Lilya Zilberstein a Ludwigsburg

Foto ©Christian Lewang

La stagione del Forum Schlosstheater di Ludwigsburg presenta anche quest’ anno una serie di appuntamenti molto interessanti. Tra di essi, uno dei più attesi dagli appassionati era sicuramente il concerto sinfonico con la partecipazione solistica di Lilya Zilberstein, la cinquantaduenne pianista moscovita formatasi alla prestigiosa scuola del Gnessin Institut e lanciata alla ribalta internazionale nel 1987 dalla vittoria nel Concorso “Ferruccio Busoni” di Bolzano, a cui fece seguito una serie di trionfali debutti in tutte le sale da concerto più prestigiose del mondo e una serie di otto CD registrati per la Deutsche Grammophon iniziata con l’ incisione del Secondo e Terzo Concerto di Rachmaninov con i Berliner Philharmoniker, sotto la direzione di Claudio Abbado. La Zilberstein, che dal 1990 risiede in Germania e in questi ultimi anni ha aggiunto alla sua attività solistica un intenso lavoro nel campo della musica da camera con partners illustri come Martha Argerich e Maxim Vengerov, tornava a suonare da queste parti a due anni di distanza dalla sua ultima esibizione a Stuttgart. In questa serata al Forum Schlosstheater, la virtuosa russa presentava il Primo Concerto di Tschaikowsky insieme alla Symphonieorchester des Nationaltheater Prag diretta da Gudni A. Emilsson. Conosco molto bene il pianismo di Lilya Zilberstein, che ho ascoltato diverse volte dal vivo in Italia all’ epoca delle sue prime affermazioni e anche in questa occasione ho ritrovato intatta la sua classe, che è sempre stata quella di una concertista di altissimo rango. Il suono della Zilberstein è sempre magnifico per qualità ed espansione, governato da una tecnica sovrana che permette alla pianista moscovita di sfoggiare una paletta timbrica varia e raffinata unita a un controllo del virtuosismo esemplare nella resa scintillante dei passi di agilità. Il Primo Concerto di Tschaikowky, uno tra i brani più popolari del grande repertorio, costituisce una sfida insidiosa per il solista in quanto è assai facile il pericolo di caricare le tinte fino a scadere nel retorico. La Zlberstein possiede un gusto da musicista raffinata che la rende capace di evitare questo rischio e la sua interpretazione mi è sembrata esemplare per eleganza di fraseggio, gusto sorvegliato e grande capacità comunicativa. In poche parole, il tipico pianismo di scuola russa nell’ accezione migliore del termine, elettrizzante nel virtuosismo ma anche ricco di sfumature e colori raffinati. Ne è risultata un’ esecuzione con il giusto grado di carica spettacolare, soprattutto nei difficili passi di ottave del primo movimento, intensa e trascinante anche grazie al sostegno strumentale di Gudni A. Emilsson che ha assecondato la solista in maniera lodevole, anche se in alcuni punti si notava una certa tendenza a mettersi in disparte.

Nella seconda parte del programma la Symphonieorchester des Nationaltheater Prag ha presentato la Settima Sinfonia in re minore op. 70 di Antonin Dvořák. Si tratta di una partitura che risale all’epoca delle prime affermazioni internazionali del compositore. Il lavoro nacque infatti su richiesta della London Philharmonic Society, che glielo commissionò sull’ onda degli strepitosi successi da lui ottenuti durante la sua prima visita a Londra del marzo 1884, quando furono eseguite con successo parecchie composizioni del musicista boemo, tra cui la Sinfonia in re maggiore (l’ unica fino ad allora pubblicata) e lo Stabat Mater. La Settima è sempre stata una delle mie composizioni preferite tra quelle di un autore che personalmente amo molto e a mio avviso si tratta di un lavoro che, per maturità ed espressività linguistica, si colloca tra gli esiti più compiuti in tutta la produzione di Dvořák. Qui, alle prese con una partitura per cui possiedono una chiara affinità stilistica e culturale, i musicisti cechi hanno offerto il meglio della loro prova. Gudni A. Emilsson, cinquantaquattrenne direttore islandese che ha lavorato a lungo con tutti i complessi sinfonici praghesi, ha impostato una lettura molto elegante nella flessibilità dei tempi e nella definizione dei colori strumentali. L’ orchestra praghese si è fatta apprezzare soprattutto per la morbidezza timbrica dei fiati e per la bella tinta della sezione archi, dal suono caldo e brunito tipico della scuola ceca. Grande successo finale per un concerto di ottimo livello complessivo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.