Antonio Juvarra: “La favola di Jo Estill”

Nel suo consueto intervento mensile, Antonio Juvarra ritorna sul tema del Voicecraft in maniera stavolta sarcastica. Auguro come sempre buona lettura ai numerosi visitatori di questo sito che seguono assiduamente gli articoli del maestro di canto veronese.

 

 

                                                      LA FAVOLA DI JO ESTILL, LA VECCHIETTA CHE SI INVENTO’ IL ‘VOICECRAFT’

 

Monna Giuseppina Estill,  cantatrice di Donora City,  essendo  oramai vegliarda e  non sapendo come passar le sue giornate,  truova de’ medici a cui astutamente  fa credere che una bischerata, da lei medesma concepita e denominata ‘voicecraft’,  è l’ elitropia della voce, onde induce una moltitudine di scolari  a entrare nel paese dei Balocchi ‘scientifico’, ove issofatto trasformati per incantamento da scolari in somari, incominciano a ragliare, del che contenti, riempiono d’ oro la vecchietta, la quale se ne torna a casa ricca, sollazzandosi coi denari procacciati e compiacendosi eziandio d’esser riverita come sapiente nell’ intero orbe terracqueo.

 

C’ era una volta uno strumento musicale magico che consentiva al suonatore di suonarlo, semplicemente immaginando con la mente i suoni da produrre, senza neppure toccare tastiera e corde, così che i tasti e le corde si muovevano da soli per creare i più svariati suoni.  Se il suonatore voleva che i suoni si estendessero alle frequenze più alte e diventassero più potenti, bastava che avesse l’accortezza di creare uno spazio di risonanza più ampio grazie al respiro, dopodiché tutto accadeva in automatico, tanto che il suonatore poteva vivere la sensazione estatica di essere il primo spettatore di sé stesso.

Il nome di questo magico strumento musicale era: voce umana.

Un brutto giorno un’ arzilla vecchietta in pensione, non sapendo come passare le sue giornate, riuscì a convincere i suonatori dello strumento magico che se volevano imparare a suonarlo meglio, dovevano innanzitutto osservare attentamente, mentre immaginavano i suoni, quali erano i tasti che si abbassavano, e poi abbassarli loro direttamente, così da potersi definire suonatori  ‘scientifici’.

Giunti a questo punto di questa storia, nella mente di chi legge avrà già fatto spontaneamente irruzione la salutare domanda: ma come si fa a essere così idioti?

Risposta: con esattezza non è dato saperlo, ma sicuramente ci vuole molto impegno (Ribadire i concetti in questo caso non fa mai male, anche a rischio di abusare dell’espediente retorico della ridondanza).

E fin qui nulla di nuovo sotto il sole, come la storia universale dell’idiozia ci insegna.

Ma proseguiamo nella nostra storia. Il ‘nuovo’ (nella forma del comico-surreale-inquietante) fece la sua comparsa di lì a poco, quando la vecchietta in pensione riuscì a convincere la ‘scienza’ della bontà del suo metodo, metodo a cui aveva dato anche un nome, chiamandolo impropriamente ‘VOICECRAFT’ (invece che, più propriamente, ‘NOISECRAFT’ ovvero ‘artigianato del rumore’) e premurandosi (nel caso qualcuno avesse protestato per questa ennesima riedizione della fiaba del re nudo) di mettere le mani avanti con una giustificazione, anch’ essa surreale, che è la seguente: questo metodo in apparenza è un metodo di canto, ma in realtà non è da considerare un metodo di canto, però se proprio volete che lo sia, allora noi ci adeguiamo e diciamo che lo è, perché noi siamo democratici e rispettiamo le decisioni della maggioranza (soprattutto quando il rispettarle ci fa guadagnare una barca di soldi…).

Insomma, come se i sarti che vendettero i vestiti invisibili al re nudo della fiaba avessero cercato di giustificare il loro bidone, dicendo che in realtà sì, quelli che avevano creato erano dei vestiti, ma erano da considerare in primis una performance artistico-scientifica per studiare meglio la componente illusionistica e auto-suggestiva della percezione visiva.

Poiché l’ idiozia è contagiosa, ecco che subito spuntarono fuori frotte di seguaci, tra i quali ci fu chi pensò bene di stilare un “eserciziario voicecraft”, scrivendo seriamente (e testualmente) che

“il lavoro che concerne l’ origine del suono deve essere rivolto alle corde vocali false, alle corde vocali vere e alla massa delle corde vocali, passando dalla posizione ‘costretta’ a quella ‘neutra’ e ‘retratta’”. 

In sostanza, prima dell’ invenzione del ‘noisecraft’ (impropriamente chiamato ‘voicecraft’) per creare un suono (parlato e cantato) era sufficiente concepirlo mentalmente. Adesso invece occorreva anche visualizzare mentalmente l’ azione dei  muscoli delle corde vocali che producevano quel suono e di conseguenza mettersi a studiare, tanto per incominciare, l’ anatomia.  Solo che, una volta constatato che con questo modo ‘scientifico’ si producevano solo rantoli, si ricorse a una scappatoia, che ricorda molto il gioco delle tre carte: invece di azionare direttamente i singoli muscoli (cosa obiettivamente impossibile), si pensò bene di fare l’ imitazione di quei suoni e rumori che ‘scientificamente’ si suppone vengano prodotti da determinate coordinazioni muscolari e poi raccontare a sé stessi e agli altri la balla di aver emesso quei suoni, controllando direttamente i muscoli.

Ad esempio, com’ è possibile umanamente contrarre il chimerico “sfintere ariepiglottico”, che secondo Jo Estill, la buontempona di Donora City,  Pennsylvania, sarebbe la presunta causa dello squillo della voce e di cui nessun essere umano apparso sulla terra ha mai avuto la percezione e pochissimi la nozione?                  Ecco la risposta geniale: facendo una pernacchia orale-nasale (“twang”) ossia facendo col naso l’ imitazione di una trombetta di Carnevale e con questa trovata ecco già profilarsi in lontananza, quasi per magia, il Paese dei Balocchi ‘scientifico’ con tutte le sue attrazioni: le ‘mascherine’ da rianimazione, le ‘sirene’, le ‘pernacchie nasali-orali’, le ‘fritture’ vocali, le cannucce che, soffiate, fanno le bollicine nell’ acqua ecc. ecc.

Altro esempio: com’è che si passa da una data posizione delle corde vocali a un’ altra? Ecco la risposta dell’autore dell’ eserciziario voicecraft: “pronunciando prima una ‘i’ neutra, quindi una ‘i’ costretta”, che è appunto come dire: i tasti dello strumento non riusciamo ad abbassarli noi direttamente, però possiamo metterci le dita sopra e aspettare che si abbassino da soli.

Con questo risultato straordinario: che immaginando la forma e il movimento dei tasti, da cui le dita, appoggiate opportunamente sopra, vengono abbassate e rialzate, potremo dire con orgoglio che stiamo suonando ‘scientificamente’ controllando direttamente i muscoli, mentre in realtà ci stiamo solo trastullando con  giochini scemi, illudendoci magari di essere solo noi a sapere la vera natura di questa nostra ‘attività’.

L’ incredibile balla pubblicitaria raccontata per giustificare l’ invenzione di un simile metodo ‘comico-scientifico-surreale’, era ed è tuttora la seguente:

“Coi metodi tradizionali nessuno ci assicura che le immagini suggerite per migliorare o collocare il suono nella giusta posizione, si disegnino allo stesso modo nella mente di tutti.”

Ah sì? E invece chi ci assicura che i muscoli, di cui uno fantastica  ‘scientificamente’ la forma, la collocazione e i movimenti nella propria mente, siano proprio quelli reali e che la visualizzazione mentale della loro azione “si disegni allo stesso modo nella mente di tutti?”   I foniatri con una delle loro ‘certificazioni’ per caso?

Ma a proposito di controllo ‘diretto’ immaginario dei muscoli, ecco come il nostro zelante e anonimo compilatore  voicecraftiano,  nuovo Pinocchio in procinto di trasformarsi in somaro, prosegue nelle sue speculazioni scientifiche:

“Gli atti che inducono una postura simile all’ ancoraggio testa-collo del canto, sono: trattenere uno sternuto, succhiare il pollice, tirare indietro le orecchie e aumentare la distanza tra i lobi delle orecchie e le spalle…” (??!!)

Proprio un controllo diretto e scientifico dei muscoli fonatori, non c’ è che dire! E con questa perla facciamo il nostro ingresso trionfale nel paese dei Balocchi, accolti dalla sua tenutaria Jo Estill, che ci sorride amabilmente come la nonnina dei nostri ricordi d’infanzia, ma sempre con un occhio vigile rivolto alla cassa, posta all’ ingresso.

Diciamo la verità, con questa trovata esilarante delle orecchie ‘mobili’ l’ outing del somaro scientifico si fa totale e quasi spudorato. In altre parole, messa da parte la pagliacciata del libretto d’istruzioni ‘scientifico’ a base di inclinazioni della cartilagine tiroidea e di contrazioni dello sfintere ariepliglottico (tanto utili per cantare, quanto lo sono, per volare, le leve di latta delle astronavi del luna-park), lo sbracamento cognitivo si dispiega in tutta la sua inquietante comicità involontaria, alla faccia della ‘scienza’.

Quale sarà a questo punto il risultato prodotto da questi apprendisti stregoni del canto con le loro genialate? Innanzitutto disattivare il servomeccanismo naturale dell’ articolazione delle vocali e delle note, ovvero il sintonizzatore automatico della voce, che viene allegramente buttato  nel cesso, sostituito dalle pernacchie nasali (“twang”) e dalle “imitazioni delle sirene dei pompieri” (sic).

Mentre festeggiando si inneggia alla scienza, nell’ aria si sentono echeggiare mugolii vari, intercalati da uno stesso ‘vocalizzo’, che, a una più attenta analisi, si scopre essere non un vocalizzo eseguito male, ma un verso familiare, eseguito perfettamente:  i-òòò, i-òòò, i-òòò.

Ma, potrebbe chiedersi a questo punto qualcuno, che fine fece l’ inventrice di questa trovata, l’ ingegnosa vecchietta di Donora City che condusse i futuri somari nel paese dei Balocchi ‘scientifico’ con il lampo di genio commerciale del ‘voicecraft’?

Prima di rispondere, è opportuno fare un piccolo passo indietro.  Ai fini del ‘business’, il problema della Estill  era il seguente: se fosse rimasta sul piano strettamente  scientifico, nel senso di limitarsi alla pura osservazione e registrazione di quello che succede fisiologicamente quando si canta, nessuno evidentemente sarebbe stato interessato ad ‘acquistare’ un ‘brevetto’ del genere.  Perché questa mera rilevazione esterna del  fenomeno vocale acquisisse un valore economico, occorreva ricorrere a un piccolo ‘trucco’, ovvero un salto logico, che consiste nel far credere alla gente la fandonia secondo cui, apprendendo nei dettagli come avviene il processo della fonazione a livello anatomico-fisiologico, si impara a cantare meglio, fandonia che, se fosse vera, trasformerebbe subito tutti i foniatri in Farinelli e Caruso.

In effetti questa balla colossale è l’ anello di congiunzione tra Jo Estill e Vanna Marchi, ma a questo punto uno potrebbe chiedersi: perché la Estill ha fatto ‘successo’, mentre invece Vanna Marchi è finita in galera e senza soldi?  La risposta è semplice: perché la prima ha avvolto il suo bidone didattico-vocale  con la confezione “scienza”, mentre la seconda ha avvolto il suo bidone terapeutico-scaramantico con la confezione “magia”.

Sapere che, come premio per aver concepito un’ idiozia così comicamente e radicalmente surreale, la Estill conseguì anche una laurea ‘honoris causa’ e riuscì a un bel giorno a vendere, si suppone profumatamente,  i suoi diritti su questa trovata a una società commerciale (?!), ci lascia prostrati per l’ ennesima desolata conferma che non si finisce mai di toccare il fondo.

Già si sapeva di un altro idiota (questa volta dell’ antichità), che aveva pensato bene di distruggere un’ altra delle meraviglie del mondo (il tempio di Artemide) allo scopo di rendere famoso il suo nome (Erostrato), ma non risulta che abbia mai fondato una HTD S.p.a (Herostratus temple destroying Srl)) né che per questo suo colpo di genio sia mai stato incoronato di lauro, come invece accadde a Jo Estill, la vecchietta che un bel giorno pensò bene di distruggere lo strumento magico della voce umana, facendo credere che stava ricreandolo. Altro che Erostrato!

Trasformare lo strumento musicale più bello del mondo in una ‘macchina rumoristica’ è già di  per sé un’ idiozia, ma inventare una macchina con cui contemporaneamente far rumore, far male a chi vorrebbe imparare a cantare, farsi una reputazione di scienziata e fare anche soldi, è un’impresa che nella storia umana è riuscita solo a Jo Estill, l’idiota geniale che inventò il metodo rumoristico denominato ‘voicecraft’, macchina inutile dadaista, monumento del Nonsense tecnico-vocale del XX secolo, tuttora in attesa del premio Nobel.

Antonio Juvarra

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2 pensieri su “Antonio Juvarra: “La favola di Jo Estill”

  1. Comincio a sospettare perché tanti cantanti fanno orribili smorfie con la bocca – labbra comprese – per emettere i suoni (e spesso ne escono dei brutti suoni), anziché atteggiare semplicemente la bocca con la stessa naturalezza con cui si parla. Non saranno per caso seguaci di queste belle pensate?

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