di questi due tipi di amuleto: gli anelli magici indiamantati e le cinture magiche affaticanti.  A questo proposito è noto che Nerone (il quale, com’ è noto, avrebbe voluto avere successo più come cantante che come imperatore) invece della cintura usava una lastra di piombo contro cui lottare ‘tecnicamente’, ma se teniamo conto dei  risultati disastrosi da lui ottenuti come cantante con questo suo ‘amuleto’, c’ è da rimanere trasecolati del fatto che i posteri non abbiano appreso nulla dal suo esempio, ma anzi continuino beatamente a trastullarsi lottando contro le cinture.

Mentre il problema degli oggetti scaramantici sorge quando vengono smarriti, invece il problema degli ATTI scaramantici (o comunque magici) sorge quando vengono scambiati per… tecnica vocale (il che per altro è anche il problema della cinture).

Un esempio di atto magico-scaramantico mimetizzato da espediente tecnico vocale, è quello di spostare pianoforti coi muscoli addominali o, peggio ancora,  di sollevarlo con le mani, atti entrambi finalizzati (in mancanza della vecchia lampada di Aladino da strofinare) all’ evocazione del moderno genio del canto: il Diaframma.

Occorre per altro ricordare che nel canto, tra i comportamenti degni di studio antropologico (anch’essi  mimetizzati come tecnica vocale),  non ci sono solo singoli atti magici, ma anche veri e propri RITI scaramantici.

Il più inquietante di questi riti è quello che consiste nel:

1 – fare vocalizzi fino a rimanere afoni;

2 – fare silenzio per i fatidici tre giorni successivi;

3 –  rimanere in fiduciosa attesa che la voce, così intelligentemente violentata, “post fata resurgat”.

Non è esclusa, nella prima fase di questo rito, la comparsa di quello che è noto come ‘effetto Melocchi’, rossa ciliegina sulla torta degli ‘afonizzi’, e cioè: lo sbocco di sangue dalle corde vocali a coronamento dei succitati anti-vocalizzi.

L’equivalente pianistico (o violinistico) di questo rito sarebbe:

1 – scaricare con le mani per mezza giornata macigni di ottanta chili ciascuno, per rafforzare le dita;

2 – riposare per i tre giorni successivi;

3 – mettersi davanti allo strumento e assistere al miracolo delle dita che corrono agili e vigorose sulla tastiera.

In effetti in questo caso si potrebbe parlare di rito osceno (ovviamente nel senso, letterale ed etimologico, di operazione che avviene  ‘fuori scena’) anzi, volendo essere più precisi e scientifici nelle definizioni, di rito osceno di tipo autolesionistico e di probabile natura masochistica, se non fosse che l’antropologia ci suggerisce altre possibili interpretazioni, che si affiancano a quella psichiatrica:  regressione ai riti primitivi di iniziazione violenta (magari giusto per dire che la propria ‘tecnica vocale’ è più ‘antica’ di tutte le altre),  esorcismo laico, riesumazione di un mito di morte e resurrezione, mentre da parte sua la teologia ci suggerisce come chiave interpretativa l’ idea cristiana che solo attraverso la via crucis dell’ Afonia, intelligentemente indotta alle corde vocali da speciali ‘vocalizzi’,  la voce possa poi risorgere in tutto il suo splendore ai cieli  dell’Eufonia.

Dopo tutto questo affollarsi di ipotesi, l’ antropologia provvede a evidenziare anche un’altra causa profonda che agisce nella mente umana: l’ idea bizzarra che dicendo qualcosa, questa cosa non accadrà  o che addirittura potrebbe accadere la cosa contraria a ciò che si è detto. Per tale motivo, sia in Italia che all’ estero, si usa augurare il contrario di ciò che si desidera che accada (vedi l’ italiano “in bocca al lupo!” e l’inglese “break a leg!”)

A questo punto non può non fare il suo trionfale ingresso in scena un’ altra idea strana: l’ idea del sacrificio, inteso come scambio mercantile, do ut des molto concreto, ovvero: rinuncio a qualcosa che mi è caro, per avere ‘in cambio’  qualcos’ altro (a cui ovviamente tengo molto di più).

A questo proposito si sa che perfino Freud non si astenne dal compiere ‘atti magici’ di questo tipo per evitare l’ accadere di una disgrazia: ad esempio nel 1905 ruppe una preziosa statua di una sua collezione come ‘offerta sacrificale’ per salvare la vita della figlia in pericolo, e vent’ anni dopo buttò via i suoi occhiali da vista, cui teneva moltissimo, per lo stesso motivo.

Tuttavia esiste una netta differenza tra i sacrifici magici di Freud e quelli dei cantanti delle self-afonie: infatti nel compiere i suoi atti di distruzione scaramantici, Freud aveva l’accortezza di NON sacrificare il suo strumento di lavoro e cioè la mente. Detto in altre parole, non è che prima di un’ analisi o una conferenza importante, Freud incominciasse a dare testate contro il muro, pensando che sacrificando in questo modo il cervello, poi questo avrebbe funzionato meglio, come invece teorizzano per le povere corde vocali certi loro irresponsabili proprietari.

Non ci vuole molto insomma a capire che i poteri magici è più prudente attribuirli a oggetti e riti innocui e indolori che a oggetti e riti distruttivi.

Un’ analoga magica funzione catartica (nel senso di evocare l’ oggetto della paura per liberarsene) viene svolta dai mostri delle fiabe, i quali infatti non sono un semplice contorno del racconto, ma ne rappresentano il nucleo centrale.

A questo punto, in un quadro psicologico così chiaro, continua a permanere una zona oscura, rappresentata dal misterioso movente che spinge alcuni a trasferire, come succede appunto col rito dei vocalizzi ‘afonogeni’, l’ evento traumatico che si vuole scongiurare, dal piano puramente simbolico e virtuale a quello pienamente (e dolorosamente) reale, ciò che in pratica corrisponde al  pensare di apprendere meglio la fiaba di Cappuccetto Rosso, facendosi morsicare da un cane lupo, mentre ci viene raccontata.

In altre parole, se per scongiurare l’ evento infausto di finire  divorati ‘in bocca al lupo’, ‘normalmente’ uno si limita a farselo AUGURARE da altri a parole, che cos’ è che invece spinge certe menti a REALIZZARE quest’evento su di sé  effettivamente?

Se non fosse che i fautori della teoria dell’afonia melogena sono anche eroici sostenitori della teoria ‘biblioclastica’, in base alla quale “non si canta coi libri” (e grazie alla quale  approfittano per stare a rigorosa distanza di sicurezza da questi strani oggetti), si sarebbe tentati di considerarli seguaci del filosofo Fichte e della sua teoria secondo cui “l’Io pone nell’Io il non-Io”, oltre che del principio di Spinoza secondo cui “omnis determinatio est negatio (“ogni determinazione comporta una negazione”), da cui il corollario, da essi stabilito, “omnis vocis educatio est vocis destructio” (“ogni educazione vocale comporta una distruzione vocale”).

Esclusa, per i motivi sopra esposti, questa ipotesi, e constatato che per spiegare un enigma psichico del genere non basta la normale psicologia, associata all’antropologia, non resta che far ricorso a una nuova disciplina specialistica, tutta da fondare: la ‘psicoantropolologia vocale’, appunto, una delle cui vette speculative è la ‘tenorologia’.

Essa è l’ unica  in grado di farci accettare come ‘normale’ (in senso relativo) la seguente logica: inventarsi la storia di un trauma, procurarsi effettivamente e materialmente quel  trauma e, nonostante questo, non capire nulla del significato di quel trauma e della relativa morale della favola.

Ed è così che genialmente i seguaci di questa setta si comportano come dei cristiani che, per essere più cristiani e ‘filologici’ degli altri, alle parole dell’ eucarestia “Questo è il mio corpo, a voi offerto in sacrificio..”, si dessero al cannibalismo.

Antonio Juvarra

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Un pensiero su “Antonio Juvarra – “Psychoantropologia vocalis”

  1. Si può essere ciechi e sordi per determinazione propria, e in tal caso ognuno è padrone del proprio destino; il grosso guaio è dato dal codazzo di proseliti incantati dalle sirene di questi idealisti della menomazione volontaria che riempiono i loro trenini di “turisti” del canto destinati verso il Nulla.
    Il Web pullula di maestri di Belcanto. Una valle di lacrime.

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