Rossini Opera Festival 2016 – Dramma semiserio in tre atti e un epilogo

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È da circa venticinque anni che non vado a vedere di persona gli spettacoli del Rossini Opera Festival di Pesaro. Dopo il tramonto dei protagonisti appartenenti alla generazione degli interpreti rossiniani storici come Lella Cuberli, Martine Dupuy, Lucia Valentini Terrani, Chris Merritt, Rockwell Blake e Samuel Ramey, che non hanno avuto successori adeguati, non ho più avuto alcuna motivazione per affrontare un viaggio nella città adriatica. Continuo però a seguire con una certa regolarità le dirette radiofoniche e quest’ anno ho deciso di aggiungere my two cents (oppure to put in my two pennies worth, in British English) ai resoconti sui tre allestimenti della rassegna. Visto che siamo in periodo di ferie estive e bisogna movimentare un po’ l’ atmosfera, ho deciso di strutturare questo resoconto come una trama operistica, con i singoli atti preceduti da un titolo alla maniera dei libretti di Salvatore Cammarano e Temistocle Solera. Ciò premesso, iniziamo a parlare della nuova produzione de La Donna del Lago che ha inaugurato questa edizione del ROF.

Atto Primo – Il dio della Musica

Foto ©ANSA/Studio Amati Bacciardi
Foto ©ANSA/Studio Amati Bacciardi

Non potevo scegliere una diversa epitome per questo nuovo allestimento del capolavoro rossiniano affidato alle cure sceniche del gggeniale Damiano Michieletto e alla direzione del genius loci Michele Mariotti,  visti i toni dei resoconti a base di fanfare trionfali e zaffate d’ incenso che i fans del giovane maestro, insistendo a presentarcelo come il giovane dio della bacchetta, hanno sparso a piene mani nel web. Sinceramente, sono rimasto abbastanza attonito nel leggere tutta una serie di affermazioni enfatiche e sopra le righe a commento della direzione orchestrale di Mariotti. Secondo questa banda di turiferari, avremmo avuto il privilegio di ascoltare un’ interpretazione storica, rivoluzionaria, quella offertaci dal “dio della Musica” (giuro, non sto scherzando: ho letto davvero questa affermazione su facebook); uno spettacolo che ci ha offerto un momento irripetibile nella storia del teatro lirico, tale da eguagliare gli esiti raggiunti in Rossini da Claudio Abbado e Jean Pierre Ponnelle. Perché prima di Mariotti/MichelOTTO (non è una battuta mia, si tratta di una papera presa dai commentatori della RAI durante la diretta…) nessuno era riuscito a dare un senso all’opera. E chiunque si permetta di criticare è solo un parrucconoide, un passatista, un invidioso e un idiota. Sinceramente parlando, io resto perplesso davanti a queste sparate epocali che alla resa dei conti si sgonfiano regolarmente come un soufflé cucinato male. In ogni caso, molto intimorito da queste sentenze epiche, cercherò di replicare con la debita serietà. A mio personalissimo avviso, la direzione è apparsa largamente deficitaria nel rendere l’ atmosfera protoromantica ideata da Rossini per questa partitura che costituisce sotto l’ aspetto coloristico uno dei suoi esiti più compiuti. Tempi sempre stretti, sonorità spesso enfatiche e bandistiche, poca flessibilità negli accompagnamenti alle arie e, in genere, un impeto barricadero che a me è sembrato assolutamente fuori stile. La violenza rusticana conferita dal podio al Terzetto del secondo atto era l’ emblema di un’ interpretazione che a me suonava largamente incompiuta e falsa nell’ approccio. Molto diseguale la resa della compagnia di canto. Salome Jicia, cantante georgiana pressoché esordiente e scaraventata in scena in un ruolo Colbran secondo una pessima tradizione tipicamente pesarese, è un sopranino dalla voce piena di aria, stridula nelle note acute, in perenne debito d’ ossigeno e sempre in difficoltà nel legato. Il massimo che poteva sortirne era un’ Elena perennemente querula e lamentosa come un salice piangente, fino a un Rondò finale risolto con una fatica immane in una vera e propria lotta con le note. Insoddisfacente anche la prova di Juan Diego Florez, apparso in pessima forma vocale, opaco nel timbro e con un’ emissione indurita e affaticata che il tenore peruviano ha cercato malamente di compensare sostituendo all’ autorevolezza che non dovrebbe mancare anche ad un sovrano innamorato un’ aggressività quasi da Canio scozzese nei duetti con Elena. Decisamente migliore il Rodrigo di Michael Spyres che, nonostante qualche nota bassa troppo esagerata e stomacale, è apparso sicuro nel dominio dei passi di coloratura eseguiti in maniera altamente spettacolare e di grande effetto. Interessante anche il Malcolm del mezzosoprano armeno Varduhi Abrahamyan, cantante in possesso di discrete qualità virtuosistiche e che ha esibito un timbro morbido e compatto al netto di alcune note troppo soffocate negli estremi acuti e di qualche sbracatura nelle note basse. Puramente e semplicemente non pervenuto il Douglas di Marko Mimica. Al termine, applausi abbastanza intensi per tutti e in particolare per il “dio della Musica”.

 

Atto Secondo – Selim, Geronio e la malafemmina

Rof: Scappucci, Rossini sa di vento e di mare
Foto ©ANSA

Con il secondo spettacolo, che era Il Turco in Italia in un nuovo allestimento firmato da Davide Livermore, le cose volgevano decisamente al peggio. Il cast scritturato dal ROF ha infatti trasformato quella che dovrebbe essere una commedia dal tono permeato di umorismo sottile e cinico in una farsa pecoreccia buona al massimo per un palcoscenico tipo l’ Ambra Jovinelli o il Bagaglino oppure per un film di Totò come quello che ho parafrasato nel titolo. Ricordo bene come anni fa, ai tempi delle prime revisioni critiche sulle partiture rossiniane, si censurassero aspramente gli eccessi caricaturali di cantanti come Fernando Corena e Paolo Montarsolo. Oggi, a dispetto della filologia, siamo tornati a questo tipo di tono nel Rossini comico e l’ esecuzione pesarese costituiva un esempio probante di tale perniciosa tendenza. Il tutto nell’ indifferenza mostrata da Speranza Scappucci, che in buca è apparsa preoccupata solamente di tenere a bada complessi orchestrali e corali di una modestia davvero imbarazzante. La concertazione è sembrata assolutamente inesistente e anche dal punto di vista testuale ci sarebbe molto da dire sulla scelta di proporre un miscuglio tra la versione originale scaligera e quella romana, da parte di un festival che si picca di proporre un Rossini filologicamente corretto. I cantanti, lasciati a briglie sciolte dal podio, hanno dato sfogo a tutto un repertorio di caccole, parlati e cachinni nel quale il solo Pietro Spagnoli, che impersonava Prosdocimo, ha mantenuto una compostezza accettabile e una linea vocale corretta anche se le ferite del tempo sono sempre più difficili da mascherare. Erwin Schrott, tipico esponente dello star system farlocco, è stato un protagonista dalla voce dura, senescente e del tutto priva di quell’ ampiezza che dovrebbe caratterizzare il principe turco seduttore. Nicola Alaimo è stato un Don Geronio non molto migliore vocalmente e pressoché insopportabile per il tono caricato e sempre sopra le righe. Nasale, sforzata e petulante la voce del tenorino René Barbera che impersonava Don Narciso. Per quanto riguarda Olga Peretyatko, cantante che come il marito è regolarmente seguita sui social da uno stuolo di fans petulanti e fastidiosi, la sua Fiorilla mancava in toto di quel  tono di voluttuosa civetteria che dovrebbe essere la caratteristica peculiare della borghese napoletana in cerca di emozioni. Il fraseggio della cantante russa è regolarmente insipido e la sua prova è culminata in un’ esecuzione pressoché disastrosa della grande aria “Squallida veste e bruna”. E qui c’ è poco da accampare scuse, la cantante dimostra da un pezzo carenze tecniche che si vanno facendo sempre più vistose. Parlando concretamente, la voce della bella Olga è tutta giù di posizione. Volendo rispolverare vecchi termini della didattica morta e sepolta si dovrebbe dire che non è “in maschera” ma sono termini che all’ ascoltatore moderno possono creare confusione, al giorno d’ oggi non si è più abituati a sentire una voce libera, messa a fuoco correttamente; si sente invece come nei centri la voce della Peretyatko è trattenuta tra gola e bocca, non supera mai l’ arcata dentale, non è mai “fuori”, libera di vibrare. Anche in un repertorio dove potrebbe in teoria eccellere, il suono evoca l’ immagine di un elefante che balla in tutù. Con una posizione così bassa del suono, poi, intonazione e tessiture alte non le reggi. Non a lungo, almeno. Il pubblico ha comunque applaudito con moderazione questa sfilata di frizzi e lazzi da vaudeville che a me personalmente ha fatto un effetto molto, ma molto triste e deprimente.

Atto Terzo – Ewa e Jader alla riscossa

MUSICA: CIRO IN BABILONIA, KOLOSSAL CINEMA MUTO TORNA AL ROF
Foto ©ANSA /Ufficio Stampa Rossini Opera Festival / Studio Amati Bacciardi

La ripresa del Ciro in Babilonia, spettacolo conclusivo e insieme terzo atto della nostra vicenda librettistica, ha fortunatamente provveduto a risollevare in parte gli animi degli ascoltatori, fornendo un finale abbastanza ottimistico alla trama. L’ opera, composta da Rossini nel 1812 per il Teatro Comunale di Ferrara, contiene molte pagine musicali di qualità anche se la struttura drammatica è sicuramente incerta. È proprio in casi come questi che il direttore d’ orchestra deve assumersi il compito di conferire unità di toni ad una partitura che manca di coesione e ritmo narrativo. Fortunatamente, in questo caso abbiamo trovato un musicista all’ altezza della situazione. Da tempo sentivo parlare molto bene di Jader Bignamini, quarantenne direttore nativo di Crema e arrivato al podio dopo una lunga esperienza come primo clarinetto dell’ Orchestra Sinfonica LaVerdi di Milano e l’ ascolto del Ciro in Babilonia ha pienamente confermato queste informazioni positive. Finalmente abbiamo ascoltato un direttore dotato di fantasia, senso del teatro e del racconto, dal braccio leggero e attentissimo a tutti i dettagli della concertazione. Sono questi i requisiti necessari a un vero direttore d’ opera e Bignamini ha dimostrato in questa occasione di essere un musicista a cui si può prevedere un grande futuro. L’ eleganza del fraseggio orchestrale, la varietà dei colori e le belle sonorità ottenute dai complessi bolognesi che sembravano letteralmente trasformati rispetto alla prima sera erano le caratteristiche principali di una prova davvero da musicista di classe superiore. Fortunatamente il giovane Bignamini ha trovato un valido punto di appoggio sul palco in Ewa Podles, che ha offerto quella che complessivamente si può senz’ altro definire come la miglior prestazione vocale tra quelle che abbiamo ascoltato in questi tre giorni. La voce del sessantaquattrenne contralto polacco non è certamente più quella di un tempo e infatti nel primo atto abbiamo notato diverse durezze e opacità nei centri. Evidentemente, a questa età, la voce abbisogna di tempo per scaldarsi e infatti nella grande scena di Ciro del secondo atto la Podles è apparsa vocalmente molto più a fuoco, ben sostenuta dallo splendido accompagnamento fornitole da Bignamini, dominando la coloratura con una sicurezza ancora impressionante anche grazie a una scaltrezza tecnica fenomenale: con grande furbizia, la cantante per far sentire meno cesure timbriche spoggiava leggermente il suono misto appena la durata delle note glielo permetteva. Sono finezze tecniche riservate solo ai grandi e la Podles ha ribadito per l’ ennesima volta in questa occasione la sua grandezza di interprete rossiniana tra le più autorevoli degli ultimi decenni. In ultima analisi, ci son voluti tre giorni ma finalmente siamo riusciti a sentire un direttore e una cantante che facevano musica.

Qui purtroppo terminano le note positive di questa serata, in quanto il resto del cast si è dimostrato chiaramente non all’ altezza di queste due grandi personalità. Antonino Siragusa come Baldassarre ha esibito una vocina da tenore di mezzo carattere opaca e nasale, timbricamente del tutto priva dello spessore nelle note centrali che è requisito assolutamente necessario per impersonare i ruoli di baritenore da opera seria. Al suo fianco si esibiva una serie di bassi tutti variamente sferraglianti e cavernosi. Il giovane soprano sudafricano Pretty Yende, altra starlette molto spinta dalla macchina mediatica, nel ruolo di Amira ha messo in mostra una voce opaca, stridula, modesta timbricamente e perennemente afflitta da evidenti problemi di intonazione. Quando io ho cominciato a frequentare i teatri, alla terza o quarta nota calante i direttori d’ orchestra cominciavano a minacciare la protesta. Oggi invece anche per quelli bravi un cantante si definisce “musicale” solo perché va a tempo. “Tal dei tempi è il costume”, direbbe il cittadino Gérard. Ad ogni modo, quello che la Podles e Bignamini ci hanno fatto ascoltare era sicuramente sufficiente a garantire un finale abbastanza ottimistico alla nostra vicenda.

 

 

Epilogo – I “gggeni”

La postilla dedicata agli allestimenti scenici delle tre produzioni allestite dal ROF costituisce l’ epilogo del nostro dramma semiserio. La regia del Ciro in Babilonia era quella del 2012, ben conosciuta dagli appassionati in quanto disponibile in DVD. Per quanto mi riguarda, una cosa tutto sommato innocua anche se abbastanza insulsa. Delle due nuove produzioni non possiamo chiaramente dir molto, in quanto è impossibile valutare una messinscena basandosi su poche fotografie. Io posso solo aggiungere che il trambusto e i dialoghi parlati aggiunti da Livermore nel Turco in Italia infastidivano non poco l’ ascolto radiofonico e mi portano a sospettare che il primo responsabile del tono da pochade semisconcia conferito a tutta l’ esecuzione sia stato proprio il regista. Sulla michielettata inaugurale, devo dire che mi ha fatto molto ridere l’ affermazione fatta dal gggenio durante un’ intervista nell’ intervallo secondo la quale Rossini avrebbe scritto il ruolo di Malcolm per una donna in quanto si tratterebbe di un uomo debole e inadatto alla guerra. “Nol diga monade, sior Michieletto!”, commenterebbero a Venezia. Sorvoliamo poi sull’ idea più luminosa e gggeniale che caratterizzava l’ allestimento: la coppia di attori che impersonano gli amanti anziani e li perseguitano con la loro invasività persino a letto. Si sa, il cervello degenerato dei registi d’ opera odierni non conosce limiti. Sicuramente, fosse ancora vivo al giorno d’oggi, Richard von Krafft-Ebing aggiornerebbe la sua “Psychopathia sexualis” con un capitolo dedicato agli esponenti del Regietheater, nel quale potrebbe esporre una dovizia di osservazioni sulla marea di veri e propri casi clinici che abbonda tra gli esponenti della categoria…

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13 pensieri su “Rossini Opera Festival 2016 – Dramma semiserio in tre atti e un epilogo

  1. Esuriente ed illuminante resoconto. M pare che da quanto sopra si evinca, fra molte altre cose estremamente interessanti, che nei “moderni” registi la presunzione si accompagna all’ignoranza. Mi vien fatto di domandarmi se il ruolo di Tancredi è scritto per contralto perché Tancredi era un rammollito. Ma, naturalmente, di fronte al gggenio (mi piace scritto così….) queste sono quisquilie e pinzillacchere… Quanto alla dilagante ossessione per il sesso esplicito – e spesso violento – anche nel teatro d’opera, l’opinione di uno psichiatra non guasterebbe proprio.

  2. Forse Livermore farebbe meglio a riprendere a cantare Parpignol come faceva tanti anni or sono a Torino…
    Quanto al divo Florez forse il Guglielmo Tell non gli ha giovato..

  3. Ho seguito anch’io la radio per il ROF. Fastidioso anche solo ascoltare e ancor più fastidiosi i commenti smaccatamente adulatori! Ma perché? 😦

    • Carissima, non sai quanto io rimpianga i tempi della mia gioventù quando ascoltavo Radio Tre per seguire in diretta i concerti di Karajan, Bernstein, Böhm, Oistrakh, Gilels e altri, preceduti solo dalla lettura della locandina…

    • Ogni opera messa in scena da lui è una nuova sfilata dell’imperatore con i vestiti nuovi… e con un sacco di gente che applaude per timore di sembrare stupida dicendo che è nudo….

  4. Effettivamente le tre “prime” trasmesse per radio lasciavano abbastanza perplessi e giustificavano la tua simpatica “farsa in tre atti”. Devo dire che, avendo visto e ascoltato dal vivo le “terze” il mio personale giudizio è abbastanza migliorato (parlo soprattutto del lato musicale): probabilmente il rodaggio è servito a sistemare un po’ le cose.
    Quanto al livello generale del Festival, credo che Pesaro stia facendo la fine (inevitabile?) di Bayreuth: per giustificare la sua propria esistenza deve “stupire” con allestimenti strampalati e contrabbandare come “rossiniane-doc” voci che raggiungono al massimo la sufficienza.
    Però ti assicuro che il clima che si respira, lì sul posto, attorno al Festival è ancora quello dei tempi d’oro che tu ben ricordi: pubblico cosmopolita (quanti tuoi “connazionali”!) e mediamente entusiasta, teatro e arena sempre esauriti. Dobbiamo purtroppo accontentarci di ciò che passa il convento…
    Ciao!

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