Staatsoper Stuttgart – Death in Venice

Foto ©Oper Stuttgart

Piú di venti minuti di applausi hanno accolto la prima recita di Death in Venice, penultima nuova produzione della stagione in corso alla Staatsoper Stuttgart. Un  successo assolutamente meritato per un allestimento davvero esemplare sotto tutti i punti di vista. L’ ultima opera di Benjamin Britten, la cui prima rappresentazione si tenne ad Aldeburgh nel giugno 1973 poi ripresa pochi mesi dopo alla Fenice di Venezia (io ero presente e ricordo molto bene l’ impressione suscitatami dal livello esecutivo dell’ English Opera Group, l’ ensemble fondato personalmente dal musicista inglese) è scritta su un testo elaborato da Myfanwy Piper, librettista di fiducia del compositore, a partire dalla celebre novella di Thomas Mann che nello stesso periodo era stata realizzata cinematograficamente da Luchino Visconti. Nell’ accostarsi al testo, Britten non volle minimamente essere influenzato dal film e rifiutò deliberatamente di andarlo a vedere durante il periodo in cui mise mano alla composizione della partitura. Come hanno notato diversi studiosi, non è forse del tutto casuale la scelta di questo soggetto, in cui il tema della bellezza, dell’omosessualità e appunto della morte, erano per l’ultima volta presenti insieme, da parte di due artisti come Visconti e Britten. Entrambi a quel tempo erano anziani, malati, al termine di una carriera ricca di successi, influenzati dall’ euforia del post-Sessantotto e vivevano, se non pubblicamente almeno consapevolmente, la loro condizione di omosessuali. La presenza della morte è ovviamente incombente nel testo letterario scelto come fonte di ispirazione da Visconti e Britten, a partire dall’ inizio quando in un cimitero un misterioso interlocutore convince Aschenbach a partire verso il Sud. Britten e la sua librettista Myfanwy Piper accentuano il concetto della fine incombente affidando a un unico cantante ben sei ruoli di caratteri che interagiscono con Aschenbach. Questo serve a sottolineare l’ idea secondo la quale quasi tutti i personaggi che accompagnano il viaggio e il soggiorno nella città lagunare hanno la funzione di condurre il protagonista alla morte. Per esempio, la voce del viaggiatore udita al cimitero torna sotto le spoglie del gondoliere che conduce Aschenbach dove vuole lui, simile a un lugubre nocchiero d’ oltretomba. Britten nel trattamento musicale e drammaturgico del testo di Mann sceglie di caratterizzare l’ isolamento di Aschenbach tramite la riduzione di Tadzio, l’ adolescente polacco che suscita i desideri di Aschenbach, a personaggio muto. Al contrario, in Der Tod in Venedig Aschenbach ascolta la sua voce, pur senza parlarci e senza neppure comprendere quel che dice. Questa estraneità è rafforzata nell’ opera dalla differenza di piano in cui si muove Tadzio con la famiglia, come lui impersonata da danzatori, e più ancora dalla differenza di genere: balletto contro opera. Dal punto di vista espressivo, in questo suo ultimo lavoro operistico il compositore fece ricorso a strategie diverse, dalla serialità di tipo schoenberghiano fino a elementi modali e tonali e alla tecnica del Leitmotiv, secondo un orientamento sostanzialmente eclettico che in anni non lontani gli valse accuse di passatismo e aspre censure critiche, oggi per fortuna del tutto superate. Con grande essenzialità Britten accomuna momenti drammaturgicamente simili a scelte stilistiche e strumentali ricorrenti, che conferiscono unità stilistica e coerenza di linguaggio alla partitura. Per fare qualche esempio, Aschenbach proferisce i suoi monologhi interiori in recitativi accompagnati dal pianoforte solo. I giochi sulla spiaggia di Tadzio sono accompagnati da strumenti a percussione che creano una dimensione sonora richiamante il gamelan balinese, realizzando armonie basate su scale pentafoniche con continue variazioni ritmiche, quasi a sottolineare la dimensione di sogno che avvolge ogni gesto di questo personaggio nelle visioni del protagonista. L’ azione drammatica è invece affidata a un’ orchestrazione tradizionale, nella quale spiccano gli interventi dei fiati.
Demis Volpi, regista e coreografo argentino che da anni dirige lo Stuttgarter Ballett, il celebre ensemble fondato da John Cranko e considerato da tempo tra le massime compagnie di danza a livello mondiale, ha scelto per la sua realizzazione scenica un’ accentuazione estrema del tono di visione interiore che caratterizza il testo. L’ ambientazione è volutamente indeterminata a livello temporale, la scenografia di Katharina Schlipf è formata da pannelli mobili dietro ai quali Venezia si intravede appena e pochissimi elementi scenici evocano le varie fasi drammaturgiche. La recitazione curatissima e la splendida prova dei ballerini, tutti appartenenti alla John Cranko Schule, contribuiscono a un risultato assolutamente splendido dal punto di vista visivo che rende in maniera assolutamente impeccabile il tono di una vicenda formata soprattutto da elementi introspettivi. Uno spettacolo di altissimo livello, perfetto nella sintonia con una parte musicale anch’ essa realizzata con grande cura ed efficacia. Merito soprattutto della splendida direzione orchestrale di Kirill Karabits, ricchissima di colori e dinamiche raffinate realizzate splendidamente da un’ orchestra al massimo della forma. Ottima anche la prova della compagnia di canto, dominata dalla grandissima prova di Matthias Klink nel ruolo del protagonista. Il tenore di Waiblingen, uno dei cantanti più apprezzati dal pubblico della Staatsoper per la sua versatilità in un repertorio quanto mai variegato, ha tratteggiato un Aschenbach davvero notevolissimo per accuratezza di fraseggio e finezza della caratterizzazione scenica, oltre che per la resistenza vocale che gli ha permesso di dominare senza sforzo una parte assai impegnativa per lunghezza e impegno scenico. Suo perfetto antagonista è stato il baritono austriaco Georg Nigl, che qui aveva riscosso un grandissimo successo come Jakob Lenz nell’ opera omonima di Wolfgang Rihm e che anche questa volta si è confermato cantante di grande intelligenza, in grado di utilizzare la voce per ottenere una gamma coloristica ampia e variegata, dalle mezzevoci e frasi sommesse fino ai toni aspri e violentemente sarcastici in tutti i sei ruoli che interagiscono con Aschenbach durante l’ opera. Ottimo il comportamento di tutte le parti di fianco e del coro preparato da Christoph Heil, che da poco è divenuto unico responsabile del gruppo. Teatro esaurito e successo trionfale, come si è detto all’ inizio, per una produzione che ha colpito e commosso il pubblico di Stuttgart come poche altre negli ultimi tempi.

 

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