“Alcina” ripresa alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©Martin Sigmund
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In attesa della prima produzione, che quest’ anno sarà dedicata al Faust di Gounod allestito dal controverso regista berlinese Frank Castorf, la Staatsoper Stuttgart ha aperto la stagione 2016/17 con la consueta serie di riprese. Assistere a questi spettacoli di repertorio è sempre interessante per fare il punto sulla situazione artistica complessiva del teatro e, sotto questo punto di vista, la riproposta dell’ Alcina di Händel a cui ho assistito ha confermato il momento eccellente che la Staatsoper sta attraversando sotto la gestione di Jossi Wieler e la piena legittimità del riconoscimento di Opernhaus des Jahres attribuito di recente al teatro dalla rivista berlinese Opernwelt. L’ allestimento del capolavoro händeliano messo in scena nel 1998 da Jossi Wieler e Sergio Morabito rappresenta uno del classici nel repertorio del teatro di Stuttgart e dopo più di sessanta repliche attira ancora un pubblico molto numeroso, anche se si tratta di uno spettacolo che visivamente io non sono mai riuscito ad apprezzare fino in fondo per i motivi che spiegherò più avanti. Dal punto di vista musicale si può invece dire con sicurezza che questa ripresa è senza alcun dubbio una delle migliori tra quelle a cui abbiamo assistito nel corso degli anni, per merito di una direzione musicale stilisticamente appropriatissima e di un cast interamente formato da cantanti appartenenti all’ ensemble della Staatsoper, con la presenza nei ruoli principali di alcuni tra i migliori giovani talenti della compagnia.

Christian Curnyn, direttore e cembalista inglese la cui interpretazione della Fairy Queen nella stagione passata mi aveva impressionato molto favorevolmente, ha ottenuto dalla Staatsorchester Stuttgart fraseggi di grande eleganza e sonorità raffinate, mettendo in mostra una grande flessibilità nella gestione dei tempi e grande attenzione nell’ accompagnare il canto. Una direzione di qualità indiscutibile, tra le migliori che io ricordi di opere händeliane e che ha messo tutti i cantanti in grado di esprimersi al meglio delle loro possibilità. Dal punto di vista vocale, la serata è stata indiscutibilmente dominata dalla due protagoniste, entrambe non ancora trentenni e che hanno fornito una prestazione assolutamente convincente sotto tutti i punti di vista. Alcina era il ventiseienne soprano statunitense Heather Engebretson, da quest’ anno entrata a far parte dell’ ensemble della Hamburgische Staatsoper e che si sta perfezionando con l’ illustre liederista canadese Edith Wiens. Piccola di statura e graziosissima nell’ aspetto, la giovane cantante americana ha messo in mostra una voce chiara e dolce, dal timbro fresco e luminoso, manovrata tramite una tecnica abbastanza evoluta che le ha permesso una gestione sicura dei passi virtuosistici. Eccellente, sia dal punto di vista vocale che da quello scenico, la prestazione di Diana Haller come Ruggiero. Il ruolo scritto da Händel per il celebre contraltista Carestini prevede nel secondo atto tre arie successive, “Mi lusinga il dolce affetto”, “Mio bel tesoro” e “Verdi prati” nella quali la giovane cantante fiumana ha messo in mostra tutta la completezza della sua tecnica nella gestione del legato e dei fiati, siglando poi una prova di alta qualità con una spettacolare esecuzione di “Sta nell’ ircana”, in cui ha esibito il meglio della sua capacità virtuosistica tramite una spettacolare serie di variazioni, stilisticamente azzeccatissime, scritte da lei stessa. Diana Haller è un’ artista su cui il pubblico di Stuttgart ripone grandi speranze e con questa splendida prova in un ruolo che potrebbe darle grandi soddisfazioni in futuro ha confermato una volta di più il suo talento di artista dalle grandi potenzialità. Molto buona anche la prova di Stine Marie Fischer come Bradamante, per la sicurezza aggressiva del fraseggio e la consistenza di un mezzo vocale qualitativamente interessante. Il tenore Sebastian Kohlhepp, che impersonava Oronte, possiede una notevole competenza stilistica nel repertorio settecentesco, da lui dimostrata in diverse esecuzioni con i complessi della Bachakademie a cui ha preso parte negli ultimi anni, e anche in questa occasione si è fatto apprezzare per la sonorità di una voce dotata di discreta proiezione e la pertinenza del fraseggio. Il soprano giapponese Yuko Kakuta Lange, professionista versatile e di grande affidabilità che proprio per questi motivi ha ottenuto dal teatro il titolo di Kammersängerin, ha cantato Morgana con notevole sicurezza offrendo un’ esecuzione pressoché impeccabile nei complessi virtuosisimi della celebre aria “Tornami a vagheggiar”, che spesso viene cantata da Alcina ma in questo allestimento è affidata alla sorella della maga, secondo la versione originale del testo. Positiva anche la prova di Arnaud Richard come Melisso e interessante anche quella della giovanissima Josy Santos, un mezzosoprano di origine brasiliana proveniente dall’ Opernstudio della Staatsoper, che canta molto piacevolmente a patto di mettere in chiaro il fatto che la voce è decisamente sopranile nel calibro e nel colore. Tirando le somme, un Händel cantato da voci autentiche è sempre una bella sorpresa e in questa esecuzione si sono potuti gustare diversi momenti di autentico canto, il che di questi tempi non è davvero poco.

Foto ©Martin Sigmund
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Veniamo adesso ad una rapida disamina della parte scenica. In quindici anni che frequento la Staatsoper Stuttgart avrò visto questa messinscena almeno una decina di volte e non ne sono mai uscito del tutto convinto. Secondo la mia personale opinione, non si tratta di uno degli spettacoli migliori tra quelli messi in scena da Jossi Wieler e Sergio Morabito e in ogni caso la concezione drammaturgica della regia, che poteva senza dubbio apparire audace e innovativa nel 1998, si presenta oggi abbastanza datata. In ogni caso, è proprio tutta l’ impostazione basilare della parte scenica che non mi ha mai persuaso fino in fondo e che, sempre a mio avviso, anche questa volta ho trovato nel complesso sbagliata. A mio parere, l’ opera barocca si adatta pochissimo a questo stile registico, proprio per la natura stilizzata e assolutamente astratta della musica, che entra terribilmente in contrasto con uno stile di recitazione caricato in senso realistico.

Pensando a come viene allestito questo repertorio al giorno d’ oggi, a me viene spesso da pensare che i registi che di esso si occupano siano i primi a non “credere” nella potenzialità teatrale dell’ Opera Seria settecentesca, in quanto appare evidente come siano essi i primi a stravolgerne la drammaturgia e a scardinarne gli equilibri musicali, in nome di una necessaria – a loro dire – opera di avvicinamento alle moderne sensibilità. Tagliare del tutto il lato evocativo all’ opera barocca, comunque lo si voglia rendere, mi sembra una grave forzatura. Nel caso di questa messinscena, realizzare il mondo magico ed illusorio di Alcina, metafora anche della caducità della bellezza e dell’ amore sensuale, con un semplice  interno fisso popolato da personaggi borghesi, gli uomini in giacca e cravatta e le donne in tubini o tailleurs, evoca assai poco. Omettere del tutto la natura misteriosa, seducente, affascinante e spaventosa, dell’ isola di Alcina, e realizzare lo straniamento che essa esercita sui personaggi della vicenda solo come un caso di illusione provocato da una sorta di follia collettiva stride in maniera insopportabile, come ho detto, con la natura di una musica che non è descrittiva in senso stretto ma funziona come evocazione sonora di queste atmosfere.

Foto ©Martin Sigmund
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Premesso tutto questo, bisogna poi riconoscere che Wieler e Morabito nelle loro produzioni sono ben distanti dagli eccessi gratuiti e dal pessimo gusto di altri registi, i quali ignorano semplicemente la vicenda del pezzo teatrale di cui si occupano e la sostituiscono con una inventata da loro, che viene sovrapposta a quella originale. Questa Alcina, al contrario, fatte salve le riserve di base che ho appena cercato di esporre, rimane comunque uno spettacolo in cui la musica viene lasciata venir fuori senza grosse forzature, con una sua logica e un suo stile, che tutto sommato si lascia guardare senza suscitare nello spettatore un eccessivo fastidio. Pubblico numeroso e successo cordiale per una serata che, dal punto di vista musicale e vocale, ci ha offerto diversi motivi di apprezzamento.

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