Staatsoper Stuttgart – Orpheus in der Unterwelt

Foto ©Martin Sigmund
Foto ©Martin Sigmund

Anche il secondo nuovo allestimento della stagione alla Staatsoper Stuttgart era dedicato a un titolo francese. Si tratta di Orphée aux Enfers, la celebre operetta di Jacques Offenbach qui eseguita in traduzione tedesca col titolo Orpheus in der Unterwelt in una versione basata sull’ edizione originale del 1858 in due atti e quattro scene con l’ aggiunta di un paio di brani tratti dalla versione in quattro atti del 1874 nella quale il compositore rielaborò la partitura in forma di grand opéra sulla scia del clamoroso successo che il lavoro ottenne a Parigi e in tutto il mondo fin dalle prime rappresentazioni. Il lavoro, come nasce, rappresenta una satira graffiante dell’ accademismo culturale e di tutti i vizi pubblici e privati della società francese dell’ epoca a partire dalla corte imperiale (Napoleone III comunque non se la prese affatto, visto che assistette a una replica e si divertì molto), rappresentata nel testo del libretto tramite un Olimpo abitato da divinità fatue e debosciate. La parodia della mitologia classica, ormai talmente lontana nel tempo e nello spazio da poter essere dissacrata senza pietà, viene utilizzata da Offenbach e dai suoi librettisti come metafora, svuotando così di dignità e significato tutti i paletti culturali di una società come quella francese, e in particolare parigina, che durante il Secondo Impero sentiva la necessità di esplodere da tutte le parti con rivolte e agitazioni. Oltre al celeberrimo Galop delle divinità infernali l’ opera è ricca di soluzioni musicali e drammaturgiche davvero irresistibili per umorismo e causticità sarcastica nella caratterizzazione dei personaggi mitici in cui si inserisce la geniale trovata del personaggio dell’ Opinione Pubblica, che fa da guida nel mondo ultraterreno ad un Orfeo assolutamente contrario a riprendersi la moglie ma costretto a farlo dalle convenienze sociali. Offenbach, oltre che musicista ingegnosissimo e di autentica genialità inventiva, rappresenta un vero e proprio termometro della sua epoca come lo sarà, alcuni decenni dopo, Franz Lehar: così come il Secondo Impero corre allegramente incontro al disastro di Sedan a ritmo di can-can, allo stesso modo la Belle Epoque scivola lentamente, cullata dal valzer, nel fango delle trincee.


Dal momento che tutte le relazioni del libretto con la società francese del Secondo Impero sono oggi ignote ai più, francesi compresi (tanto per citarne una, il successo frenetico dell’ opera, che alle prime recite era stata accolta dal pubblico parigini in maniera buona ma non entusiastica, fu dovuto soprattutto a una ben montata polemica lanciata da Le Figaro nei confronti di un eminente critico che aveva stroncato il libretto senza accorgersi che nel primo atto si citava letteralmente una sua composizione poetica), gli allestimenti odierni del lavoro sono spesso finalizzati ad attualizzare la satira sociale di Offenbach adattandola alle situazioni della nostra epoca. Lo fece ad esempio in maniera geniale David Pountney in una produzione allestita al Coliseum nel 1985 nella quale la Pubblica Opinione era raffigurata sotto le sembianze di Margaret Thatcher. Per questa produzione Armin Petras, direttore artistico dello Schauspieltheater Stuttgart, ha optato per un’ ambientazione contemporanea alla nascita dell’ opera raffigurando Eurydike come un’ operaia di una fabbrica di vestiti sposata con un insegnante di musica. Alcuni spezzoni di video in stile cinema muto, vagamente ricordanti il film sovietico sulla Comune di Grigori Kosinzew e Leonid Trauberg del 1929 intitolato “La nuova Babilonia”, facevano da filo conduttore tra le varie scene. A me lo spettacolo è sembrato logico, pulito nella realizzazione e in complesso divertente, anche per merito delle belle immagini sceniche ideate da Susanne Schuboth, oltre che rispettoso della musica, una qualità che io apprezzo sempre. La scena dell’ Olimpo e il quadro degli inferi erano realizzati in maniera particolarmente efficace. In definitiva, una regia che si lasciava guardare con piacere e aveva soprattutto il grande pregio di non risultare mai sovraccarica o prevaricante nei confronti della musica.


Dal punto di vista della realizzazione musicale, le cose sono andate per il meglio grazie in primo luogo alla direzione vivace e spiritosa di Sylvain Cambreling, che ci ha proposto un Offenbach fine, elegante e mai volgare, con una perfetta caratterizzazione delle dinamiche e un notevole senso del ritmo e del racconto teatrale, realizzato assai bene dall’ ottima prestazione dell’ orchestra e del coro. La compagnia di canto, composta completamente da elementi stabili dell’ ensemble, ha offerto una prova parimenti notevole per omogeneità e qualità vocale complessiva. Ottima la coppia dei protagonisti: il tenore argentino Daniel Kluge è stato un Orfeo di ottimo livello per vivacità di fraseggio mentre la giovane Josefin Feiler come Eurydike ha esibito una ragguardevole classe scenica e una vocalità scintillante, aggressiva nei passi virtuosistici e ben controllata. Molto buona anche la prova di Stine Marie Fischer, che nel ruolo dell’ Opinione Pubblica ha messo in mostra un bel timbro contraltile brunito e una eccellente varietà di accentazione. Nel gruppo dei personaggi divini, da sottolineare il carisma scenico e la verve comica irresistibile di Michael Ebbecke come Jupiter, la vocalità morbida ed elegante del giovane baritono André Morsch nel ruolo di Plutone, il fraseggio pungente e spiritoso di Yuko Kakuta Lange come Cupido, lo stile vocale e scenico di Maria Theresa Ullrich e Catriona Smith che impersonavano Juno e Diana, la consueta professionalità impeccabile di Heinz Gohrig, caratterista storico della compagnia, nel ruolo di Merkur. Da segnalare positivamente anche la Venus del giovanissimo soprano Esther Dierkes, cantante proveniente dall’ Opernstudio della Staatsoper, agli inizi della carriera e apparsa davvero dotata di grandi potenzialità. Travolgente per vis comica e arguzia di accento André Jung nel ruolo attoriale di John Styx e molto bravo anche l’ altro attore May Simonchek come Mars e Bacchus. Successo complessivamente assai vivo, con alcuni isolati dissensi rivolti ai responsabili della parte scenica.

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