Antonio Juvarra – Alle sorgenti della cultura del belcanto

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Iniziamo il mese di settembre, come di consueto, con il contributo critico di Antonio Juvarra che ci espone il suo punto di vista riguardi ai principi di base della didattica vocale. Ringraziando come sempre Antonio per la collaborazione, auguro a tutti una buona lettura.

 

ALLE SORGENTI DELLA CULTURA DEL BELCANTO

 

Tutto ciò che viene realizzato dall’ uomo, viene prima pensato. Se ciò che viene realizzato è il frutto di un pensiero inconsapevole, non si potrà parlare di cultura come coscienza, ma di cultura come condizionamento esterno, situazione in cui l’uomo non agisce, ma viene agito da pensieri in precedenza già pensati (da altri).

In questa condizione quasi sonnambolica si muovono oggi tutti i condizionati dal pensiero meccanicistico in ambito vocale. La mancata coscienza del fatto che, ad esempio, pensare di alzare direttamente il palato molle, abbassare direttamente la laringe, così come il pensare di portare o tenere il suono ‘avanti’ NON sono delle realtà da cui non si possa prescindere cantando, ma sono invece molto più banalmente delle semplici INTERPRETAZIONI ERRATE della realtà, generate da una precisa ideologia, che è quella foniatrico-muscolare, rende ipso facto il cantante e l’ insegnante di canto impermeabili alla benefica influenza esercitata da un’ altra cultura, che è quella da cui storicamente è nato il belcanto.

La situazione paradossale che si viene in tal modo a creare è la seguente: persone che vivono nel mondo del canto (cantanti, insegnanti di canto, musicologi, pianisti accompagnatori, direttori d’orchestra e di accademie ecc.) e che si riempiono la bocca della parola ‘belcanto’ o di sue espressioni tecnico-vocali come ‘canto sul fiato’, poi in realtà condividono in automatico e contribuiscono alla diffusione virale di tutti i luoghi comuni più strampalati, prodotti dallo scientismo pseudo-tecnico-vocale, cioè di una cultura totalmente estranea a quella che ha generato il belcanto.

L’ obiezione che potrebbe essere mossa a riguardo e cioè che per imparare il karate o il judo non è necessario fare proprio lo shintoismo giapponese, non vale per il canto, in cui la vera tecnica vocale (quella a risonanza libera del belcanto) è profondamente, direi radicalmente intrisa di naturalezza, per cui più che mai il primo principio didattico-vocale rimane quello del ‘non nocere’, cioè non intaccare questa naturalezza profonda (che in alcuni appare emersa quasi totalmente, in altri solo parzialmente) ricorrendo a pseudo-tecniche inibitorie, ispirate nel 90 % dei casi a una precisa teoria meccanicistica ormai superata, sviluppatasi nella seconda metà dell’Ottocento.

Questa è appunto e non a caso la differenza più eclatante che emerge dal confronto tra gli antichi trattati del belcanto e i moderni libri sul canto. L’ intellettualismo meccanicistico più ‘midollare’ (che nulla ha a che fare con la struttura logico-razionale della realtà, di cui è al massimo una puerile e astrusa caricatura) sembra marchiare in maniera indelebile i moderni libri di didattica del canto con conseguenze disastrose.

Infatti quando la ragione perde il contatto sensoriale col vissuto, diventa processo intellettualistico degenerativo e sterilmente ‘mentale’, che si manifesta come complicazione e allontanamento dalla realtà.

Un principio della filosofia medievale, che è anche un principio sia del normale buon senso, sia del pensiero scientifico moderno, stabiliva che “non si devono moltiplicare gli enti, se non è necessario” e che “è inutile fare con più ciò che si può fare con meno.” (Guglielmo di Occam)

Ora proprio la produzione ‘industriale’ di enti NON necessari sembra essere invece la principale attività che caratterizza la didattica vocale moderna rispetto alla didattica belcantistica.

Un esempio di moltiplicazione superflua di enti è rappresentata dalla concezione del canto come interrelazione di tre ‘meccanismi’ o processi (fonazione, articolazione, respirazione) che, se considerati come fenomeni, diventano quattro (vibrazione, articolazione, risonanza, respirazione).

Se ora ci chiedessimo perché invece la didattica belcantistica abbia focalizzato l’ attenzione su due soli processi naturali (il semplice ‘dire’ e il respirare profondo), tra cui occorre stabilire il giusto accordo sinergico, la risposta sarebbe facile: perché (lasciando da parte per adesso l’ aspetto della respirazione) nella realtà vissuta la fonazione, sia parlata che cantata, non avviene isolando la genesi del suono a livello laringeo dal processo naturale globale del ‘dire’ in cui è inserita, e neppure prevede un controllo diretto dei risuonatori, distaccato dal processo naturale dell’ articolazione, per cui si può affermare che ben due elementi, la vibrazione cordale e il controllo diretto dei risuonatori, possono e devono essere eliminati, in quanto nozioni astratte superflue, dai fattori concreti di controllo e creazione del canto. In altre parole, nessuno nella realtà emette un suono (parlato e cantato che sia), pensando di indurre direttamente la chiusura delle corde vocali (tentativi che sfocerebbero praticamente in un rantolo) e neppure stabilendo direttamente la forma dello spazio di risonanza, corrispondente alle varie vocali  e alle varie note, tentativi che porterebbero a ingessare immediatamente la voce. Ne deriva che anche la cosiddetta ‘gola aperta’ nel canto non è, come pensa la foniatria, la prefabbricazione dell’ esatta forma dello spazio di risonanza (solitamente modellato sulla forma di un tubo, creato abbassando direttamente la laringe e alzando direttamente il palato molle), ma è la creazione, grazie alla distensione del respiro naturale globale, di una sorta di spaziosità onnipotenziale, di cui sarà poi il suono stesso a determinare la forma esatta, necessaria perché si generi la risonanza libera.

Teorizzazioni come quelle  dello spazio verticale, creato alzando il palato molle e abbassando la laringe, si inscrivono invece in quella ideologia scientistica (non scientifica!) che ha nome ‘foniatria artistica’, ma a un secolo e mezzo dalla sua nascita già sappiamo che cosa ha prodotto in termini di distorsione del suono e di irrigidimento del corpo, questa ingenua utopia del controllo muscolare diretto della voce.

Se l’ ideologia del controllo meccanico della voce non ha nulla a che fare con la realtà del fenomeno della fonazione umana, essendo semplicemente un prodotto della ‘sindrome intellettualistica’ della cultura moderna, c’ è da dire che questa sindrome non si esprime solo con teorizzazioni foniatriche, ma anche con concezioni di diverso segno e origine, altrettanto ‘campate per aria’.

“Arte del canto” è il nome di un blog sul canto che, come altri siti analoghi (ad esempio il sito “Belcanto italiano”) a parole si ispira ai principi elaborati dai trattati belcantistici, ma che in realtà ne diverge in maniera vistosa, a partire dalla concezione della natura e del concetto di naturalezza.

Entrambi i siti in questione si ispirano infatti a una radicale diffidenza nei confronti della natura, vista come una sorta di elemento informe, grezzo e incompleto, che dovrebbe essere “corretto”, “disciplinato” e addirittura “nobilitato” dall’ arte, per cui paradossalmente la ‘naturalezza’ viene concepita al massimo come il banale effetto collaterale di un processo (definito ‘tecnico’ o ‘artistico’) che per principio non deve avere in sé nulla di naturale, colpo di genio logico in virtù del quale dovremmo credere che innaffiando una rosa di plastica, poi questa un bel giorno incomincerà magicamente a sbocciare e profumare…

Chi elabora teorie del genere, è naturalmente liberissimo di farlo, ma non può allo stesso tempo illudersi che esse abbiano un qualunque rapporto con la didattica belcantistica, dato che ogni cultura rappresenta una globalità di elementi inestricabilmente connessi l’ uno con l’ altro. Ne consegue che la concezione naturalistica che emerge in tutta la sua evidenza nei trattati belcantistici, non può essere considerata una semplice sovrastruttura esterna o un elemento ‘decorativo’, sostituibile con un qualsiasi altro elemento di significato contrario. È il caso, appunto, sia della concezione meccanicistica sia di certe concezioni tecnico-vocali, derivate da ideologie idealistiche o spiritualistiche,  che sono del tutto estranee a quel senso ‘classico’, ispirato alla semplicità, al continuo, placido contatto con la dimensione della natura, che rappresentano invece il fondamento della didattica belcantistica.

Come non si riuscirebbe a capire il senso profondo di una Deposizione di Raffaello o di una Passione di Bach, ignorando la concezione cristiana di cui esse sono espressione, così non si possono comprendere e assimilare (e quindi rendere operativi) i principi della tecnica belcantistica, se non li si pone correttamente in relazione con la cultura da cui sono scaturiti. Ora la cultura del belcanto non si basa su una concezione razionalistico-meccanica (come quella da cui sono derivate le tecniche vocali odierne), ma neppure su una concezione idealistico-astratta, bensì su una concezione naturalistico-pragmatica.

La concezione belcantistica, in questo rifacendosi alla cultura classica, parte dal presupposto che la natura sia una dimensione di perfezione insuperabile, nel cui grembo l’ uomo già vive e di cui deve prendere progressivamente sempre più coscienza in modo che ciò che in essa era nascosto si riveli compiutamente e possa rendere attuale in noi ciò che era potenziale.  Ne deriva che il corpo del cantante in cui progressivamente avviene quella ‘attuazione’ delle sue potenzialità naturali che ha preso il nome di ‘educazione vocale’, è il corpo NORMALE della vita di ogni giorno, e NON un corpo da addestrare fisicamente affinché si trasformi nel corpo ‘atletico’ o ‘tecnologico’ della moderna fantascienza meccanicistico-vocale, idea che è sufficiente di per sé a rendere impossibile sul nascere la tecnica belcantistica.

Altri termini, come ‘sviluppo’ ed ‘educazione’, evidenziano e confermano nel loro significato etimologico la concezione classica del rapporto dell’ uomo con la natura:  si tratta infatti, appunto, NON di creare dal nulla grazie all’atto demiurgico dell’arte, ma di ‘s-viluppare’, ossia, letteralmente, liberare la voce da quei ‘viluppi’, cioè, letteralmente, da quei ‘grovigli’  (spacciati oggi per ‘tecniche vocali’), che sono quelli che ne impediscono il naturale “dispiegarsi”. ‘E-ducare’, analogamente, significa letteralmente ‘condurre fuori’ un qualcosa, che per definizione era preesistente. Condurre fuori da che cosa? Non certo dal nulla (tanto meno grazie al genio di un qualche moderno dr. Frankenstein della voce), ma dal grembo naturale in cui era semplicemente nascosto, così come succede ad ogni entità naturale, sia esso un feto o un seme.

Esiste un altro termine in cui ritroviamo impressa indelebilmente questa concezione naturalistica classica ed è ‘ingegno’ (ingenium) ovvero talento, capacità, che con la sua radice ‘gen’ (che significa nascita), riconduce tutte le forme di abilità alla loro origine naturale e non a una qualche strampalata e fantastica dimensione ‘artistica’ o ‘tecnica’, intesa come dimensione a sé stante, distaccata dalla natura. Credenze come quest’ ultima si basano sempre sul vuoto culturale e su un vizio conoscitivo: la presunzione narcisistica che esista una sfera della realtà (opportunamente ‘nobilitata’ con l’ appellativo di Arte), avulsa dalla realtà naturale globale e ad essa superiore. A sua volta questa presunzione non è altro che l’ effetto-causa di una nevrosi, che è quella appunto che induce a ‘depurare’ determinati aspetti della realtà o negandoli o ‘intellettualizzandoli’ perché, come succede con le malattie autoimmuni, non si riesce ad accettare la realtà nella sua integralità, ma si è costretti a esorcizzarne una parte, ritenuta negativa o ‘inferiore’.

Questo è esattamente ciò che succede nel canto sia con la fobia della gola (e dell’ ‘indietro’) e la correlativa esaltazione idealistica di un inesistente suono “già fuori”, sia con il concetto di ‘respirazione artistica’ come opposta alla ‘respirazione naturale’, sia con la teoria della pronuncia naturale parlata come qualcosa da ‘correggere’ e ‘perfezionare’, temeraria mitizzazione che subito suscita nelle persone di buon senso la domanda: e chi sarebbe il ‘perfezionatore’..? Forse quell’ essere iper-intellettualistico e pseudo-razionale, generato dalla cultura moderna, che è proprio la causa di quasi tutti quelle nevrosi vocali, spacciate per ‘tecnica’?

Ritroviamo esposta la suddetta teoria nel citato blog “Arte del canto”, dove recentemente è stata pubblicata questa significativa affermazione:

“L’ apparato articolatorio cui nel processo di fusione fiato-suono è affidato il ruolo trainante, non deve rimanere a livello casereccio e di strada, ma deve nobilitarsi! L’ arte non può essere villana e plebea, ma nobile. L’ unità fiato-suono ingloba anche la parola nella trinità di un canto esemplare”. Che è esattamente come dire: il marmo con cui Michelangelo farà i suoi capolavori non può essere un marmo “casereccio”, “villano”, “plebeo”!  Deve essere un marmo che prima è stato opportunamente nobilitato.

L’ esordio del discorso era stato il seguente:

“Nel caso della voce noi abbiamo tre apparati e due fenomeni: la respirazione e il parlato. Il canto non chiede nulla di più se non una evoluzione di questi due fenomeni, perché si tratta di “allungare” il parlato; la respirazione non ha nativamente le caratteristiche in sé per sostenere questo parlato “lungo” e quindi produrre un canto di elevata qualità, possedendo solo caratteristiche di scambio gassoso e, secondariamente, di azione grossolanamente fisico-meccanica (sforzi e collaborazione muscolare).”

Questi frasi, apparentemente in linea con le concezioni belcantistiche, sono in realtà un groviglio di astrusità concettuali che non hanno nessun rapporto né con la logica né con la realtà.

Vediamo perché, partendo dall’ ultima parte della prima frase, dove si teorizza l’ esistenza di una trinità fiato-suono-parola, che è una trinità fittizia, dato che il ‘suono’ nel canto non può essere concepito come qualcosa di distinto dalla parola, intesa come processo naturale di articolazione, e in ogni caso, anche volendo dare al termine ‘suono’ il significato di autogenesi del suono per concepimento mentale immediato come avviene nel parlato, è chiaro che per avere una vera trinità i tre elementi che la compongono devono avere lo stesso grado di autonomia e poter collaborare su un piano di parità con gli altri elementi per creare quella sinergia naturale da cui scaturisce il canto. Qui invece che cosa avviene? Che alla ‘parola’ viene misteriosamente attribuita una supremazia, per cui il rapporto degli altri due elementi (il fiato e il suono) con la parola diventa di subordinazione e non più di coordinazione.  Addirittura, precipitando direttamente nella fantafisica e nella fantafisiologia, si teorizza seriamente che la “parola” possa e debba diventare un fattore di “elevazione fisiologica” (?!) del fiato, che in questo modo si “evolverebbe” da “fiato animale” a qualcosa di indeterminato, ma comunque superiore al livello “animale”.   E siccome ogni assurdità ne genera un’ altra, ancora più mostruosa, si vuole far credere che questa capacità della parola  di “elevare” fisiologicamente il fiato dal suo stato brado di “fiato animale” sarebbe resa possibile da una sua preventiva “nobilitazione”, misterioso processo che non si sa in che cosa consista, ma si sa già (purtroppo) a chi faccia capo: all’ “arte” del cantante, a cui in questo modo si attribuiscono le stesse capacità magiche di trasformazione del piombo in oro, che una volta venivano attribuite agli alchimisti.

La successione (cervellotica) delle cause che creano il canto, sarebbe quindi la seguente: il cantante artista-alchimista “nobilita” la parola, la quale, così “nobilitata”, “eleva fisiologicamente” il fiato, il quale fa spiccare al canto il volo nei cieli dell’ Arte.

Questo bislacco parto concettuale deve la sua genesi alla disinvoltura con cui precisi elementi della realtà vengono aboliti e sostituiti con le proprie personali teorie filosofiche. Infatti ci si potrebbe chiedere:  e chi ha stabilito che dei due processi NATURALI che sono alla base della fonazione, e cioè l’ articolazione e la respirazione, la seconda debba essere considerata di serie B e dipendente dalla prima, invece che, come in realtà è, indipendente sinergicamente dalla prima e su uno stesso piano di parità?

In effetti, è solo perché si è deciso di mettere la realtà nel letto di Procuste delle proprie bislacche concezioni filosofiche, che si può affermare arbitrariamente che la ‘parola’ sia superiore al ‘respiro’ con la motivazione infondata che la prima apparterrebbe al superiore status, intrinsecamente “nobile”, dell’ umanità e che  il secondo, invece,  apparterrebbe all’ inferiore status, intrinsecamente “volgare”, dell’ animalità.

E se volessimo fare il giochino filosofico inverso, che cosa ne risulterebbe?  In altre parole, se dicessimo che il respiro (in latino ‘spiritus’) rappresenta il primigenio alito divino da cui scaturì l’Universo e che quindi, come tale, è superiore alla parola umana?  Il risultato sarebbe che saremmo costretti a capovolgere la bislacca teoria del primato della parola come “elemento trainante del fiato”, arrivando a  una didattica di segno opposto, dove non è più “il fiato che viene educato attraverso la parola”, ma, all’ inverso,  è la parola che viene educata attraverso il fiato, con risultati altrettanto grotteschi, ma analogamente spacciabili come alta speculazione didattico-vocale.

A questo punto un piano di ritorno alla realtà potrebbe attuarsi solo riconoscendo pari autonomia  ai due processi dell’ articolazione e della respirazione, concepiti come ingredienti naturali, che concorrono a creare sinergicamente il canto, per cui un’ ipotetica trinità belcantistica sarebbe costituita non dal suono, dalla parola e dal respiro, bensì, eventualmente, dalla parola, dal respiro e dalla giusta relazione armonica tra i due.

Questo è esattamente quello che succede con quei fenomeni naturali che sono le reazioni chimiche ovvero: due sostanze naturali, semplicemente venendo a contatto tra loro (e rimanendo sé stesse!), danno avvio a un processo (altrettanto naturale!) che sfocia nella creazione di una nuova sostanza.  Ne consegue che, ad esempio, nel caso della reazione chimica con cui due atomi di idrogeno, combinandosi con un atomo di ossigeno, danno origine a una molecola di acqua, sarebbe folle affermare che la reazione è potuta avvenire perché l’ idrogeno, prima di unirsi all’ ossigeno, ha subito un trattamento di  “nobilitazione” ed è stato magari “perfezionato” ‘in idrogeno acquoso’, diventando così l’ “elemento trainante” che ha reso possibile l’ “elevazione” chimica dell’ ossigeno e la sua trasformazione-sublimazione in acqua.

Altrettanto fallace si rivela il concetto di canto come “parlato allungato”, che ha senso come se noi parlassimo di acqua come di “idrogeno liquidizzato”. No, in entrambi i casi ciò che nella realtà accade è che l’ idrogeno e il parlato, rimasti uguali a se stessi e non preventivamente “nobilitati”, a un certo punto SPARISCONO in quanto tali e diventano una NUOVA sostanza: rispettivamente l’ acqua e il canto.

Tutto il resto è solo fiaba intellettualistica di segno idealistico invece che foniatrico-meccanicistico.

Antonio Juvarra

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