Osterfestspiele Baden-Baden 2018 – Parsifal

Foto ©Monika Rittershaus

Come pochi altri titoli del repertorio operistico, il Parsifal si presta magnificamente ad essere inserito nella programmazione di un festival pasquale. Come già a suo tempo decise Claudio Abbado, anche Sir Simon Rattle ha scelto l’ estremo capolavoro di Wagner come titolo da eseguire per il suo ultimo Osterfestspiele alla guida dei Berliner Philharmoniker. Il pubblico del festival, che in questi sei anni di programmazione si è molto affezionato al direttore inglese, gli sta tributando in questa sua edizione conclusiva una serie di trionfi davvero ragguardevoli. Anche in occasione della recita a cui ho assistito, il Festspielhaus era gremito di spettatori arrivati da tutta la Germania e dall’ estero per applaudire un’ ultima volta un artista che senza dubbio ha svolto un lavoro di alta qualità come Chefdirigent dell’ orchestra berlinese. Successo pienamente meritato, va detto: il repertorio wagneriano è senza dubbio quello in cui Sir Simon Rattle ha sempre offerto le sue prove operistiche migliori e anche in questo Parsifal, dopo l’ eccellente Tristan und Isolde di due anni fa, la sua direzione era di quelle destinate a essere ricordate come un momento significativo nella storia esecutiva wagneriana degli ultimi decenni. La concezione basilare del Wagner di Rattle è sicuramente coloristica più che grandiosamente epica e la scrittura strumentale del Parsifal si presta meravigliosamente a un’ impostazione di questo tipo. Il maestro di Liverpool sfrutta la fantastiche possibilità esecutive dei Berliner Philharmoniker per costruire un meraviglioso affresco timbrico fatto di sonorità morbidissime e colori delicati, che raggiungono il vertice nella scena del Zaubergarten in cui Rattle sottolinea, come pochi altri direttori, le tinte cangianti di un’ orchestrazione alla quale Debussy dichiarò più volte di essersi ispirato.  Va detto una volta di più che per il melomane è sempre un piacere acustico assoluto il poter ascoltare la parte orchestrale di un’ opera suonata dai Berliner Philharmoniker che, stimolati dalla scrittura di Wagner e da una bacchetta ispiratissima, hanno offerto anche in questa circostanza una prestazione davvero memorabile. Il suono pieno, avvolgente, morbidissimo e dai riflessi dorati esibito dal complesso berlinese metteva in rilievo con splendida evidenza tutti i preziosi particolari della scrittura orchestrale di questo capolavoro assoluto dell’ arte di Wagner. A questa magia sonora Rattle aggiungeva una cura estrema nel calibrare il suono orchestrale al palcoscenico in modo che si potessero percepire chiaramente tutti i particolari del testo, grazie anche a una grande flessibilità nella gestione dei tempi. Una direzione sagace e duttile, che mi ha confermato una volta di più la grandezza di Simon Rattle come interprete wagneriano e che senza dubbio rappresenta, insieme al già citato Tristan, la migliore prova da lui fornita in questi sei anni di esecuzioni operistiche al Festspielhaus di Baden-Baden.

Foto ©Monika Rittershaus

Dal punto di vista scenico, la regia dell’ ottantaduenne Dieter Dorn non proponeva grandi novità di concezione. Lo spettacolo era comunque a mio avviso abbastanza gradevole e soprattutto mai prevaricante nei confronti della parte musicale. Nel primo e terzo atto le strutture sceniche mobili ideate da Magdalena Gut, fatte di pannelli in legno dipinti con abbozzi di immagini evocanti la natura e praticabili anch’ essi lignei, evocavano insieme ai costumi disegnati da Monika Staykova in uno stile richiamante le classi inferiori della società medievale, un’ atmosfera vagamente atemporale confermata dall’ ambientazione del secondo atto, in cui il giardino di Klingsor era raffigurato tramite una serie di parallelepipedi che faceva pensare vagamente all’ Holocaust-Mahnmal di Berlino. Nulla di particolarmente innovativo ma il racconto scenico si svolgeva con una certa coerenza, a parte l’ evidente carenza di magia visiva nella scena del Karfreitag in cui si poteva davvero fare qualcosa di più e meglio nella gestione delle luci. In ogni caso, uno spettacolo che possedeva una certa logica e un suo stile e che a mio avviso non meritava i giudizi appuntiti espressi dalla stampa tedesca e i dissensi rivolti al team registico la sera della prima. Considerando quello che siamo abituati a vedere da anni sulle scene teatrali tedesche, questa messinscena aveva almeno il pregio innegabile di non ostacolare il racconto musicale e, con i tempi che corrono, non è davvero una cosa da poco.

Foto ©Monika Rittershaus

Anche per quanto riguarda la compagnia di canto, il livello complessivo mi è sembrato complessivamente dignitoso in rapporto al livello medio degli attuali cast che siamo abituati ad ascoltare nelle opere di Wagner. Certamente, per quanto riguarda le voci wagneriane, da tempo stiamo scontando i risultati dei problemi causati dalla preponderanza sfacciata della parte scenica su quella musicale, dello scarso interesse mostrato dai direttori d’ orchestra per il canto e dell’ atteggiamento di certa critica che, a furia di insistere sull’ importanza della declamazione introdotta dalla cosiddetta Neue Bayreuth nel dopoguerra, ha finito per produrre, in concorso di colpa con direttori e registi, una quasi totale destrutturazione della tecnica di canto fino al punto che, al giorno d’ oggi, si definiscono grandi nterpreti di Wagner dei cantanti che quando va bene sono semplicemente in grado di reggere una parte senza arrivare afoni alla conclusione. Ciò premesso, il cast ascoltato in questa produzione aveva senza dubbio la sua punta di eccellenza nel Gurnemanz di Franz-Josef Selig, in possesso di una vera voce di basso che sarebbe anche morbida in tutta la gamma se il cantante non insistesse troppo spesso a scurirla artificialmente senza necessità, ma comunque autorevole nel fraseggio e molto attento nel sottolineare tutti i significati del testo grazie anche alla sintonia con un Rattle accuratissimo nel calibrargli le sonorità orchestrali. Molto positiva anche la prova di Gerald Finley, che ha tratteggiato un Amfortas intenso e tormentato, cantando con grande intensità espressiva di accenti e ottime sfumature dinamiche. A Stephen Gould la tessitura del ruolo di Parsifal si adatta molto meglio rispetto quella di Tristan e quindi il tenore statunitense ha cantato assai meglio rispetto al mezzo disastro da me ascoltato in quest’ ultima opera, l’ estate scorsa a Bayreuth. Dal punto di vista interpretativo però il fraseggio di Gould, pur lodevolmente impegnato nella ricerca di pianissimi e mezzevoci, non mi è sembrato memorabile: una prova dignitosa, ma niente che facesse gridare al miracolo. Molto interessante, per aggressività di declamazione e robustezza del mezzo vocale, il Klingsor di Evgeny Nikitin. Il veterano Robert Lloyd, che fu Gurnemanz nella prima produzione del Parsifal diretta da Sir Simon Rattle ad Amsterdam nel 1998, ha dimostrato come Titurel di aver almeno conservato una certa risonanza vocale. Non pienamente soddisfacente mi è invece sembrata la Kundry del mezzosoprano rumeno Ruxandra Donose, cantante che nella sua carriera ha interpretato perlopiù ruoli del repertorio belcantistico e che, alle prese con la tessitura a tratti davvero aspra del ruolo, ha cantato con una voce che suonava chiaramente sotto sforzo, un settore acuto fisso e forzato e diversi suoni nasali. Di ottimo livello tutte le numerose parti di fianco, con una menzione particolare per il gruppo delle Blumenmädchen. Successo caldissimo e un vero e proprio delirio di applausi all’ apparizione in scena di Sir Simon Rattle.

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