Ripresa di “Der Freischütz” alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©Martin Sigmund

Esistono spettacoli che nei teatri lirici sono arrivati ad essere veri e propri oggetti di culto, oltre che preziosi documenti di storia operistica.  Uno tra i più significativi in questo senso è sicuramente la messinscena del Freischütz di Carl Maria von Weber firmata da Achim Freyer che la Staatsoper Stuttgart ripropone in questo giorni, un allestimento che dal 1980 viene ripreso quasi ogni anno e che con questa serie di recite arriverà a raggiungere la soglia delle centosettanta repliche. È una produzione amatissima dal pubblico di Stuttgart, che ancora oggi  fa registrare spesso il tutto esaurito ed è diventata quasi un simbolo storico della Staatsoper. Nelle repliche degli ultimi anni, non è raro incontrare in teatro spettatori che hanno visto questo spettacolo da giovani, negli scorsi decenni e ora tornano ad assistervi insieme ai figli. Il tono elegante e perfettamente rispettoso del testo con cui Achim Freyer ha messo in scena il capolavoro di Weber giustifica perfettamente il consenso di pubblico immutato dopo trentotto anni, tanto che questa produzione è divenuta un vero e proprio emblema di uno stile registico che oggi quasi non esiste più. L’ idea su cui Achim Freyer aveva basato la messinscena era quella di evocare il mondo delle recite da fiera paesana che formavano il divertimento principale del popolo nella Germania dei secoli scorsi, con una recitazione che cita deliberatamente gestualità arcaiche, scene dipinte e la presenza di marionette e pupazzi animati rievocante il mondo del Puppen- e del Jahrmarktstheater, le rappresentazioni popolari tipiche delle festività tedesche nei secoli scorsi. Il pubblico viene accolto in sala da una registrazione di uccelli che cantano, unico tratto innovativo della messinscena insieme all’ apertura dello spettacolo nella quale viene recitata la prima scena del libretto di Friedrich Kind, quella tra Agathe e l’ Eremit che Weber decise di non musicare.

Come avviene da anni, il pubblico ha gustato appieno anche questa volta il fascino di questa messinscena perfetta nella sua evocazione di atmosfere da stampa popolare, che oltretutto permette anche allo spettatore poco preparato di comprendere perfettamente i dettagli della vicenda e mette in rilievo in maniera pressochè ideale il contenuto musicale della partitura. Dopo aver visto questo spettacolo almeno dieci o dodici volte, credo si imponga una riflessione. Le rielaborazioni drammaturgiche troppo spinte tipiche di certo Regietheater hanno tra le conseguenze negative anche quella di rendere difficile la comprensione dell’ opera per una gran parte di pubblico, in quanto necessitano di una conoscenza approfondita della trama originale per poter comprendere la trasposizione della vicenda. Conosco personalmente qui in Germania molti appassionati che da anni non vanno più a teatro perché letteralmente infastiditi da ciò che si vede sulla scena in quasi tutte le produzioni operistiche di oggi. Credo che la crisi di pubblico e il disamore dei melomani per l’ opera lirica, fenomeni purtroppo in crescita costante e dei quali spesso tutti noi ci lamentiamo, siano dovuti non poco anche a questo fattore. Pertanto il successo immancabile registrato da queste riprese di allestimenti tradizionali dovrebbe essere un segnale su cui le direzioni artistiche dei teatri lirici, non solo qui in Germania, farebbero bene a meditare approfonditamente.

Foto ©Martin Sigmund

Chi non avesse la possibilità di venire qui a Stuttgart per assistere a questa stupenda messinscena, che sarà replicata anche nel prossimo autunno, può comunque procurarsi il DVD girato nel corso delle recite inaugurali con la direzione musicale di Dennis Russel Davies, a quel tempo Generalmusikdirektor della Staatsoper Stuttgart, e un cast che aveva la sua punta di diamante nella splendida Agathe impersonata da Catarina Ligendza, soprano svedese che fu una tra le massime interpreti in assoluto di ruoli come Brühnhilde e Isolde (quest’ ultima cantata anche a Bayreuth con Carlos Kleiber) e fu per anni Festmitgliederin dell’ ensemble, amatissima dal pubblico di Stuttgart fino al punto di essere nominata Kammersängerin ed Ehrenmitgliederin del teatro. Qui di seguito, un’ altra immagine dello spettacolo.

Foto ©Martin Sigmund

Nel corso degli anni, decine di direttori e cantanti si sono alternati nei cast delle riprese di questo allestimento. Venendo a descrivere la parte musicale della serata in esame, devo dire che nell’ insieme si è trattato di un’ esecuzione di buon livello, adatta a restituirci adeguatamente le bellezze musicali di un’ opera che, per quanto mi riguarda, oltre a essere un capolavoro indiscutibile è tra quelle che io da sempre amo di più. Il merito principale va attribuito a Daniele Rustioni, il giovane direttore milanese a proposito del quale io mi ero espresso molto favorevolmente recensendo il suo concerto tenuto tre settimane fa con la Staatsorchester Stuttgart alla Liederhalle. Anche in questa occasione, Rustioni ha dimostrato piena comprensione della partitura oltre a un notevole senso del teatro, accompagnando il canto con flessibilità ed equilibrio e ottenendo belle sonorità da un’ orchestra come sempre in ottime condizioni di forma. Le tinte orchestrali morbide e delicate nelle scene intime e la magnifica tensione drammatica ottenuta dalla bacchetta nella celebre scena della Wolfsschlucht erano i momenti migliori di una direzione davvero notevole per efficacia narrativa e carica teatrale. Splendida la prova del coro della Staatsoper diretto da Johannes Knecht, che nelle scene di massa del primo e terzo atto si è imposto come vero protagonista della serata guadagnandosi l’ applauso a scena aperta, divenuto nel corso degli anni quasi un vero e proprio rituale nelle recite di questa produzione, sulle battute orchestrali che concludono il celebre Jagdlied precedente la scena finale.

Come in tutte le ultime riprese, il cast era formato da elementi dell’ ensemble della Staatsoper. Notevole il Max del tenore argentino Daniel Kluge, qui di solito impiegato in parti da caratterista e che in questa occasione ha reso molto bene il ruolo grazie alla robustezza della sua voce nel settore centrale e al suo notevole talento scenico. Mandy Fredrich, che impersonava Agathe, ha iniziato con qualche incertezza nella grande aria del secondo atto “Wie nahte mir der Schlummer”, dove nelle grandi arcate vocali in zona alta il suono tendeva a stimbrarsi. Molto migliore la resa della preghiera “Und ob die Wolke sie verhülle”, cantata in maniera apprezzabile per il buon legato, la luminositá del timbro e un accento giustamente malinconico e sognante. La Ännchen di Lauryna Bendziunaite è apparsa sufficientemente vivace e spiritosa dal punto di vista interpretativo, anche se la giovane cantante lituana ha una voce che nel settore acuto suona a volte piuttosto fissa e priva di proiezione. Il basso-baritono inglese Simon Bailey, scenicamente interessante, manca completamente dell’ imponenza vocale e dell’ autorità di fraseggio necessarie per una parte satanica come quella di Kaspar. Molto buono invece l’ Eremit del giovane basso bavarese David Steffens per la bellezza del mezzo vocale e la capacità di rendere al meglio il misticismo carismatico del deus ex machina che interviene a concludere la vicenda. Buone anche tutte le parti di fianco. Pieno successo da parte di un pubblico rilassato e contento di gustarsi una bella serata a teatro, per una volta senza doversi spremere le meningi nello sforzo di capire le contorsioni mentali del gggenio registico di turno. Ogni tanto, questo ci vuole.

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