Musikfest Stuttgart 2016 – Inaugurazione

Foto ©Holger Schneider
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La Musikfest Stuttgart della Internationale Bachakademie segna per tradizione la ripresa dell’ attività musicale nella città capoluogo del Baden-Württemberg. Originalità e senso innovativo delle proposte rendono questa rassegna uno dei festival più interessanti nel panorama musicale tedesco e anche il programma dell’ edizione 2016, la quarta organizzata dalla nuova gestione di Gernot Rehrl e Hans-Cristoph Rademann, si presenta assai ricco di serate inusuali e stimolanti. Come negli ultimi anni, il giorno prima del concerto inaugurale il pubblico ha avuto la possibilità di incontrarsi per il Wandelkonzert zum Wein, una serata itinerante formata da tre brevi concerti che si svolgono Uhlbach, un incantevole sobborgo antico situato alla periferia di Stuttgart e conosciuto per essere uno dei principali centri di produzione vinicola della zona. Tre antiche costruzioni di questo affascinante sito storico ospitavano anche questa volta gli appuntamenti musicali, preceduti da offerte di degustazione dei pregiati vini prodotti dalle aziende locali.

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I tre eventi musicali del Wandelkonzert di quest’ anno costituivano una sorta di variazione sul tema generale della rassegna che quest’ anno è costituito dal motto Reichtum, che in tedesco vuol dire “ricchezza” intesa come sottolineatura della varietà e poliedricità del patrimonio culturale della Germania. Il Weinbaumuseum ha ospitato l’ esibizione dell’ ensemble FisFüz, un trio strumentale formato da musicisti nati in Germania da famiglie di origine turca che si dedicano all’ esecuzione di un repertorio che mescola gli influssi musicali del loro paese con la tradizione classica occidentale e il repertorio jazzistico. Le improvvisazioni della clarinettista Annette Maye su temi mozartiani e su motivi melodici originari di Istanbul, in combinazione con i virtuosismi ritmici del percussionista Murat Coşkun e del chitarrista Gürkan Balkan, erano estremamente gustose all’ ascolto e coinvolgenti. Successivamente, nella Kelter Uhlbach ses Collegium Württemberg si teneva una Lesung di brani tratti dal racconto satirico Phantasien im Bremer Ratskeller, ein Herbstgeschenk für Freunde des Weines di Wilhelm Hauff, scrittore originario di Stuttgart e morto nel 1827 a soli venticinque anni di età, amico di E.T.A. Hoffmann e come lui attivo soprattutto nella letteratura comico-fantastica, oggi ricordato dai musicologi soprattutto perché il suo racconto Der Affe als Mensch (Der junge Engländer) ha fornito a Ingeborg Bachmann lo spunto per il libretto dell’ opera comica Der junge Lord di Hans Werner Henze. La lettura del testo, affidata all’ attore Henning Westphal, era accompagnata da una scelta di brani chitarristici quasi tutti del periodo romantico suonati da Andreas Arend su uno strumento d’ epoca. Anche qui la proposta era davvero ben riuscita nella sua raffinatezza di concezione ed esecuzione. Il Wandelkonzert si concludeva con un breve recital del Vokalensemble Quartonal nella Andreaskirche, un piccolo gioiello di architettura in stile gotico risalente al 1490, dedicato a canzoni su motivi popolari tedeschi, francesi e americani eseguite in maniera davvero molto pregevole.

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La serata inaugurale vera e propria era molto attesa da pubblico degli appassionati, che hanno riempito quasi completamente la Liederhalle, perché costituiva l’ esordio pubblico dei complessi vocali e strumentali della Bachakademie nella nuova veste voluta da Hans-Cristoph Rademann. Fin dal monento in cui è subentrato a Helmuth Rilling come direttore artistico del sodalizio, il direttore sassone ha manifestato apertamente l’ intenzione di trasformare il gruppo in un ensemble adatto per l’ esecuzione storicamente informata. Dopo tre anni trascorsi sperimentando diversi tipi di approccio esecutivo con la collaborazione di orchestre ospiti, Rademann  per la serata di apertura della Musikfest di quest’ anno ha presentato il nuovo organico strumentale e corale della Bachakademie, riunito sotto la denominazione comune di Gaechinger Cantorey secondo una traslitterazione storica del nome con cui Rilling aveva battezzato il gruppo vocale da lui fondato nel 1954, per l’ esecuzione del Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi. Per dare forma al suo nuovo gruppo strumentale, Rademann è ricorso alla collaborazione di specialisti accreditati nel campo della prassi esecutiva barocca come le violiniste Liz Mac Carthy, attiva in complessi di vaglia come The Orchestra Of The Age Of Enlightment e l’ Akademie für Alte Musik in Berlin, e Nadja Zwiener, per molti anni Konzermeisterin dell’ orchestra The English Concert fondata da Trevor Pinnock. Come ulteriore sottolineatura di questa evoluzione stilistica, la Bachakademie ha commissionato ai successori della celebre ditta Silbermann la copia di un organo positivo settecentesco, destinato a diventare il simbolo sonoro della nuova formazione.

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L’ esecuzione del Vespro monteverdiano è stata senza dubbio di eccellente livello. Rademann in questo repertorio possiede chiavi di lettura che pochi altri musicisti odierni possono permettersi e la Gaechinger Cantorey ha seguito splendidamente le sue intenzioni, coadiuvata dalla prova di un cast vocale praticamente perfetto, nel quale spiccava particolarmente la voce di Dorothee Mields, cantante originaria di Gelsenkirchen considerata tra le migliori specialiste odierne di questo repertorio. La resa incantevole del “Pulchra es” intonato dalla Mields all’ unisono con la splendida voce di Gerlinde Sämann, che avevamo apprezzato nel concerto conclusivo della scorsa stagione dedicato a Heinrich Schütz, è stata forse la pagina emotivamente più intensa di una lettura senza dubbio stilisticamente esemplare insieme al “Nigra sum” cantato con commossa partecipazione dal tenore Georg Poplutz. Se proprio dobbiamo fare un appunto, esso dovrebbe riguardare un certo eccesso di riserbo espressivo nell’ impostazione di base scelta da Rademann, causata in parte anche dall’ acustica del luogo in cui si è tenuta l’ esecuzione. La musica sacra di Monteverdi ha un tono fastoso e ricco di colori sgargianti derivato da un senso della religiosità esprimente il senso di liberazione che a Venezia si respirava dopo la battaglia di Lepanto ed esige una brillantezza sonora e un senso della spazialità che in una sala come la Liederhalle suonavano forse leggermente attutite. Tutto questo si è avvertito soprattutto nel “Magnificat” che chiude la celebre partitura, nel quale la mancanza di quegli effetti di risonanza che solo l’ architettura di una chiesa può offrire è apparsa particolarmente evidente. Ad ogni modo, il debutto della nuova Gaechinger Cantorey è stato ampiamente positivo e sottolineato da un grande successo di pubblico.

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