Staatsoper Stuttgart – I Puritani

puritani
Foto ©A. T. Schaefer

Con la nuova produzione de I Puritani, le cui repliche proseguiranno fino alla fine del mese, la Staatsoper Stuttgart ha concluso la stagione 2015/16. Lo spettacolo è stato accolto da un vivissimo successo, con intensi applausi a tutti gli esecutori da parte di un pubblico che ha riempito al completo il teatro. I melomani tedeschi amano profondamente la musica di Bellini, anche e soprattutto per la profonda stima e ammirazione che Richard Wagner ha sempre manifestato nei confronti del compositore siciliano al quale dedicò due saggi giovanili in cui espose la sua considerazione per la musica belliniana, da lui considerata un modello assoluto al quale ispirarsi. Soprattutto il secondo saggio, intitolato Bellini. Ein Wort zu seiner Zeit e pubblicato nel 1837, contiene espressioni di lode assai eloquenti nel dimostrare l’ attenzione suscitata in Wagner dal linguaggio musicale belliniano e dalla semplicità e nobiltà di uno stile melodico da lui definito come “una cura per le arditezze intellettuali dei compositori tedeschi”. Le opere di Bellini sono rappresentate con frequenza sui palcoscenici tedeschi e sempre con grande apprezzamento da parte del pubblico. La Staatsoper Stuttgart ha preparato con grande cura questo allestimento de I Puritani, opera terribilmente difficile da mettere in scena soprattutto per le difficoltà che presenta la scrittura dei ruoli principali, composti per cantanti leggendari come Giulia Grisi, Giovanni Battista Rubini, Antonio Tamburini e Luigi Lablache, ossia quattro fra i massimi artisti di tutta la storia del melodramma. Anche dal punto di vista orchestrale la partitura è insidiosa e richiede grande attenzione da parte della bacchetta nel delineare la struttura melodica e nel dosare gli equilibri strumentali. Da questo punto di vista, la direzione di Giuliano Carella ha garantito un alto livello di lettura. Il maestro milanese, che qui a Stuttgart è diventato in questi ultimi anni una presenza regolare e molto apprezzata, conosce perfettamente l’ arte di rendere al meglio le linee melodiche belliniane e il suo fraseggio orchestrale, cesellato con cura nei dettagli e scrupoloso nell’ accompagnamento del canto, ha evidenziato magnificamente tutti i dettagli della scrittura strumentale belliniana. Anche le pagine corali e l’ introduzione orchestrale al terzo atto sono state rese con incisività e una perfetta adesione stilistica al carattere di dramma cavalleresco che costituisce l’ aspetto principale dell’ opera. Una bellissima direzione, tra le migliori che io abbia mai ascoltato di questo capolavoro, ottimamente realizzata dall’ eccellente prestazione della Staatsorchester Stuttgart e del coro preparato da Johannes Knecht. Da lodare anche la scelta di eseguire l’ opera nella versione integrale e con i tre brani composti da Bellini per la versione napoletana che il musicista aveva progettato per Maria Malibran e che non vide mai la luce a causa della sua morte e di quella della grande cantante. Si tratta del terzetto Arturo – Enrichetta – Riccardo “Se il destino a te m’ invola” che segue il duetto della sfida nel primo atto, dell’ Andante “Da quel dì che ti mirai” che costituisce la sezione centrale del duetto fra soprano e tenore nel terzo atto (qui però eseguito senza la terza strofa “Questo giuro d’ amore e di fede”) e del duo finale “Ah sento, o mio bell’ angelo”, in questo caso giustamente intonato sia dal tenore che dal soprano e non ridotto a una cabaletta di Elvira come si fa di solito.

Purtroppo il livello della direzione non ha trovato adeguato riscontro nella messinscena di Jossi Wieler e Sergio Morabito che a me è sembrata illogica nella concezione e inutilmente sovraccarica nella caratterizzazione dei personaggi. Le belle strutture sceniche di tipo gotico ideate da Anna Viebrock. autrice  anche di costumi storicamente pertinenti (cosa rara nelle produzioni tedesche odierne) facevano presagire, all’ apertura del sipario, uno spettacolo attraente. Ma la serie continua di scenette e mossette che si susseguivano senza un attimo di tregua in una sorta di moto perpetuo dai toni inutilmente frenetici danneggiavano in maniera pressochè irrimediabile una lettura scenica gravemente compromessa anche dal punto di vista della concezione dei ruoli. Vediamo di fornire qualche esempio. I guerrieri di Cronwell erano tutti muniti di Bibbie che spesso venivano sventolate in aria allo stesso modo del Libretto Rosso di Mao esibito dai rivoluzionari cinesi. Sir Giorgio si presenta in scena al secondo quadro vestito in blazer e scarpe bicolori, esibendo pupazzi e giocattoli a Elvira e scatenandosi con lei in una serie di gags e balletti da music hall che a me ricordavano irresistibilmente il duetto tra il professor Henry Higgins ed Eliza Doolittle di My Fair Lady, tanto che alla stretta veniva da aspettarsi che Elvira, invece di “A quel nome, a quel contento”, si mettesse a cantare “The rain in Spain stays mainly in the plain”. Riccardo, che già durante la sua aria aveva dato segni di squilibrio stracciandosi le vesti, nel duetto della sfida entra in scena agitando una scure come un assassino in un film horror di terz`ordine e al finale del primo atto si fionda sopra la sventurata Elvira in una specie di raptus. Nel secondo atto, tutto si svolge in maniera quasi normale a parte l’ entrata di Giorgio, che siccome assiste l’ inferma Elvira ha abbandonato il blazer per indossare un grembiule in stile Florence Nightingale. Elvira conclude una scena della pazzia recitata in modo abbastanza sobrio infilandosi dietro una lastra di un caminetto, come la Knusperhexe di Hänsel und Gretel. Nel terzo atto Arturo, dopo aver schivato i soldati che gli danno la caccia e che passano intorno a lui senza proprio notarlo, ritrova Elvira chiusa in una sorta di casa di bambole, a simboleggiare la sua pazzia se ho capito bene. Poi, tra mossette e mossettine di un coro che a tratti si blocca in pose assurde, Riccardo che minaccia Arturo con la scure da cui non si è più separato e l’ immancabile bambina che lancia dall’alto i volantini annuncianti la vittoria delle armate cronwelliane sugli Stuart, tutto si avvia alla fine suggellando una regia che a me è sembrata totalmente illogica e sovraccarica nei toni. Di solito apprezzo l’ intelligenza delle messinscene di Jossi Wieler e Sergio Morabito, ma questa volta a mio avviso i due hanno completamente frainteso la concezione drammaturgica dell’ opera. Evidentemente il linguaggio teatrale di Bellini non è nelle corde del duo, come aveva dimostrato anche la loro lettura scenica della Sonnambula che da idillio romantico era stata trasformata in una sorta di pochade contadina dai toni a tratti sconci.

Luci ed ombre anche per quano riguarda la compagnia di canto. Molto deludente è sembrata la prova di Ana Durlovski, cantante che qui a Stuttgart ha sempre offerto interpretazioni di alto livello. La voce del soprano macedone è sembrata stanca e affaticata, le agilità suonavano incerte e il legato suonava a tratti precario. Molto probabilmente anche la tessitura di Elvira non si adatta bene ai mezzi vocali della Durlovski, che non mi è parsa mai in grado di dominare la parte con sicurezza. Il tenore uruguaiano Edgardo Rocha possiede tutte le note alte della parte di Arturo, ma non è sufficiente perchè la voce è di volume assai esiguo, afflitta da un vibrato stretto assai fastidioso e spinta nell’ emissione. Io personalmente valuto il grande Arturo nella romanza del terzo atto e qui le cose non sono andate bene perchè il cantante è apparso in notevole difficoltà di fronte a una tessitura che batte con insistenza sul settore del passaggio di registro. Discreti il duetto e il finale, chiuso però da un re bemolle toccato appena di sfuggita e che suonava appannato. Il Riccardo di Gezym Myshketa alternava cose buone ad altre meno riuscite. Il giovane baritono albanese ha una voce di bel colore e quando canta fino al mezzoforte si fa apprezzare per la morbidezza e il buon legato. Purtroppo il cantante forza il suono e l’ accento nei momenti drammatici e questo può diventare pericoloso. Se Myshketa riuscisse a mantenere il suono morbido e composto anche nei passi di vocalità tesa, potrebbe diventare un cantante in grado di far sentire cose interessanti. Mettersi a fare il forzuto, alla Cappuccilli, non gli conviene per un’ infinità di ragioni. Soprattutto perché la sua voce non è quella di Cappuccilli. Il giovane basso polacco Adam Palka come Giorgio è stato, dei quattro personaggi principali, quello più pesantemente penalizzato dalla regia e questa attenuante gli va riconosciuta. La voce è interessante per colore e calibro, ma il registro grave suona sfuocato e l’ emissione è quella artificiosamente scurita e ingrossata tipica dei bassi delle ultime generazioni. Tutto questo si ripercuote sul fraseggio, che suona uniforme e monotono. Molto brava Diana Haller come Enrichetta, ma l’ esiguità della parte non le ha permesso di mettere in mostra le qualità evidenziate in altri ruoli. Professionalmente impeccabili le prestazioni di Heinz Göhrig e Roland Bracht, due voci storiche dell’ensemble della Staatsoper, come Bruno e Gualtiero. Successo notevolissimo, come ho detto in apertura, da parte di un pubblico disposto a lasciarsi sedurre dalla musica di Bellini anche in un’ esecuzione non completamente adeguata.

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