Medea alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©Thomas Aurin

Esito artistico in complesso abbastanza modesto, per questa produzione della Medea di Cherubini che costituiva il secondo nuovo allestimento della stagione in corso alla Staatsoper Stuttgart. Un’ esecuzione musicale non priva di pregi è stata compromessa in partenza dalla mancanza di una protagonista all’ altezza del ruolo e soprattutto da un allestimento che io, senza far tanti giri di parole, ho trovato francamente abbastanza insopportabile. Nella sua lettura scenica dell’ opera Peter Konwitschny, vecchio bonzo del Regietheater che ormai non ha chiaramente più nulla di nuovo da dire, ci ha somministrato la solita critica ai vizi ed eccessi della società capitalistica proveniente da quel teatro politicizzato che la mia generazione ha dovuto sorbirsi in dosi massicce durante gli anni Settanta. Una sorta di cucina sporca e fatiscente in stile terzo atto della Lulu di Berg costituisce l’ ambiente scenico dei primi due atti per lasciare poi il posto a una discarica di rifiuti che fà da sfondo alla tragica conclusione della vicenda. I personaggi recitano in modo volutamente esagerato fino al grottesco, fatto percepibile anche dalla rielaborazione tedesca dei dialoghi in uno stile linguistico volutamente di tono basso e quasi triviale, con momenti di tono decisamente splatter come la scena in cui Medea mima un servizietto orale a Kreon nella prima scena del secondo atto mentre la povera Neris subisce una sorta di stupro di gruppo. Ora, tutto in una concezione registica si può accettare e ormai sulle scene tedesche si è visto praticamente di tutto e di più tranne che, almeno per ora, i veri omicidi sulla scena. Il punto è che Konwitschny in questa messinscena non dice nulla che non si sia giá visto: qui siamo all’ ennesima riproposizione di cose che in Germania l’ Action-Theater e l’ Antiteater di Rainer Fassbinder mettevano in scena circa cinquant’ anni fa. In definitiva, questa Medea ci proponeva per l’ ennesima volta il tipico prodotto di un’ avanguardia che ormai da tempo ha perso la sua carica innovativa e si è cristallizzata, divenendo essa stessa istituzione. Il pubblico ormai non protesta più e la critica approva, per non beccarsi una patente di conservatorismo e anche perché ormai questo tipo di produzioni è divenuto lo standard e soprattutto qui in Germania si crede che non esistano altri modi di fare teatro. Francamente io a questo punto che, se è vero che fare sperimentalismo significa fare qualcosa di nuovo e originale mai fatto prima da altri, oggi la vera provocazione sarebbe quella di mettere in scena un’ opera esattamente secondo le didascalie e l’ ambientazione originali, magari recuperando anche la scenotecnica antica. Per quanto riguarda la parte musicale, il capolavoro di Cherubini è stato presentato in una nuova edizione critica e in traduzione tedesca, fatto che ha una sua legittimità storica visto che il compositore fiorentino propose la versione riveduta dell’ opera proprio in questa lingua, a Berlino. Purtroppo, non si sa se per decisione del direttore d’ orchestra o più probabilmente del regista, la partitura è stata amputata di brani come l’ aria di Kreusa (Dircé nella versione francese e Glauce nella traduzione italiana di Zangarini quasi sempre usata nei nostri teatri), una della pagine musicalmente più belle dell’ opera, oltre all’ introduzione orchestrale del secondo atto e diversi altri tagli qui e là. Premesso questo, l’ interpretazione del direttore argentino Alejo Perez è stata sicuramente molto pregevole per il tono teso e drammatico e le sonorità asciutte, ben realizzate da un’ orchestra in ottimo stato di forma. Ottima anche la prova del coro preparato dal giovane Christoph Heil. Purtroppo, la Medea è una di quelle opere in cui l’ esito musicale non può prescindere dalla presenza di una protagonista all’ altezza delle difficoltà vocali e drammatiche della parte, che in questo caso non c’ era. Cornelia Ptassek, soprano bavarese che per dieci anni ha fatto parte dell’ ensemble al Nationaltheater Mannheim, è stata certamente molto efficace nel delineare scenicamente quella specie di esagitata Erinni da bassifondi che sarebbe Medea secondo la concezione di Konwitschny. Purtroppo, a dispetto di tutto il Regietheater del mondo, nell’ opera bisogna anche cantare e da questo punto di vista la prova della Ptassek è stata largamente insufficiente per la totale mancanza di mezzi vocali adeguati a un ruolo che impegna severamente la protagonista dal punto di vista della declamazione e della capacità di alternare il canto legato alle impennate drammatiche. In una vera e propria lotta con le note, la Ptassek ha esibito una voce che spesso sconfinava nel grido vero e proprio. Kreusa era Josefin Feiler, una delle migliori voci giovani nell’ ensemble della Staatsoper, che ha cantato come sempre con molto gusto e bella linea. Purtroppo, data la mancanza dell’ aria, il ruolo non le offriva molte altre occasioni di mettersi in mostra. Molto buono il Iason del tenore Sebastian Kohlhepp, cantante che nel repertorio settecentesco può esibire una notevole competenza stilistica e che qui si è fatto apprezzare per la plasticità della declamazione e l’ efficacia del fraseggio. Bravo anche Shigeo Ishino nella parte di Kreon, cantata con buona intensità drammatica anche se il colore baritonale della voce non era proprio del tutto adatto a una parte regale e paterna. Helene Schneiderman, una tra le voci storiche della Staatsoper, ha messo in mostra tutta la sua classe di fraseggiatrice in un’ esecuzione intensa e commossa dell’ aria di Neris, forse il vertice musicale assoluto della partitura. Nei brevi interventi delle due ancelle Aoife Gibney e Fiorella Hincapié, giovani cantanti dell’ Opernstudio, hanno messo in mostra due voci fresche e timbricamente gradevoli. Successo franco e cordiale, con qualche sporadico ma percepibile dissenso.

4 pensieri su “Medea alla Staatsoper Stuttgart

  1. Mi tremano le gambe al coraggio di proporre Medea…….se non sbaglio….ma potrei sbagliarmi ….deve essere stato il mioMaestro Giulio Confalonieri a riproporre al pubblico detto spartito.Ciao Un abbraccio e se no ci risentiamo ti AUGURO OGNI BENE !!! Io continuo sempre a leggerti !!!

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  2. Ho sentito la Prassek più volte a Mannheim e devo dire che fin da subito si percepivano, prima più o meno in nuce poi sempre più evidenti, i suoi limiti vocali. Il suo sembrava un “grosso” strumento privo di qualcuno che sapesse guidarlo. È adesso passata a Stoccarda quindi o è Gast per questa produzione?

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