Aida a Salzburg, ovvero la nemesi di Muti

Foto: ©Salzburger Festspiele / Monika Rittershaus

La nuova produzione di Aida al Salzburger Festspiele doveva rappresentare l’ avvenimento più eclatante di questa estate musicale. Lo rendevano tale il ritorno di Riccardo Muti a dirigere un allestimento operistico e il debutto della superdiva planetaria Anna Netrebko nel ruolo della protagonista. E il trionfo di pubblico alla prima c’ è indubbiamente stato, anche grazie alla sapiente preparazione mediatica di cui a Salzburg sono maestri, oltre che nell’ arte di spremere i portafogli dei loro danarosi visitatori tramite biglietti dal costo equivalente a una non piccola parte di un buon stipendio mensile medio. Niente da eccepire su questo, ci mancherebbe: ognuno è libero di impiegare il proprio denaro come meglio ritiene opportuno. Al massimo ci si può chiedere, come hanno fatto alcuni colleghi della stampa tedesca, che futuro possano avere queste rassegne di fatto riservate esclusivamente a un pubblico facoltoso e di età molto avanzata. Per quanto mi riguarda, non frequento Salzburg da diversi anni nè ho intenzione di tornarci in futuro in quanto ritengo che la qualità delle proposte attuali non corrisponda assolutamente al prezzo richiesto per assistervi. In questa circostanza ho quindi approfittato della diretta televisiva organizzata da ARTE in occasione della terza recita, con la consueta eccellente qualità visiva e sonora che permetteva di valutare abbastanza compiutamente il livello dello spettacolo.

In base alle premesse, questa doveva essere soprattutto l’ Aida di Riccardo Muti e tale si è rivelata senza il minimo dubbio. La direzione del settantaseienne maestro è stata davvero straordinaria sotto tutti i punti di vista. Al posto dell’ impeto garibaldino che caratterizzava le sue interpretazioni più famose, Muti ci ha proposto una lettura che alternava tratti da oratorio monumentale a squisitezze liriche di inaudita bellezza. La trasparenza assoluta del preludio, i colori magici e iridescenti nella prima parte dell’ atto del Nilo, la dolcezza estenuata della scena finale, il respiro grandioso nelle scene di massa erano i tratti principali di un’ interpretazione in cui l’ anziano direttore napoletano ha profuso tutti i suoi decenni di esperienza come esecutore verdiano, splendidamente assecondato dai Wiener Philharmoniker apparsi davvero in serata di grazia. Ma quello che a mio avviso era la vera novità di Muti in questa lettura era costituito dalla puntigliosa attenzione alle esigenze del canto, tramite accompagnamenti di una cura quasi certosina nel sostenere e assecondare i solisti. Vedasi ad esempio il morbidissimo cuscino sonoro su cui si appoggiava il canto della Netrebko nelle sue due arie, che Muti le ha servito letteralmente su un piatto d’ argento.

Foto: ©Salzburger Festspiele / Monika Rittershaus

Dato al grande maestro italiano quanto gli spetta, si tratta di vedere se e come i solisti siano riusciti a trarre profitto da una simile, pressoché ideale, situazione. Intendendola in tal senso, lo spettacolo salisburghese ha costituito per Riccardo Muti una sorta di nemesi e da ciò deriva la mia scelta del titolo per questo post. Dopo aver passato una vita intera a tagliar la gola ai bravi cantanti, l’ anziano maestro partenopeo si è infatti trovato costretto, in questa circostanza, a sudare le proverbiali sette camicie nel parare il lato B a quella che doveva essere la Besetzung del secolo ma, alla prova dei fatti, si è rivelata solo una banda di sverze vocali. Anna Netrebko, al suo debutto nella parte. ha messo in mostra quelli che per me sono da sempre i suoi difetti: intonazione da mal di mare, prima ottava gonfia di aria, problemi nella gestione dei fiati. Niente di nuovo sotto il sole, il quarantaseienne soprano russo non può cantare che in questo modo perché la voce è bassa di posizione e trattenuta tra gola e bocca, non supera mai l’ arcata dentale, non è mai “fuori”, libera di vibrare, “avanti” come si diceva nel gergo dei melomani di una volta. Con tutto ciò e grazie soprattutto all’ attenzione puntigliosa impiegata da Muti nel calibrarle alla perfezione i respiri e le sonorità strumentali, la Netrebko ha retto abbastanza decorosamente fino alla scena del trionfo. Purtroppo per lei, in questa parte il peggio arriva dopo. Come amava ripetere Maria Chiara, una tra le Aide storiche nel dopoguerra: “Dal terzo atto in poi, Aida cambia passo. O si canta o si va a casa”. Infatti, la bella Anna ha pagato duramente gli sforzi sostenuti durante l’ atto del Nilo, con la voce che letteralmente si consumava battuta dopo battuta, arrivando al finale letteralmente cotta, con tutti i pianissimi in zona acuta che si opacizzavano o addirittura si spezzavano perché il fiato non era più in grado di sostenere la voce.

Decisamente inadeguato alle esigenze della parte mi è sembrato Francesco Meli come Radamés. Il tenore genovese da qualche anno si dedica a strapazzare pesantemente nel repertorio spinto quella che in natura sarebbe una gradevolissima voce di tenore lirico-leggero, forse perché erroneamente convinto di chiamarsi Francesco MeRli. Dall’ inizio alla fine, Meli gonfia, forza e spinge una voce di colore e calibro adatti a Nemorino tubando e imbottigliando il suono a partire dal FA centrale, strozzandosi regolarmente in tutte le note acute ed emettendo falsetti stimbrati al posto delle mezzevoci a partire dal si bemolle in pianissimo alla fine di “Celeste Aida”, che gli è letteralmente andato di traverso. In questa situazione, non è neppure il caso di mettersi a parlare di accento, fraseggio o interpretazione. Non so davvero se Meli sarebbe arrivato sino alle fine dell’ opera senza la pazienza certosina impiegata da Muti anche per lui, nello sforzo di sostenerlo per evitargli maggiori danni. Qualche giorno fa ho letto una intervista nella quale il cantante ligure dichiarava di star pensando seriamente al ruolo di Otello. Sí, avete capito bene, proprio quello di Verdi. Tanti auguri, è tutto ciò che posso dire a commento di una simile affermazione.

Per quanto riguarda Amneris, il mezzosoprano russo Ekaterina Semenchuk ha esibito un tale campionario di becera volgarità da rendere la sua prova un autentico modello di malcanto. Quello che ha combinato la cantante nella scena del giudizio va preso a esempio di un gusto da politeama provinciale che credevamo tramontato per sempre. Ovvio anche nel suo caso che, dopo tanto spolmonarsi, la Sementchuk sia arrivata sulle ginocchia all’ invettiva finale con il si bemolle conclusivo che le è rimasto letteralmente in gola. Non contenta di ciò, l’ ineffabile Amneris ha provveduto anche a sporcare gli squisiti pianissimi di Muti nelle battute di chiusura con un paio di cavernosi borborigmi sulla parola “Pace”. Il baritono parmense Luca Salsi, interprete di Amonasro, ha iniziato con alcune apprezzabili intenzioni nel secondo atto. Nel terzo il temperamento gli ha preso la mano e abbiamo sentito il consueto tentativo vano di imitare Piero Cappuccilli senza possederne lo strumento. Ramfis era Dimitri Belosselsky, che ha esibito la solita voce cavernosa e cacciata nei precordi tipica di tutti i bassi russi delle ultime generazioni, che praticano questo metodo di canto con tale pervicacia da rendersi pressoché indistinguibili l’ uno dall’ altro. Di scarso interesse il Re di Roberto Tagliavini, variamente strillanti e stonacchianti il Messaggero di Bror Magnus Tødenes e la Sacerdotessa di Benedetta Torre.

Poche righe di commento voglio dedicare alla parte scenica, per la quale il Salzburger Festspiele ha invitato Shirin Neshat, sessantenne regista e artista visuale iraniana di indubbio talento nel suo campo. Se dietro il guazzabuglio mostrato dalle telecamere ci fosse una concezione di fondo, è cosa che io non so e neppure mi interessa approfondire. Mi limiterò a descrivere semplicemente quello che ho visto. La scena ideata da Christian Schmidt si presentava come una sorta di parallelepipedo scomponibile che a me personalmente evocava una struttura da ingresso di centro commerciale ideato da un’ archistar lisergica, in cui si muovevano sacerdoti egizi vestiti, sa Dio perché, da pope ortodossi con tanto di barbone e popolo abbigliato in fez e caffettano come nella casbah di “Totò le Mokò”. Per quanto concerne i costumi di Tatyana van Walsum, quelli della schiava Aida erano curiosamente molto più lussuosi rispetto a quelli della principessa Amneris. Radamés alternava una specie di livrea gallonata verde da portiere di albergo di lusso con una tunica a mezza coscia e stivaloni, che facevano tanto Falso Dimitri del Boris Godunov, in armonia innegabile con il pope Ramfis. Amonasro e i prigionieri indossavano le classiche vesti stracciate (nei video non mancavano ovvi riferimenti ai profughi, tema che si prepara a diventare di riferimento per i gggeni registici più accreditati…) con un tocco di stravaganza costituito da segni dipinti sulle facce, tipo guerrieri sioux o hooligans da Curva Sud. Di recitazione io non ho colto la minima traccia: i cantanti esibivano tutti il consueto repertorio da vecchi manuali di arte scenica fatto di braccia agitate a mulinello o tese in aria, sguardi assassini e occhiate trucibalde in stile divi del cinema muto. Prima di chiudere, resta da parlare dell’ esito. Tutti i critici presenti alla prima concordano nel descrivere il trionfo che non poteva e non doveva mancare, viste le premesse. La replica trasmessa in tv ci ha mostrato applausi abbastanza fiacchi, della durata media di una quindicina di secondi l’ uno, alla arie e cordiali ma non esagerati consensi alla conclusione. L’ unica vera e ben giustificata ovazione è toccata al maestro Muti, che sul podio ci ha fatto ascoltare una prova tra le più alte della sua carriera e per questo avrebbe davvero meritato ben altro apparato vocale e scenico a integrare la sua stupenda interpretazione. Peccato, perché probabilmente non ci sarà un altra possibilità in futuro, se si pensa all’ età ormai abbastanza avanzata del grande direttore.

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17 pensieri su “Aida a Salzburg, ovvero la nemesi di Muti

    • Adesso, aspettiamo l’ Aida di Currentzis e Peter Sellars. Naturalmente senza “Cieli azzurri”, col “Dies Irae” alla fine del terzo atto, il “Libera me” come finale, il Quartetto per archi come preludio alla scena del trionfo. Simone Kermes come Aida, la Bartoli come Amneris, Franco Fagioli fará Radames e Domingo sará Amonasro 🙂

      • per Domingo ormai è maturo il ruolo di Ramfis, e in seguito Sarastro

    • Sí, perché ha 76 anni e questa sarà probabilmente l’ ultima Aida della sua vita. Meritava un contesto migliore anche perché ha diretto in maniera superba

  1. Ovviamente mi fido di quello che hai scritto Gianguido perché è quello che penso anch’io di Netrebko e soprattutto di Meli, ascoltato alla Scala nel febbraio scorso nelle vesti dell’Infante nel Don Carlo ( e qui ci sta di misura), che giustamente hai citato come “erroneamente convinto di chiamarsi Francesco MeRli”. Quanto a Muti, definito più volte “anziano maestro” spero di sentirlo rinnovato come l’hai ascoltato tu. Pienamente d’accordo ancora sul fatto che a Salzburg occorra stipulare quasi un finanziamento per vedere un’opera e sarebbe bene boicottarne gli avvenimenti.

  2. Comunque, signori miei, il trionfo alla prima non è minimamente indicativo della qualitá. Quando si esibiscono certi cantanti, alle prime le case discografiche mandano gente a sostenerli. Non è assolutamente una novità: ricordo bene come nel 1989, quando Pavarotti cantava “Un Ballo in Maschera” al Teatro Comunale di Bologna, io e tutti i critici, compresi quelli dei grandi quotidiani, fummo costretti a fare il pezzo in base alla prova generale perché alla prima non c’ erano posti. La DECCA aveva comprato mezzo teatro.

  3. Ascoltala una volta dal vivo, la netrebko, è poi dimmi se la voce non è proiettata e fuori… Anche io sentendola registrata pensavo avesse voce gonfia, inscurita e bassa di posizione. Invece squilla, scorre e riempie la sala.

    • Ho ascoltato la Netrebko dal vivo esattamente quattro volte. Nella Traviata del 2006 a Salzburg, in Manon a Berlino nel 2007, qui a Stuttgart nel 2010 in “Iolanta” e nel 2012 in un concerto a Baden-Baden. Ho sempre avuto l’ impressione che la voce fosse grossa ma non “avanti”. E i suoi gravi difetti di intonazione e di musicalità, anno dopo anno sempre più evidenti, mi hanno sempre dato molto fastidio

      • Una voce che ha cantato il repertorio da lirico leggero fino a ieri e che pure attualmente è tra le più potenti che si trovano in giro deve avere qualche pregio di emissione. Non era una voce naturalmente poderosa, la sua sonorità è dovuta alla posizione di emissione e al sostegno, in pratica alla tecnica. Vero che l’intonazione non è sempre perfetta, in compenso.

      • Lo strumento della Netrebko è senza dubbio di qualità. Purtroppo, io nel suo modo di cantare non apprezzo la trasandatezza esecutiva, la non sincerità dell’ intenzione sonora, l’ innaturalezza stucchevole e la monotonia espressiva del fraseggio derivata dalla assoluta mancanza di una personalità interpretativa approfondita.

  4. Credo che l’ultima nota della scena del giudizio sia un LA, comunque ciò non toglie niente alla veridicità della tua critica.
    Piuttosto vorrei sapere perché il “Maestro” onnipotente non meriti nessun appunto per aver sopportato tale cialtroneria di canto.
    Soprattutto per essere uno dei responsabili dell’ abbassamento degli standards vocali avvenunegli ultimi quarant’anni.

    • Ho titolato il pezzo: “Aida a Salzburg, ovvero la nemesi di Muti” proprio perché in questa produzione il direttore si è trovato contro, come un boomerang, tutte le conseguenze del nefasto atteggiamento verso la vocalità da lui praticato durante tutta la carriera

  5. Con enorme dispiacere devo dire che neppure Muti mi ha convinto! Nella registrazione EMI faceva tante cose meglio! Non so se era la ineguatezza dei cantanti, nessuno a posto giusto, ma ho trovato molto meno inspirata la sua direzione! Tecnicamente valida si, me niente lirismo, poco cuore, niente sfumature (quelle sapeva farle bene Karajan) neppure ritmo incalzante (alla Toscanini). Una occasione persa!
    Invece trovo interessantei Currentzis con tutti le sue esagerazioni . Almeno fa musica in ogni instante, e tutto è fresco come se è stato scritto per lui ieri!
    Poi con le regie dissacranti delle opere che stiamo assistendo ( Bayreuth) doppiamo abituarsi anche alle regie musicali… No?

    • Devo ammettere che io su Currentzis non mi sono ancora fatto un’ opinione definitiva. L’ ho ascoltato dal vivo una volta sola, nel 2010 a Baden-Baden in una “Carmen” che trovai pessima sotto tutti i punti di vista. Per quanto riguarda i suoi dischi, ho sentito cose interessantissime come il Concerto per violino di Tchaikowsky con Patricia Kopatchinskaja, accanto ad altre molto discutibili come la trilogia mozartiana, compromessa in partenza da cast improponibili. Ad ogni modo, lui dal 2019 sarà regolarmente qui a Stuttgart come Chefdirigent della nostra SWR Symphonieorchester, quindi avrò modo di seguirlo regolarmente e approfondire il mio giudizio. Per quanto riguarda Muti, devo dire che a mio avviso le cose migliori le ha fatte quando era a Firenze. Dagli anni della Scala in poi, la sua è stata una parabola discendente.

  6. […] Las cosas se fueron serenando y matizando después. Una de nuestras entradas más vistas fue precisamente la crítica publicada en esta web “Aida”, Muti y Netrebko: de la misa, la mitad  . La del New York Times seguía la misma línea y ahora  In Ferne Land publica una extensísima con muchos matices. Otra crítica, dura con los cantantes, la tienen aquí MOZART2006.COM: Aida en Salzburgo, o la némesis de Muti […]

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