Ludwigsburger Schlossfestspiele 2018 – Boris Giltburg

Foto @neumeister-photographie.de

Il pianismo odierno ha raggiunto un livello medio altissimo, dal punto di vista tecnico e formale. Non sempre però questo livello di preparazione che tutti i giovani strumentisti sono in grado di esibire si traduce automaticamente in esiti significativi sotto il profilo dell’ interpretazione. Questa considerazione si adatta perfettamente al recital di Boris Giltburg, trantaquattrenne pianista moscovita cresciuto e formatosi in Israele, che al Ludwigsburger Schlossfestspiele ha presentato un programma estremamente impegnativo dal punto di vista virtuosistico. Giltburg, vincitore di numerosi concorsi internazionali tra cui il celebre Concours Musicak Reine Elisabeth di Bruxelles, è senza dubbio un pianista in possesso di mezzi tecnici fuori dal comune ai quali però non si unisce, almeno da quanto abbiamo ascoltato nel concerto alla Ordensaal, una personalità interpretativa completamente matura. Tutto questo è sembrato molto evidente nell’ esecuzione dei dodici Études d’ exécution trascendante di Liszt, che occupava tutta la prima parte del programma. Chi si intende di pianoforte sa bene, senza che debba spiegarlo io, come questa raccolta costituisca una tra le sfide virtuosistiche più estreme di tutta la letteratura pianistica. Pochissimi nel corso della storia sono stati i concertisti che hanno osato eseguire il ciclo completo in una sola serata. Personalmente, nel corso della mia esperienza di ascoltatore ho avuto modo di assistere solo alle esecuzioni di Lazar Berman, Michele Campanella e, tre anni e mezzo fa, alla stupenda prova di Daniil Trifonov a Stuttgart. I risultati ottenuti da Boris Giltburg in questa impresa estrema non mi sono sembrati all’ altezza di quanto richiesto dal ciclo lisztiano, che impegna lo strumentista fino al limite delle possibilità non solo dal punto di vista tecnico ma anche per quanto riguarda l’ espressvità e il gioco delle tinte. Il giovane pianista russo-israeliano ha affrontato e risolto tutte le difficoltà richieste dalla scrittura lisztiana con un’ eccellente padronanza tecnica, ma questo non basta a rendere pienamente tutti gli aspetti degli Studi Trascendentali: all’ interprete infatti si richiede anche leggerezza, trasparenza del suono nei passaggi delicati, capacità di utilizzare il virtuosismo per la creazione di atmosfere, raffinatezza e souplesse. Pensando alle incisioni discografiche più conosciute. forse solo Lazar Berman è stato in grado di sodisfare pienamente tutte queste esigenze nella sua celebre registrazione del 1963 insieme, forse, a Claudio Arrau che utilizzava la sua grandiosità epica di fraseggio per delineare un Liszt epico, evidenziando al massimo gli aspetti della scrittura assimilati dalla cultura tedesca. Tra i pianisti delle ultime generazioni, forse solo Daniil Trifonov è apparso all’ altezza della sfida di sesto grado rappresentata dai Trascendentali, come documentato dalla sua splendida incisione effettuata per la DG. Tutto questo non è alla portata di un pianista come Giltburg, che ha messo in mostra una precisione ragguardevole nei passaggi più impegnativi, resi con una carica virtuosistica di ottimo livello, maanche un insufficientegioco di mezze tinte che ha compromesso la resa di brani come “Paysage”, “Ricordanza” “Harmonies du soir”. Per quanto riguarda le acrobazie e i numeri di alta classe che la sctittura richiede in pagine come “Mazeppa”, “Wilde Jagd” e il decimo Studio in fa minore, Giltburg ha dimostrato un dominio della tastiera sicuramente degno di un concertista che si esibisce a livello internazionale.  non Purtroppo il giovane virtuoso forza spesso il suono e, anche se esibisce ottave, accordi ribattuti e tremoli notevolissimi per precisione e potenza, i passaggi in fortissimo suonavano spesso impastati e poco chiari. Nel complesso, una prestazione lodevole ma non sufficiente per una sfida tanto impegnativa.

Molto migliore mi è sembrato l’ esito della seconda parte, in cui l’ ottima esecuzione dei nove Études Tableaux op. 39 di Rachmaninov ha permesso a Boris Giltburg di mettere in mostra le sue qualità migliori. Parlando di controllo delle sfumature, qualità del suono e spontaneità di fraseggio si capiva molto bene come Giltburg si trovasse molto più a suo agio con questa musica e dominasse le difficoltà della scrittura, che anche in questo caso sono abbastanza complesse, in maniera molto più sicura e consapevole. Molto belli sono sembrati certi effetti di fraseggio epico, qui assai meglio riusciti rispetto alla prima parte. Ma tutta l’ esecuzione del ciclo è apparsa complessivamente molto più matura e meditata rispetto a quella dei Trascendentali. In definitiva, Giltburg mi è sembrato un pianista in possesso di qualità indubbiamente molto interessanti che potrebbero essere meglio sfruttate in un repertorio più adatto alle sue caratteristiche di musicista. Successo vivissimo.

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