Internationale Bachakademie Stuttgart – Herzensfeinde

Foto ©Holger Schneider
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Per il quarto appuntamento con il ciclo degli Akademiekonzerte alla Liederhalle, la scelta di Hans-Cristoph Rademann è stata quella di proporre un programma dedicato a Brahms e Bruckner. Due autori spesso presentati come antitetici anche se in realtà il contrasto è più apparente che reale, in quanto entrambi guardano al sinfonismo classico viennese come a una sorta di zweighiano Welt von Gestern a cui riferirsi, ma nell’ atto pratico della creazione artistica cercano di superare quel concetto di forma sinfonica ideale a cui fanno riferimento. Brahms chiude la sua Quarta Sinfonia con una Ciaccona che è insieme un richiamo al mondo passato e una sfida a quello della sua epoca. Bruckner è profondamente legato a quel concetto di dilatazione della forma classica tipico di molti lavori di Schubert come la Sinfonia in do maggiore, il Quartetto in sol maggiore op. 161 e le ultime tre Sonate pianistiche. Come non pensare al carattere schubertiano di Adagi bruckneriani come quelli della Quarta, della Quinta e della Settima? Oppure al tremolo degli archi col quale il compositore apre quasi tutte le sue Sinfonie, chiaramente derivato dall’ inizio del Quartetto in sol maggiore di Schubert sopra citato?

Bruckner, sintonizzandosi sul lavoro bachiano e sulla sensibilità ottocentesca che, raccogliendo l’ esperienza dell’orchestra classica nata verso la metà del XVIII secolo alla corte di Mannheim e sviluppatasi con Haydn, Mozart, Beethoven, Mendelssohn, Schubert e Schumann, ha creato un linguaggio che riesce a collegare due mondi apparentemente contrastanti: quello dell’ orchestra sinfonica (che si voleva sempre più imponente) e quello della musica da chiesa nella sua duplice espressione corale e organistica. Bruckner riesce a far procedere il discorso musicale in modo unitario, ma sempre flessibile e sospeso; attraverso una cura attentissima, per non dire maniacale, degli equilibri sonori, riesce a bilanciare effetti d’ assieme ed interventi solistici con sicurezza infallibile. Progressioni dinamiche fino al parossismo, diminuendi fino al silenzio sono tipici di Bruckner: fanno parte del suo stile, che conquista l’ ascoltatore lentamente ma inesorabilmente. Così facendo, Anton Bruckner si è trovato sulle stesse posizioni di Richard Wagner, musicista che egli idolatrava, ma di cui certo non condivideva l’ ideologia, nè tantomeno il fatto che la musica potesse avere altri significati al di fuori di se stessa. Bruckner era quindi per molti aspetti dello stesso parere di Brahms, tuttavia egli si ritrovò dalla parte dei progressisti, mentre Brahms si ritrovò da quella dei conservatori. A onor del vero nessuno dei due fece attività di militanza, anzi si può dire che questa situazione, più che altro, la subirono.

Foto ©Holger Schneider
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Venendo alla cronaca della serata, la parte brahmsiana del programma si apriva con l’ Akademische Festouverture in do maggiore op. 80. Come complesso strumentale ospite per questo concerto la Bachakademie ha invitato la Deutsche Radio Philharmonie, orchestra nata nel 2007 dalla fusione delle due formazioni radiofoniche di Saarbrücken e Kaiserslautern. Una formazione senza dubbio di buona qualità dal punto di vista della compattezza e precisione esecutiva, ma non particolarmente dotata per quanto riguarda la qualità complessiva del suono. Pertanto, anche a causa dell’ impostazione interpretativa decisamente troppo trattenuta di Rademann, l’ esecuzione dell’ Ouverture mi è sembrata mancante di quel tono trionfale ed entusiasta che dovrebbe venir fuori soprattutto nella parte conclusiva. Decisamente molto migliore la lettura della Rhapsodie op. 53 per contralto e coro maschile, nella quale la Gaechinger Cantorey ha messo in mostra un fraseggio espressivo e ricco di sfumature. Rademann ha sottolineato alla perfezione tutti i dettagli della parte strumentale, fornendo un sostegno assai adeguato alla splendida prova di Anke Vondung, il mezzosoprano nativo di Speyer le cui esecuzioni bachiane e händeliane da me ascoltate nei concerti della Bachakademie mi sono sempre apparse esemplari. Anche alle prese con Brahms, la quarantacinquenne cantante renana ha messo in mostra tutta l’ intensità di un fraseggio perfettamente consapevole e i pregi timbrici di una voce notevole dal punto di vista qualitativo. Molto riuscita anche l’ esecuzione di Nänie op. 82, il canto funebre di Friedrich Schiller messo in musica da Brahms nel 1881 in memoria del pittore Anselm von Feuerbach, suo grande amico. Anche qui Rademann ha ottenuto dalla Gaechinger Cantorey magnifiche sfumature di fraseggio e splendidi pianissimi come quelli dei passaggi a cappella nella sezione centrale, in un tono complessivo di commossa e severa espressività.

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Nella seconda parte della serata è arrivato il momento del Te Deum di Bruckner, una delle opere predilette dal compositore austriaco che infatti pensava di collocarla a conclusione della Nona Sinfonia come completamento corale alla maniera della Nona beethoveniana. Un brano che esprime una professione di fede quasi monolitica attraverso una scrittura fatta di blocchi sonori contrapposti e di pochi elementi, soprattutto ritmici, ossessivamente affermati e ripetuti fino alla grandiosa Fuga a pieno organico, vocale e strumentale, che trae chiaramente ispirazione dalle cattedrali sonore di Bach e conduce alla trasfigurazione conclusiva. Di ottimo livello l’ esecuzione, impostata da Rademann su una lucida esposizione delle architetture strutturali e molto ben realizzata dall’ orchestra e dal coro. Molto buono anche il contributo dei quattro solisti che erano, oltre alla Vondung, il soprano Johanna Winkel, dalla voce notevole per luminosità e freschezza timbrica, il tenore Corby Welch e il basso Wilhelm Schwinghammer. Successo vivissimo.

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