Antonio Juvarra – “Dialogo di un belcantista e un affondista”

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Il consueto contributo mensile di Antonio Juvarra si presenta questa volta in forma di dialogo tra Giovanni Battista Mancini e Arturo Melocchi sulla tecnica vocale, imitando in maniera molto arguta e piacevole lo stile delle “Operette morali” di Giacomo  Leopardi. Ringrazio come sempre il maestro di canto veronese per la collaborazione e vi auguro una buona lettura.

 

DIALOGO DI UN BELCANTISTA E UN AFFONDISTA

 

MANCINI:  Orbene, pregiatissimo Maestro Melocchi, peccherei d’ ipocrisia, s’ io ardissi negare la viva curiosità che cotesto suo novissimo metodo di canto accese in me! Qual è, di grazia, la sua denominazione, posto che è mia intenzione cimentarmi nel suo studio, quantunque omai sien già più di ottanta le primavere (e relative estati, autunni e inverni), che gravano sul mio groppone, appunto ottuagenario ?

MELOCCHI: Ecco il suo nome: ‘affondo’.

MANCINI: Affondo? Intesi bene?

MELOCCHI: Sì, signor Mancini.

MANCINI: Singolare denominazione cotesta di ‘affondo’, che evoca il mondo delle acque profonde e oscure, quando lei ben sa che quel mirabile dono della Natura che ha nome canto, fu negato agli abitatori dell’ acqua e assegnato come prerogativa agli abitatori dell’ aria e della luce.. O forse che ‘affondando’ nell’ acqua, un rosignolo potrebbe continuare a ispandere nello spazio le sue divine melodie?  E forse che, per elogiar qualche cantatrice o qualche cantore, noi potremmo, sfidando il ridicolo, dire che ella o egli ci ha deliziato con dei bei suoni ‘acquei’ invece che ‘aerei’…?

MELOCCHI:  No, si tranquillizzi, signor Mancini, nessuno vuol creare cantanti subacquei, neppure nella nostra era del progresso scientifico… Si tratta in realtà di una semplice abbreviazione. Sa, noi moderni amiamo la sintesi, talvolta spinta all’ eccesso, lo riconosco, ma se a guadagnarne è la precisione, io volentieri adotto anche le sigle e gli acronimi.  Mi spiego meglio. Se il mio metodo non fosse già noto col nome di affondo, io adesso lo chiamerei A.L.D.  Vuol mettere che tocco di scientificità e, soprattutto, di precisione, rispetto all’ altro termine?

MANCINI:  A.L.D.?  Da un enigma all’ altro…

MELOCCHI: Mi scusi, dimenticavo di dirle di che cos’ è l’ abbreviazione del termine ‘affondo’ e qual è il significato di A.L.D.: non è altro che l’ acronimo della denominazione completa, che è “affondo della laringe e del diaframma”.

MANCINI: E che cos’è mai cotesto ‘diaframma’? Spero non quella chimerica Araba Fenice di cui mirabilmente cantò Da Ponte. Avevo contezza del laringe, ma non del ‘diaframma’. Le dirò: passaron già diverse lune dai miei giovanili studi di greco, ma se la memoria non m’inganna, ‘diaframma’ significa ‘separazione’.  Laonde che c’ entra la separazione col canto, ch’ è invece tutto un’unione e una mirabile fusione?  Le confesso che in cotesto ginepraio non mi raccapezzo…

MELOCCHI: Be’, è comprensibile; alla vostra epoca la scienza era, come si suol dire, ancora agli albori.

MANCINI:  A dire il vero, non parmi che all’ epoca che m’ ebbe come suo temporaneo ospite, intendo l’ epoca dei Farinelli e dei Caffarelli (valent’ uomini del canto ch’io conobbi personalmente), la scienza del canto fosse propriamente agli albori. In verità io sceglierei un’ altra ora del giorno che funga da sua appropriata allegoria: il mezzodì!

MELOCCHI: Ma no, signor Mancini, guardi che io non mi riferivo alla disciplina del canto tout court, ma alla scienza che studia il canto.

MANCINI:  Appunto!  E che? Forse non esisteva di già una scienza del canto ai miei tempi? Per cantare non occorreva forse anche a quel tempo, che voi chiamate antico, possedere una scienza, cioè un sapere? O forse la disciplina del canto non merita il nome di scienza, essendo cotesto nome prerogativa della scienza dell’ obbietti esterni?  Insomma, solo la scienza della luna, della terra, dell’ ossa e degli organi del corpo ecc. beneficia dell’ inusitato privilegio di chiamarsi ‘scienza’?

MELOCCHI:  Be’, è con gli organi del corpo che si canta.  Con che cos’ altro, se no? Lei per caso vorrebbe cantare con la poesia o la filosofia?

MANCINI: Dunque ella vuol dirmi che oggidì è la scienza dell’ ossa e degli organi del corpo che dà lezioni o, peggio ancora, detta legge alla scienza del canto? Inorridisco! Come la chiamava ella codesta tendenza? Progresso?  Singolare eufemismo…

MELOCCHI:  Veramente non è un eufemismo, ma una realtà e ne andiamo anche orgogliosi!  Vede, noi moderni amiamo due cose: la concretezza e la precisione. Ora, non si offenda, ma se io leggo il suo trattato di canto, non trovo nessuna indicazione concreta e precisa sul come si impara a cantare. Per carità, trovo molte belle parole suggestive e talvolta anche poetiche, ma, mi perdoni, per lo più campate per aria: “ravvolgere con leggerezza il fiato”, “leggero moto delle fauci”, “colare la voce” ecc. ecc.   Suvvia, riprendiamo contatto con la terra!

MANCINI: Oh, santa ingenuità!  Vede, caro Melocchi, cotesto suo spirito da pioniere della ‘scienza del canto’ (come buffamente ella ha la compiacenza di chiamarla), mi fa sovvenire un altro pioniere di cotesta medesima bizzarra ‘scienza’, ch’ io conobbi quando vivevo a Vienna: si chiamava Bérard, Jean-Antoine Bérard, poco più anziano di me e anche lui cantore, benché non evirato.  Non evirato ma… decerebrato. Diciamo più precisamente che ciò che a me il Canto tolse nelle parti infime del corpo, a lui la Natura tolse nelle parti eccelse e francamente non so quale di coteste due privazioni sia la più nefasta.  Sì, perché deve sapere che il sunnominato Bérard un bel giorno si svegliò e immaginò di essere stato folgorato durante la notte da un’ illuminazione, che però illuminazione non era per il semplicissimo motivo che invece era il prosieguo del sogno che stava sognando e da cui pensava di essersi svegliato. Un brutto sogno che, guarda caso, è lo stesso che sta sognando ella or ora: scoprire in quale recondita parte del corpo si nasconda la voce. Qual fanciullesca curiosità! Come vede, nihil sub sole novi, niente di nuovo sotto il sole, come ci insegna l’ Ecclesiaste.

MELOCCHI:  E in quale zona anatomica del corpo Bérard la scoprì?

MANCINI: La scoprì?  Non mi dica che ella pensa che lo studio del canto abbia alcunché a che fare col guardonismo!  Ai miei tempi visse un diabolico marchese, un tale de Sade, che tra i tanti vizi in cui, se mi perdona l’ ossimoro, eccelse, ne coltivò uno di innocuo, che è il medesimo coltivato dal signor Bérard: il vizio del voyeur. Solo che gli obbietti e l’ intento dell’ ‘attività’ del diabolico marchese non erano così ridicoli come quelli del povero Bérard, ahilui, ma molto più piacevoli e, oserei dire, utili, ammesso che al piacere si addica tale aggettivo. Ma volendo passare ora dal normale voyeurismo del vizioso marchese al perverso voyeurismo della laringe del cantore non evirato ma decerebrato, le dirò che un giorno, per conseguire il successo nella sua infantile caccia al tesoro, il Bérard si mise eziandio a squartar cadaveri in compagnia dell’ amico Ferrein, dopodiché progettò un automa vocale, che si sarebbe dovuto creare applicando la laringe di un cadavere e dei mantici con una pompa a una statua cava.

MELOCCHI:  E ci riuscì?

MANCINI: Non più di quanto uno riesca a fondere insieme un’aquila e un tonno per formare la novella specie animale dell’ ‘aquitonno’. No, non ci riuscì (per fortuna nostra e dell’ umanità intera), ma riuscì purtroppo in un’ altra temeraria impresa: scrivere un libro. E in quel libro, intitolato ‘L’ arte del canto’, inserì tra le altre cose questa chimerica assurdità: stabilì di quanti “gradi” dovesse alzarsi e abbassarsi la laringe a seconda dell’ altezza dei toni, senza neppure poi degnarsi di specificare a quale precisa misura corrispondessero questi “gradi”. Come se un viaggiatore mi chiedesse quanto dista Roma da qui e io gli rispondessi: dista cento misure…

MELOCCHI:  Trovo comunque interessante questo Bérard: un precursore del nostro canto scientifico. Fu lui quindi il primo a intuire che per fare le note acute, occorre affondare in basso la laringe!

MANCINI:  Che cos’ ha detto? Affondare in basso la laringe? Mi scusi l’ ardire, ma che coglionerie sono mai coteste?

MELOCCHI:  Si vede proprio che tra lei e me c’ è di mezzo un secolo e mezzo di progresso vocale, a lei  totalmente ignoto. Ha mai sentito parlare di Manuel Garcia jr.?

MANCINI:  Mai. Dobbiamo dunque a cotesto signore le succitate coglionerie?

MELOCCHI: Vede, signor Mancini, la verità è questa: contrariamente a quanto immaginò quel tizio del Medioevo, che pensò che i moderni fossero dei nani seduti sulle spalle di presunti giganti, che sarebbero gli antichi, io penso esattamente il contrario: i giganti siamo noi e ovviamente non abbiamo alcun bisogno di sederci sulle spalle di voi nani dell’ antichità, altrimenti da quell’ ‘altezza’ non vedremmo nulla, esattamente come voi non avete mai visto nulla di ciò che vediamo noi.

MANCINI: La lascio trastullarsi con questa pia illusione. Ma non vuol sapere la continuazione della storia di Bérard?

MELOCCHI:  Se è lei che vuole…

MANCINI: La farò breve. Innanzitutto debbo frenare la sua smania di crearsi un pedigree, cercando nella mia epoca un precursore del suo affondo: infatti il sig. Bérard teorizzò che per fare le note acute bisognava alzare e non abbassare la laringe di tot gradi. Quindi a rigore, volendo trovare una denominazione altrettanto paradossale della sua per definire quel metodo, possiamo dire che qui la voce subiva una sorte altrettanto nefasta, ma opposta: non veniva ‘affondata’, bensì ‘impiccata’. Non so quale delle due sorti sia la peggiore, ma su cotale questione sospendo il giudizio e mi permetto di tornare alla storia di me stesso. Quando a quarant’anni mi accinsi a leggere cotesto libro di Bérard, tra me e me pensai: se mai dovessi un giorno scrivere anch’io un libro sul canto, giuro che non scriverò mai cotali corbellerie. Passarono vent’ anni e così avvenne: scrissi il mio libro “Pensieri e riflessioni sul canto figurato”, che dedicai alla mia cara, brava e devota allieva Sua Altezza Reale Maria Elisabetta, Arciduchessa d’Austria, Principessa Reale d’Ungheria e di Boemia ecc. ecc. ecc.  Ora in quel libro, cui tanta fortuna arrise presso i miei contemporanei, fu per puro dovere di cortesia verso la Francia ch’ io ebbi a citare en passant, nel capitolo III, la laringe, la glottide, l’ ugola, per poi tornare subito al vero tema, il canto, di cui potei così disquisire indisturbato e liberato d’ ogn’ impaccio con grande mia soddisfazione per tutte le susseguenti duecento pagine del libro.

MELOCCHI:  Scusi, ma perché lei parla di dovere di cortesia verso la Francia. In che senso?

MANCINI:  Perché è in quella terra oltremontana che si coltivava l’ ingenuo vezzo (o moda che dir si voglia) di smontare ogni cosa come un giocattolo per vedere cosa c’ è dentro. Senonché a cagione del fatto che in quella terra io fui sempre molto applaudito, avrei reputato somma scortesia non rendere un picciolo omaggio a questa loro bizzarra idea e cioè che il Canto giochi a nascondino, celandosi in qualche singolare organo del corpo.  Dico ‘bizzarra’ perché, se così fosse, analogamente dovremmo cercare in quale organo del corpo si cela la Pittura, in quale la Filosofia e così via, sicché poi ci ritroveremmo a cantare, avendo in mano non una partitura musicale, ma un atlante anatomico.

MELOCCHI: Ah, ecco perché Garcia fece fortuna in Francia!

MANCINI: Ancora cotesto nome! Garcia: chi era costui?

MELOCCHI: Non certo il Carneade che lei sta insinuando che fosse. Sappia che per definirlo sono incerto se paragonarlo a Cristoforo Colombo o a Copernico.

MANCINI: Spero non fosse un Cristoforo Colombo, se solo pensiamo alla serie di innumerevoli sciagure, patimenti, stragi e miserie che la sua ‘scoperta’ arrecò a tanti remoti, infelici e innocenti popoli.

MELOCCHI:  D’accordo, lasciamo stare Colombo; vada per il Copernico del canto allora!

MANCINI: E la sua rivoluzione in che cosa consistette precisamente?

MELOCCHI:  Parlare di UNA rivoluzione, al singolare, sarebbe riduttivo. Bisognerebbe parlare di almeno tre rivoluzioni.

MANCINI: Niente di meno! Cominci ordunque a elencare coteste provvidenziali rivoluzioni!

MELOCCHI: Prima rivoluzione: per cantare occorre aprire la gola e la si apre non volando con la fantasia, ma abbassando la laringe e alzando il palato molle.

MANCINI: Ma con cotesta mechanica manovra la gola perde subito quello che io denominai “leggero moto naturale”, quella “felice flessibilità” e “pieghevolezza”, che è di vitale importanza perché si abbia il belcanto!  O forse ella pensa che per creare il suo ‘Giudizio Universale’ Michelangelo abbia usato una spatola invece che il pennello?

MELOCCHI: Siamo alle solite: lei è vissuto nell’ era pre-scientifica del canto e si vede! Si vede anche che lei ignora l’altra fondamentale scoperta di Garcia: il colore oscuro della voce e la modifica delle vocali.

MANCINI:  Da un orrore a un altro! Ma di che cosa mi sta parlando? Spegnere la naturale luce, la fiamma vivente della voce e tradire le vocali? E perché mai sarebbe d’ uopo cotesto scempio contro natura?

MELOCCHI: Per un motivo che lei non potrà mai capire: rendere più ampia e più potente la voce. Fu per raggiungere tale scopo che il mio più famoso allievo, Mario Del Monaco, così si espresse mirabilmente: “Occorre affondare la laringe, tendere come briglie le aritenoidi e dare la massima cavità all’ organo vocale. In questo modo si concentra la voce rendendola ricca di frequenze”.

MANCINI: Con tutto il rispetto per il suo allievo, debbo dirle che solo un troglodita del canto potrebbe enunciare una simile bestialità. Anche ai miei tempi c’erano dei barbari oltremontani che tentarono di introdurre analoga scemenza nella nobile arte italiana del belcanto, ma io li sbaragliai coniando per loro l’ icastica e sarcastica definizione: “quelli che cantano a gola piena con voce pesante e affogata”. E, se lei mi perdona il cattivo gusto di citare sé stessi, le dirò che nel mio trattato scrissi anche: “Per sentire una forte ripercussione della propria voce nel proprio orecchio, il cantore si sforza e canta di tutta gola. Questo è un errore molto pregiudizievole e alla bellezza della voce e alla forza del petto. L’esperienza ci insegna che in luogo di sforzar la voce, è meglio estenderla e rinforzarla senza fatica,  giacché è con la moderazione del fiato che essa viene a farsi sentire più agli ascoltanti, senza affaticare o indebolire il petto dei cantanti.”

MELOCCHI: Cosa vuole che le dica? E’ ovvio che un uomo del XVIII secolo come lei non potrà mai capire un uomo del XX secolo come me. E sa perché? Alla vostra epoca non c’ era la barriera orchestrale da superare e di conseguenza neppure l’ esigenza di una nuova tecnica vocale scientifica per rinforzare i muscoli dell’ appoggio e proiettare così la voce.

MANCINI: E sa che cosa le dico io?  Ricordo ancora il giorno in cui un ragazzo impacciato si presentò timidamente alla corte di Vienna, dove io ero maestro di canto, accompagnando una ragazza, ancora più giovane, che cantava in modo sublime: quel ragazzo si chiamava Volfango Amedeo Mozzart e quella ragazza, sua cognata, si chiamava Aloysia Weber. Ebbene, la sua voce volava purissima, potentissima e leggera in tutto il teatro e mai nessuno di quelli che la ascoltarono estasiati, compresa la Sacra Cattolica Real Maestà dell’Imperatore d’Austria, la buon’anima di Giuseppe II,  fu mai sfiorato dalla barbara idea che l’ arte del canto avesse la ben che minima attinenza col vile mestiere del facchino e che quindi quella ragazza dovesse perturbare la sua naturale grazia e violentare la sua voce con le mechaniche operazioni da lei or ora elencate. È proprio il caso di dire: o tempora, o mores!

MELOCCHI:  Quand’ è così, anch’io le risponderò latineggiando: o patetici laudatores temporis acti, quanta pena mi fate!

MANCINI: D’ accordo, d’ accordo…  Senta, ma mi tolga una curiosità: da dove saltò fuori cotesto Garcia, che cotale imbarbarimento del canto produsse?

MELOCCHI: Era il figlio di un famoso tenore del tempo, nonché fratello di due dive, che erano la Malibran e la Viardot.

MANCINI: E non era cantore anche lui?

MELOCCHI: Sì, debuttò molto giovane con suo padre in un’ opera di Mozart in America, ma quando tornò in Europa e provò cimentarsi in un teatro di Parigi, fu stroncato da un critico, che scrisse: “Consigliamo questo giovane di dedicarsi a un’ altra professione che non sia quella del cantante”.

MANCINI: … ed egli saggiamente seguì il consiglio, optando per la professione di maestro di canto. Senza aver mai cantato quindi?

MELOCCHI: Pare di no. Comunque fu grazie alle sue ricerche scientifiche e ovviamente al fatto di essere figlio di un divo e fratello di due primedonne, che ben presto ottenne la cattedra di canto al Conservatorio di Parigi.

MANCINI:  C’ è molto di italiano allora in questa storia, eccezion fatta, purtroppo, per l’ italianità, inesistente, del suo barbaro metodo di canto. È chiara comunque adesso la causa delle sue coglionerie…

MELOCCHI: Lei sta offendendo il fondatore della scuola moderna di canto, ma faccio finta di non aver sentito perché la curiosità prevale: quale sarebbe questa causa?

MANCINI: E’ presto detta: il fatto che abbia debuttato molto giovane dimostra che aveva una voce naturale, il che significa che probabilmente era un portatore inconscio di voce, come ce ne sono a bizzeffe tra i maestri di canto. Non avendo mai conosciuto quindi le vere cause della voce (avendola già, quantunque brutta), pensò di poter supplire a questa ignoranza con la conoscenza libresca dell’ anatomia del corpo umano e così rimase all’ esterno del canto, comportandosi come uno che, vedendo da fuori i muri e il tetto di una casa, ci spiegasse com’ è fatta la sala da pranzo, compresa la forma del caminetto e il colore della tovaglia sopra il tavolo. Di qui le numerose gaffe e coglionerie del sig. Garcia. Senta, ma lei accennava a tre rivoluzioni, fatte da cotesto Garcia. Mi parli della terza, la prego: chissà che questa non mi risollevi dall’ abbattimento in cui mi precipitarono le prime due.

MELOCCHI: La terza rivoluzione è il colpo di glottide.

MANCINI:  Eh???

MELOCCHI:  Sì, il perfetto attacco del suono.

MANCINI: E che c’ entrano i colpi e la glottide col perfetto attacco del suono?

MELOCCHI: Le spiego subito in che modo c’ entrano. Essendo il suono prodotto dall’ adduzione delle corde vocali, è di fondamentale importanza garantire una chiusura netta della glottide, che si realizza appunto, come scrisse Garcia, chiudendo le corde vocali “con un colpo secco e vigoroso”.

MANCINI: L’ arte del canto è adunque precipitata in cotale infimo loco che nessuno rammenta che la chiusura della glottide non è una prima causa, ma un effetto? E, di grazia, sa ella di che cos’ è essa l’effetto se non della giusta previsione mentale del suono, com’ io un dì modestamente intuii e dimostrai? Ma de hoc satis: non mi parli di altre rivoluzioni, la prego, ché già il capo mi gira con coteste tre…

Giusti Dei, posso finalmente esclamare ora toto corde e coram populo: qual somma grazia mi riservaste Voi il dì fatale della mia dipartita da cotesta vita! Mi evitaste la disgrazia di incontrare sulla scena del mondo cotesto malefico apprendista stregone della Castiglia, che sol per distruggerlo entrò un brutto dì nella scena del canto!

Udite or tutti il solenne epitaffio, ch’ io concepii or ora, sopraffatto dalla novella di cotali sciagure:

“Nacque il Canto per volare e sol per affondarlo un tale, che non seppe mai volare”.

Antonio Juvarra

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