SWR Symphonieorchester – Abo-Konzert 9

Foto ©swrclassic.de

Nel penultimo concerto della stagione in abbonamento alla Liederhalle, la SWR Symphonieorchester ha compiuto la sua prima esperienza di esecuzione secondo la prassi storicamente informata sotto la guida di Philippe Herreweghe, settantenne direttore belga che da anni è considerato uno tra gli esponenti più autorevoli nell’ interpretazione del repertorio rinascimentale e barocco insieme ai complessi del Collegium Vocale Gent e de La Chapelle Royale da lui fondati e con i quali ha svolto un’ intensa attività documentata da una serie di incisioni considerate tra quelle di riferimento nella discografia della musica antica. Con l’ Orchestre des Champs Élysees, da lui successivamente istituita, il maestro fiammingo ha esteso il suo repertorio fino agli autori romantici e contemporanei e, sotto questo punto di vista, la sua carriera presenta diverse analogie con quella di Sir Roger Norrington che nei suoi tredici anni di lavoro con la RSO des SWR, uno dei due gruppi confluiti nella attuale SWR Symphonieorchester, aveva lavorato intensamente sull’ esecuzione di tipo filologico del repertorio sinfonico tradizionale, sviluppando quello che la critica aveva definito come lo Stuttgarter Sound. Con il concerto di Herreweghe la SWR Symphonieorchester ha voluto rendere una sorta di omaggio a questa tradizione, che per diversi anni aveva costituito uno tra i simboli caratterizzanti nella vita musicale di Stuttgart. Ne è venuta fuori una serata senza dubbio ricca di interesse, ma con risultati esecutivi che io personalmente mi sento di condividere solo in parte. Per non correre il rischio di fraintendimenti, preciso subito che non sono mai stato un grande ammiratore di questo tipo di approccio alla musica sinfonica ottocentesca e che direttori come Gardiner e Harnoncourt, tanto per fare due esempi, mi hanno sempre lasciato molto perplesso quando si accostavano ad autori come Beethoven, Brahms o Bruckner. Forse è un problema mio, ma di fronte a questo tipo di letture io non sono mai riuscito a determinare con certezza dove sia il confine tra le idee innovative, spesso indubbiamente interessanti, e l’ eccentricità gratuita.

Per quanto riguarda il concerto di cui mi sto occupando, Herreweghe è senza dubbio un musicista molto fine e scrupoloso nella ricerca di un suono orchestrale pulito, luminoso nel timbro e assai curato nella ricercatezza degli impasti sonori. La sua mimica gestuale contenutissima, fatta quasi esclusivamente di rotazioni dei polsi e movimenti minimi degli avambracci, risulta comunque perfettamente adeguata ad ottenere dai musicisti tutti gli effetti dinamici e timbrici da lui desiderati. La SWR Symphonieorchester lo ha seguito suonando in maniera assolutamente impeccabile per quanto riguarda la compattezza di suono e la precisione. Dal punto di vista interpretativo però la serata non è cominciata bene, con un’ esecuzione della Manfred-Ouverture op. 115 di Schumann carente di slancio e tensione drammatica, oltre che decisamente povera di contrasti nella dinamica e nel fraseggio. Anche la lettura del Concerto per violino op. 61 di Beethoven non mi ha convinto pienamente, sia per quanto riguarda la parte orchestrale che per la prova di Thomas Zehetmair. Il cinquantacinquenne strumentista austriaco, che avevo ascoltato qui a Stuttgart lo scorso settembre in una splendida esecuzione integrale delle Sonate e Partite di Bach, in questa occasione mi è sembrato peccare di eccessivo manierismo nel suo approccio alla partitura beethoveniana. Avevo già notato questo tipo di impostazione ascoltando la sua incisione del Concerto registrata insieme a Frans Brüggen, le cui caratteristiche corrispondono in gran parte a quanto ascoltato in questa occasione. Zehetmair ha un suono timbricamente pregevolissimo e si fa apprezzare soprattutto per la sua splendida capacità di gestire la dinamica, con pianissimi aerei e quasi impalpabili ma assolutamente perfetti nella proiezione ed espansione del suono in sala.

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Dal punto di vista interpretativo, l’ intesa con Herreweghe era assolutamente perfetta per quanto riguarda la definizione dei colori e il rapporto timbrico tra orchestra e solista. Zehetmair alla fine del primo tempo ha voluto eseguire la cadenza con timpano obbligato composta da Beethoven per la rielaborazione pianistica del Concerto e rielaborata per il violino nel 1958 dal grande virtuoso Wolfgang Schneiderhan, che tra le altre cose fu anche il marito del celebre soprano Irmgard Seefried. Tutto indubbiamente molto bello, ivi comprese anche le ulteriori due cadenze inserite da Zehetmair nel terzo movimento, ma a me questo Beethoven visto esclusivamente dal lato settecentesco continua a sembrare abbastanza riduttivo nella resa sonora. Per fare un paragone, l’ interpretazione audace e creativa di Patricia Kopatchinskaja insieme a Sir Roger Norrington, assolutamente estrema nella spettacolarizzazione dei contrasti e tesissima nel fraseggio ma anch’ essa filologicamente ineccepibile, mi è sembrata molto più interessante rispetto a questa, a dimostrazione del fatto che l’ approccio esecutivo storicamente informato può condurre a risultati estrememente diversi tra loro. Molto bello comunque il fuori programma eseguito da Zehetmair, che era il primo tempo della Sonata per violino solo di Bernd Alois Zimmermann.

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Decisamente molto superiore negli esiti mi è sembrata la seconda parte del concerto, nella quale Herreweghe ci ha fatto ascoltare una pregevolissima lettura della Seconda Sinfonia in do maggiore di Schumann, autore del quale recentemente ha registrato un’ integrale sinfonica accolta da lusinghieri apprezzamenti di pubblico e critica. A partire dal fraseggio teso e nervoso del primo movimento, esposto con una scelta di tempi molto vivace e ricca di slancio, il maestro belga ha trovato subito il giusto tono espressivo e una perfetta definizione dei contrasti, risolvendo poi davvero molto bene il perpetuum mobile dello Scherzo, una delle pagine tecnicamente più insidiose in tutta la letteratura sinfonica. Molto bello anche lo squisito tono liricamente cantabile con cui Herreweghe ha reso l’ Adagio espressivo, nel quale erano particolarmente apprezzabili i bellissimi impasti sonori negli interventi della sezione fiati, prima di passare a un’ esecuzione del movimento finale davvero ineccepibile per grandiosità di fraseggio e forza espressiva. Un’ interpretazione davvero eccellente che ha concluso al meglio una serata accolta con molti applausi da parte del pubblico, intervenuto assai numeroso alla Liederhalle.

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