Musikfest Stuttgart 2016 – Sichten auf Bach

Foto ©Holger Schneider
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Il ciclo Sichten auf Bach costituisce uno dei punti centrali nella programmazione della Musikfest Stuttgart. Anche quest’ anno il pubblico è intervenuto numerosissimo a seguire i cinque appuntamenti dedicati alla musica di Bach, un autore che il pubblico di queste parti ama come pochi altri e ascolta con una concentrazione assoluta in quanto lo considera parte fondamentale della propria cultura. La serie di quest’ anno si è aparte con una serata clavicembalistica tenutasi nella Weisse Saal del Neuer Schloss, il grande palazzo che si trova nella Schlossplatz di Stuttgart e oggi costituisce la sede del governo del Land.  Protagonista era Andreas Staier, sessantunenne clavicembalista e pianista nativo di Göttingen che in questi ultimi anni si è costruito una notevole fama internazionale sia nel repertorio barocco che nell’ esecuzione degli autori ottocenteschi sugli strumenti d’ epoca. Staier, che in questa occasione suonava la copia di un cembalo a due manuali  settecentesco costruita da Cristoph Kern sul modello di uno strumento fabbricato nel 1723 da Michael Mietke, ha presentato un programma che accostava Bach ai grandi clavicembalisti della scuola francese come Jean-Henry d’ Anglebert, che fu maestro di cappella a Versailles, presso la corte di Luigi XIV, Nicolas de Grigny e François Couperin. Bach conosceva a fondo le musiche di questi autori e l’ accostamento degli autori francesi con brani come la Fantasia in la minore BWV 904 e la celebre Partita in re maggiore BWV 828, uno dei vertici assoluti nella prima parte della Clavier-Übung composta tra il 1726 e il 1731 a Leipzig, dimostra in modo inoppugnabile l’ influenza stilistica che la scrittura di d’ Anglebert e Couperin ha esercitato sul compositore di Eisenach. Il programma era completato dal quinto e sesto Contrapunctus della celebre Die Kunst der Fuge, suonati da Andreas Staier con una splendida lucidità nell’ esposizione delle strutture polifoniche e un fraseggio assolutamente perfetto dal punto di vista stilistico, come tutti gli altri brani di un programma interessantissimo e di splendida qualità musicale.

Foto ©Holger Schneider
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Il giorno seguente, una Stiftkirche gremita fino all’ ultimo posto a sedere ha ospitato il primo concerto bachiano della nuova Gaechinger Kantorei ristrutturata da Hans-Cristoph Rademann come complesso per l’ esecuzione di tipo storicamente informato e con il nuovo nucleo sonoro costituito dalla copia dell’ organo positivo Silbermann che la Bachakademie ha fatto costruire grazie a una donazione privata per farlo diventare il simbolo del nuovo corso stilistico intrapreso dal sodalizio. Rademann ha scelto per l’ esordio bachiano dei suoi nuovi complessi tre Cantate risalenti ai primi anni di Bach come Thomaskantor a Leipzig: “Tue Rechnung! Donnerwort” BWV 168, scritta nel 1725 per la nona domenica dopo la Trinità, “Was frag ich nach der Welt” BWV 94 composta un anno prima per la stessa festività e “Herr Jesu Christ, du höchstes Gut” BWV 113 eseguita per la prima volta nell’ agosto 1724 per la nona domenica dopo la Trinità. L’ esecuzione ci ha dimostrato che Rademann alla guida di un ensemble tramite il quale può realizzare pienamente le sue intuizioni musicali dimostra tutta la sua statura di interprete bachiano tra i maggiori della nostra epoca, per la profonda penetrazione stilistica e la coerenza perfetta di un fraseggio calcolato nei minimi particolari. Anche il cast vocale scelto dal direttore sassone per questo concerto ha offerto una prova di alto livello soprattutto per quanto riguarda il soprano Dorothee Mields, una tra le più accreditate specialiste odirene del repertorio rinascimentale e barocco, che nelle sue arie ha letteralmente incantato il pubblico per purezza di emissione e intensità espressiva nel rendere il significato dei testi. Ottimo anche il tenore Sebastian Kohlhepp, che qui a Stuttgart si è guadagnato un posto preminente nell’ ensemble della Staatsoper e che nel repertorio sacro può mettere in mostra il meglio di una vocalità educata e flessibile. Inteessanti anche le prove del trentunenne controtenore svizzero Tery Wey e del basso-baritono Andreas Wolf, anche lui considerato tra i migliori specialisti emergenti in questo tipo di musica. Il pubblico ha accolto in maniera trionfale questa prima prova bachiana di Rdeamann alla guida della nuova Gächinger Cantorey che, viste le premese, potrebbe senz’ altro ritagliarsi una posizione di rilievo nel panorama interpretativo bachiano dei nostri giorni.

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Il terzo appuntamento della rassegna era dedicato al celebre ciclo delle Sonate e Partite per violino solo, uno tra i vertici assoluti dell’ arte bachiana. Thomas Zehetmair, cinquantaquattrenne violinista salisburghese che in questi ultimi anni ha affiancato all’ attività solistica un’ interessante carriera da direttore d’ orchestra, ha presentato tre dei sei brani della raccolta, iniziando con la Prima Sonata in sol minore BWV 1001 e proseguendo con la Partita in mi maggiore BWV 1006 e con quella in re minore BWV 1004, che si conclude con la straordinaria Ciaccona. L’ esecuzione di Zehetmair, la cui incisione discografica del ciclo integrale realizzata nel 2007 per la Teldec è considerata dalla critica internazionale come una tra le migliori apparse negli ultimi anni, è apparsa notevole per la bellezza severa del fraseggio, la scrupolosità dello stile e la disinvoltura nel superare tutti i passi tecnicamente insidiosi. Il modo intenso e ricco di concentrata carica espressiva con cui Zehetmair ha reso la celebre Ciaccona ha concluso in maniera eccellente questo excursus sull’ arte violinistica bachiana.

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Attendevo con curiosità il quarto appuntamento del ciclo per la presenza del complesso vocale e strumentale ginevrino Gli Angeli Genève, di cui recentemente avevo ascoltato alcuni CD che mi avevano impressionato molto favorevolmente. Il gruppo fondato dal cantante e direttore Stephan MacLeod è un esponente di quella corrente esecutiva che si ispira al modello proposto da Joshua Rifkin, con un coro ridotto a due voci per ogni parte reale in cui i brani solistici sono eseguiti dai Concertisti i quali si uniscono ai quattro Ripienisti nell’ esecuzione dei brani corali. Il concerto de Gli Angeli Genève nella Stiftkirche proponeva tre fra le più belle Cantate bachiane degli anni di Leipzig, iniziando con la BWV 186 “Ärgre dich, o Seele, nicht” scritta dal Maestro nel 1723 per la settima domenica dopo la Trinità sei settimane dopo la sua entrata in carica come Thomaskantor su materiale proveniente da un analogo lavoro composto a Weimar e che nella sua complessità strutturale costituisce, come tutte le Cantate del primo anno lipsiense, quasi una sorta di presentazione al pubblico delle qualità tecniche di Bach, per poi proseguire con la BWV 26 “Ach wie flüchtig, ach wie nichtig” appartenente al secondo ciclo delle Cantate di Leipzig e scritta nel 1725 per la ventiquattresima domenica dopo la Trinità, per finire con “Die Elenden sollen essen” BWV 75, uno dei lavori più elaborati e complessi in tutto il catalogo delle Kantaten, con il quale Bach fece il suo esordio ufficiale come responsabile della musica per il servizio divino a Leipzig. La prestazione de Gli Angeli Genève mi ha sostanzialmente confermato il giudizio positivo che avevo ricavato dall’ ascolto dei dischi. Il gruppo ginevrino è formato da strumentisti di notevole qualità e Stephan MacLeod, oltre che essere un direttore esperto e consapevole, possiede anche una notevole voce di basso che gli ha consentito di ben figurare nei brani solistici insieme al tenore italiano Valerio Contaldo e al soprano polacco Aleksandra Lewandowska, anche loro vocalmente notevoli. Buono anche il controtenore Damien Guillon, dal timbro molto chiaro ma di sufficiente omogeneità. Anche in questo caso abbiamo ascoltato un’ esecuzione che, pur sostanzialmente impostata in modo diverso rispetto a quella proposta da Rademann, era ricca di spunti interessanti e di grande coerenza stilistica.

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Il concerto conclusivo della serie ci ha portato fino a Winnenden, cittadina situata a una ventina di chilometri da Stuttgart poco distante da Waiblingen in cui la ha sede la ditta Alfred Kärcher Gmbh, fondata nel 1935 dall’ omonimo ingegnere nativo di Bad Cannstatt e specializzata nella produzione di macchinari per la pulizia industriale, ha messo a disposizione l’ auditorium sito all’ interno dello stabilimento per l’ esibizione del Keller Quartett dedicata a un programma che accostava una selezione di brani da Die Kunst der Fuge a lavori tratti dalla produzione quartettistica di György Kurtág, compositore ungherese che quest’ anno festeggia il suo novantesimo compleanno e la cui musica mi ha sempre procurato una profonda impressione per la raffinatezza di scrittura e il tono di tensione concentrata ed essenziale che la contraddistinguono. Il tono teorico e speculativo dell’ ultimo capolavoro di Bach, oltre al fatto che il Maestro non ha indicato alcun organico strumentale preciso per questa raccolta che costituisce una sorta di estrema riflessione sulla scienza contrappuntistica, ha fatto sì che Die Kunst der Fuge sia stata sempre eseguita sia con gli atrumenti a tastiera che con organici di tipo diverso. La versione per quartetto d’ archi, che il Keller Quartett ha recentemente registrato sia in CD che in DVD, consente di cogliere con estrema nitidezza tutto l’ intreccio contrappuntistico delle varie voci e l’ ascolto comparato con i brani di Kurtág mette in rilievo come in poche altre occasioni la modernità affascinante, quasi avveniristica della scrittura di Bach che dal confronto con la musica del grande compositore contemporaneo ungherese risulta in tutta la sua splendida evidenza. Il Keller Quartett, complesso che nei suoi quasi trent’ anni di carriera si è conquistato una posizione di primo piano nel campo della musica da camera, suona Kurtág con una stupenda identificazione stilistica e una scrupolosità attentissima nel sottolineare tutte le impercettibili variazioni di atmosfere che caratterizzano la scrittura del maestro ungherese, fatta di rimandi e allusioni di chiara matrice weberniana mescolata con influssi bartokiani. Anche l’ esecuzione dei brani di Bach è stata condotta dai quattro strumentisti del Keller Quartett (András Keller e Zsófia Körniey, violini; Zoltan Gál, viola; Judit Szabó, violoncello) con un fraseggio lucido e perfettamente calcolato nella resa degli intrecci contrappuntistico. Un concerto di livello davvero molto alto, che il pubblico ha dimostrato di apprezzare e che ha concluso in maniera splendida questi cinque giorni di ascolti bachiani.

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