Ludwigsburger Schlossfestspiele 2018 – Eröffnungskonzert

Pietari Inkinen. Foto ©Jan David Günther

La vita musicale tedesca è scandita da appuntamenti fissi e con l’ approssimarsi dell’ estate arrivano le serate inaugurali dei festival, tra i quali quello di Ludwigsburg è uno tra i primi a dare inizio al suo cartellone. Il Ludwigsburger Schlossfestspiele, fondato nel 1932, è una delle rassegne musicali tedesche più antiche e rinomate. Ogni anno tra i primi giorni di maggio e la fine di luglio, il programma prevede una sessantina di serate sinfoniche, solistiche e cameristiche, oltre che teatrali e di altri generi spazianti dalla musica popolare fino all’ avanguardia e al jazz, con la presenza di interpreti di altissimo livello internazionale, dei quali molti hanno instaurato un regolare e duraturo rapporto di collaborazione. Anche per l’ edizione di quest’ anno, lo Spielplan ideato da Thomas Wördehoff, che dal 2009 è Intendant e direttore artistico della rassegna, presenta come sempre un cartellone ricco di proposte interessanti, tra le quali si segnala una bella serie di recitals pianistici e di musica da camera tenuti da alcuni tra i nomi piú prestigiosi della scena concertistica internazionale.

Tradizionalmente, la serata inaugurale del Ludwigsburger Schlossfestspiele è sempre dedicata a un concerto sinfonico tenuto dall’ orchestra del festival nel Forum am Schlosspark. L’ Orchester der Ludwigsburger Schlossfestspiele fu fondata nel 1972 da Wolfgang Gönnenwein, che fu il direttore artistico della rassegna dal 1972 al 2004, ed è composta da strumentisti provenienti dai migliori complessi della zona. Dal 2015 il ruolo di Chefdirigent del gruppo è stato affidato a Pietari Inkinen, trentottenne direttore d’ orchestra finlandese formatosi alla prestigiosa Sibelius-Akademie di Helsinki, scuola da cui negli ultimi decenni sono uscite numerose altre bacchette di statura internazionale come Esa-Pekka Salonen, Osmo Vänskä, Jukka-Pekka Saraste, Sakari Oramo, Mikko Franck e Hannu Lintu. Per questa serata di apertura il programma è stato introdotto da un discorso dedicato al motto della rassegna, che in questa edizione è …ins Ungewisse (nell’ incertezza) tenuto da Christoph Keller, un personaggio molto conosciuto da queste parti per le sue attività poliedriche spazianti dalle edizioni di libri d’ arte fino alla curatela di mostre e alla distilleria di liquori. La prolusione, preceduta da un’ esecuzione non annunciata di Les Offrandes oubliées di Olivier Messiaen, era molto ricca di spunti  e riflessioni culturali interessanti anche se non propriamente musicali. Sbrigate le formalità inaugurali, il programma ufficiale della serata si apriva con il Concerto in sol maggiore per piano e orchestra di Ravel con la parte solistica affidata a Bertrand Chamayou, trentasettenne virtuoso nativo di Toulouse oggi considerato tra i più autorevoli specialisti raveliani. L’ impostazione interpretativa del giovane pianista francese sembrava finalizzata a mettere nella massima evidenza gli spunti ritmici e le influenze stilistiche derivate dal jazz e dalla musica popolare basca di cui Ravel fa ampio uso in questa partitura, a partire dal secco colpo di frusta, seguito da un tappeto statico di arpeggi bitonali del pianoforte, poi da un tema vivace di danza rustica esposto dall’ ottavino, con cui il brano inizia. Personalmente, avrei preferito una maggiore delicatezza di suono e una più accentuata libertà ritmica nel fraseggio anche se Chamayou, ottimamente sostenuto da Inkinen nella realizzazione della parte strumentale, ha messo in mostra una tecnica sciolta e molto precisa nello sgranare i passaggi di agilità. Come fuori programma il pianista ha suonato la Pavane pour une Infante défunte, anch’ essa eseguita in modo molto pulito ma presa a un tempo un filo troppo veloce per il mio gusto e con poca finezza nelle dinamiche.

Foto ©Anatol Kotte

Dopo la pausa, Pietari Inkinen e l’ orchestra hanno affrontato la Nona Sinfonia di Bruckner. Tecnicamente parlando, si trattava di una sfida impegnativa per un complesso stagionale anche se guidato ai primi leggii da strumentisti appartenenti a formazioni sinfoniche autorevoli come la Staatsorchester Stuttgart e la SWR Symphonieorchester. Il giovane maestro finlandese ha impostato una lettura più spettacolare che meditativa, con grandi blocchi sonori di indubbia bellezza realizzati molto bene dalla Orchester der Ludwigsburger Schlossfestspiele che ha messo in mostra una bella compattezza di insieme e una sezione di ottoni molto buona per squillo e volume, anche se nel finale abbiamo rilevato alcuni slittamenti di intonazione. Inkinen ha messo in mostra qualità direttoriali senza dubbio molto pregevoli, una bella capacità di realizzare adeguatamente le complesse architetture bruckneriane e un dominio sicuro della struttura ritmica. Certamente le sonorità esuberanti e la cantabilità molto marcata di questa esecuzione davano un’ immagine di Bruckner quasi somigliante a Sibelius, Mahler o Tschaikowsky, ma nel complesso la lettura di Inkinen si faceva abbastanza apprezzare per la sicurezza tecnica e il fervore espressivo indubbiamente molto notevole. Teatro esaurito e grande successo finale. Attendiamo adesso i prossimi concerti della rassegna, in particolare gli appuntamenti cameristici con il Danish String Quartet, Leonidas Kavakos in duo con Enrico Pace,Alexander Lonquich e Caroline Widmann insieme all’ Auryn Quartett, Fazil Say e il Casals Quartett, il complesso L’Arpeggiata che presenterà in prima esecuzione assoluta il suo nuovo progetto concertistico intitolato Eine Balkanroute, Pierre-Laurent Aimard e Khatia Buniatishvili, tanto per citare solo alcuni tra i nomi più significativi presenti nel cartellone di quest’ anno.

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