Antonio Juvarra – “Dare la flebo ai morti viventi”

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Antonio Juvarra mi invia un contributo straordinario per esprimere il suo punto di vista in una polemica nata a proposito di un blog. Come sempre, buona lettura a chi segue i post del maestro veronese, da me sempre volentieri ospitati su questo sito.

DARE LA FLEBO AI MORTI VIVENTI E MURARE COL CEMENTO I SEPOLTI VIVI

Qualche giorno fa un insegnante di canto, titolare di un blog di tecnica vocale, ha rilanciato dal suo sito internet il solito petardo retorico contro l’ uso delle parole scritte e dei libri nell’ insegnamento del canto. Ovviamente per farlo anche lui ha usato delle parole scritte (essendo un po’ difficile riuscire a comunicare una qualsiasi idea, ricorrendo alla gesticolazione), dopodiché ha pensato di poter nascondere questa evidente contraddizione logica, riparandosi dietro al fatto che anche il suo maestro pensava e diceva la stessa cosa, giustificazione abbastanza infantile, che è anche una filiazione diretta del principio ‘etico’ “così fan tutti”.

I toni iperbolici scelti per annunciare al mondo la sua boutade (“tutte le migliaia, forse milioni di libri sul canto e sulla tecnica vocale, non servono assolutamente a niente, se non a confondere e a intorbidire le acque…”) generavano uno strano effetto tra l’ inquietante e l’ esilarante, quest’ultimo dovuto al fatto di essere espressa anch’essa con il mezzo del discorso scritto, che è come se Gesù Cristo e Socrate avessero scritto un libro per spiegare perché loro non hanno mai scritto un libro…

Forse consapevole di essersi lasciato esplodere il petardo in mano, il blogger nemico delle parole scritte (altrui) ha cercato di correggere il tiro, affermando: “Chi per diverse ragioni non usufruisce dei miei insegnamenti, può trovare sì nelle parole di questo blog, così come nel libro del maestro, degli spunti di riflessione e di orientamento che possono portarlo ad aprire gli occhi rispetto ad altri insegnanti e metodologie, ma nulla più.”. Ovvio, chi ha mai teorizzato che per imparare a cantare basta leggere un libro?  Dando questo per scontato, una domanda però sorge spontanea: è lecito pensare che non solo il blog del blogger e il libro del suo maestro abbiano la capacità di far sorgere nei lettori “spunti di riflessione e di orientamento, portandoli ad aprire gli occhi”? O  invece tutti i libri sul canto che non siano stati scritti dal blogger e dal suo maestro, dovrebbero  continuare “a non servire assolutamente a nulla”?

Non facciamo in tempo a capire quale sia la posizione del blogger in merito, che subito il nostro lancia il suo secondo annuncio, che è un vero e proprio ‘outing’ esistenziale e tecnico-vocale, tutto giocato su una contrapposizione: la sua personale diffidenza, lievemente snob, verso i classici del belcanto Tosi, Mancini e Lamperti, e, per contro, il suo amore sviscerato per il suo maestro, tale Antonietti, solo grazie al quale i cadaveri dei sopra citati belcantisti avrebbero per un attimo acquisito una parvenza di vita, quasi i loro scritti avessero beneficiato improvvisamente della stessa sublime metamorfosi, di cui, ad esempio, il banalissimo valzer di Diabelli beneficiò grazie a Beethoven.

Dopo un tale annuncio è naturale che l’ umana curiosità non possa che salire alle stelle, fino a prorompere nella fatidica domanda: “Antonietti! Chi era costui?”.

Un genio evidentemente, se è vero che la sua luce ha potuto rendere illusionisticamente illuminanti persino i testi opachi dei belcantisti, così come fa il sole quando illumina quella insignificante pietra volante che è la luna.

Di lui si tramanda che abbia detto di sé stesso: “la mia scuola di canto è unica nella storia dell’ umanità”, affermazione non propriamente ispirata all’ umiltà e che immediatamente lo consegna, non sappiamo se alla storia del canto, ma alla storia della comicità universale sicuramente sì, considerate anche le possibili interpretazioni ironiche, dettate dalla Nemesi, sul carattere di quella “unicità”.

Ma ecco come viene espresso con le parole stesse del blogger questo contrasto tra luce e tenebre, rappresentate, rispettivamente, dal suo maestro e dai belcantisti.

Incominciamo dalle ‘tenebre’: “Quante parole vane! Questi libri, il Tosi, il Mancini, il Lamperti, sono pieni di contraddizioni e se da un lato troviamo una frase che ci conforta in un pensiero che condividiamo, ne troviamo altri che non comprendiamo e che si discostano considerevolmente. Quindi qual è il senso di cavalcare tutta questa letteratura, considerando che alla fin fine nessuno ne sa ricavare alcunché?”.

Liquidata così la trattatistica del belcanto, il Poggi passa entusiasticamente a presentare il suo maestro Antonietti, presentazione molto simile ai racconti agiografici delle vite dei santi. Infatti il maestro in questione (si suppone un bel giorno che con i suoi discepoli camminava lungo la riva del lago di Tiberiade) “avendo avuto intuizioni profonde importanti, riuscì a scoprire tra le righe di questi trattati ciò che non appare così scontato”.  Niente di meno! In  sostanza come dire che l’ Antonietti era, se non il Gesù Cristo delle nozze di Cana, per lo meno il re Mida del canto, che trasformava in oro tutto quello che toccava; infatti se nelle righe di un testo belcantistico un normale studioso non trovava nulla (nulla delle scemenze post-belcantistiche, ovviamente), lui invece le ‘scopriva’ “tra le righe” (cioè le aggiungeva, n.d.a.).

Ma l’ inno ad Antonietti non finisce qui, proseguendo trionfalmente con questo ardito volo pindarico:

“Alla semplicità della sua azione didattica, faceva riscontro una tale ragnatela fitta di collegamenti con altri elementi d’ogni genere (dal filosofico, all’antropologico, all’anatomico, allo psicologico, ecc.) che ancor oggi a me sembra impossibile che sia riuscito a risolvere. È come aver capito come è fatto realmente l’universo, la sua equazione, ma anche l’ equazione della vita”.

Altro che re Mida! Antonietti era, contemporaneamente, il Buddha e l’Einstein del canto!

Insomma, avevamo un genio in casa e nessuno, se non il blogger, se n’ era accorto: pare non abbia avuto molti riconoscimenti, come tutti i profeti (non espatriati) che si rispettano, del che lui si lagnava dicendo narcisisticamente di sé stesso: “È tanto dolce vagare nel vero, quanto è amaro vagarvi da solo”.

“Tam altus quam solus” si dice del sole. Povero Antonietti!  Poteva almeno consolarsi pensando che questi sono gli inevitabili effetti collaterali della genialità. D’ altra parte, anche il destino del monte Everest non è stato forse sempre quello di non essere né una pianura né un altopiano, ma una vetta solitaria?

Finita la lettura dell’ inno ad Antonietti e rimettendo piede sulla terra, quello che si può dire in proposito è che con affabulazioni del genere il problema che si presenta è sempre lo stesso: prive come sono di argomentazioni circostanziate e di riferimenti precisi e puntuali di critica testuale, esse sfumano subito nell’ indistinto-nebuloso della mera propaganda ideologica.  Insomma diventano quelle “supercazzole” tanto esecrate da un altro retore dell’ “esempio-vale-più-di-mille-trattati”, che qui stranamente  non ha niente da eccepire, anzi dà prontamente la sua benedizione a questa ‘supercazzola’ in forma di panegirico.

Ora, volendo evitare di fare il bis della supercazzola del blogger e rimanere con i piedi per terra, la cosa che subito si potrebbe rilevare è questa: il blogger scrive tranquillamente che “i testi di Tosi e Mancini sono pieni di contraddizioni”, ma quali sono precisamente queste contraddizioni? Non si sa. Continua poi dicendo che, leggendo questi testi, “se da un lato troviamo una frase che ci conforta in un pensiero che condividiamo, ne troviamo altre che non comprendiamo e che si discostano considerevolmente”. Quali sono queste frasi e perché e in che senso “nessuno saprebbe ricavarne alcunché”? Mistero. Secondo il blogger, poi, soltanto il maestro dei maestri Antonietti sarebbe riuscito “a scoprire tra le righe di questi trattati” qualche verità “non scontata, divergente e non convergente”. Bene. Un esempio solo di queste verità “divergenti”, scoperte dal suddetto maestro con la sua vista a raggi X, è possibile averlo?  Niente da fare!   E così via per il resto dell’articolo.

In sostanza, noi lettori dovremmo credere fideisticamente al racconto agiografico del blogger, il quale, nel contrapporre alla presunta pochezza dei testi del belcanto la grandezza e la profondità tecnico-vocale e filosofica del suo maestro, evita accuratamente di citare un esempio sia dell’ una sia  dell’altra…

Tutto questo ci fa sorgere un legittimo sospetto: non è che per caso le presunte “contraddizioni” dei belcantisti e le loro “frasi che non si comprendono” siano l’ espressione non del limite di chi le ha scritte, ma del limite di chi, leggendole, non è riuscito a farle combaciare con le proprie limitate concezioni e pregiudizi conoscitivi?

Un primo indizio a favore di questa ipotesi è in una frase del blogger, il quale, dopo aver affermato che tutti quelli che leggono i testi del belcanto, non riescono a “ricavarne alcunché”, cita, come unica eccezione, il suo maestro, il quale sarebbe riuscito a dare un’interpretazione illuminante di un passo del Garcia “cui lui non avrebbe mai dato particolare peso, se non avesse avuto l'”imbeccata” di quanto aveva detto il m° Antonietti”.

Ci stropicciamo per un attimo gli occhi, non essendo sicuri di aver letto bene. Il Garcia?? Quindi per il blogger e il suo maestro Antonietti,  Garcia avrebbe qualcosa da spartire con i belcantisti Tosi e Mancini?  La vista a raggi X dell’Antonietti non è riuscita ad accorgersi di qualcosa assolutamente autoevidente e cioè che Garcia ha stravolto tutto quello che avevano scritto sul canto Tosi e Mancini, a partire dalla grottesca invenzione (di Garcia) dell’attacco col colpo di glottide fino ad arrivare alle idiozie meccanicistiche e anti-acustiche (sempre di Garcia) della laringe e del palato molle da controllare direttamente, delle vocali geneticamente modificate, della voce ‘colorabile’ a piacere col “timbro chiaro” e col “timbro scuro”, e per finire coi tubi verticali a pressione?  Sarebbe quindi questa la “letteratura belcantistica”, presa a modello dall’ Antonietti e dal suo allievo blogger?

Questa è purtroppo l’ amara verità: il maestro dei maestri Antonietti non era che il triste zombie dello stregone dei tubi vocali allungabili Manuel Garcia junior, uno stregone foniatrico che, fingendosi un continuatore di Tosi e Mancini, ha provveduto a seppellire e far sparire dalla didattica vocale i principi eufonici di naturalezza, di perfetta sintonizzazione acustica del suono e di risonanza libera del belcanto e ha provveduto poi a infettare coi suoi virus meccanicistici generazioni di insegnanti dopo di lui.

A confermare questa interpretazione è il fatto che nel suo libro, temerariamente intitolato ‘Belcanto’,  Antonietti, mentre per un verso afferma che le vocali e la pronuncia non devono essere manipolate e artefatte, poi IN REALTÀ prescrive la verticalizzazione dello spazio di risonanza (da lui chiamata “ovalizzazione”), l’oscuramento alla Garcia del suono  “per domare il diaframma” (?!), il controllo diretto e attivo delle labbra, l’ assolutizzazione del suono avanti e la fobia della gola, che sono TOTALMENTE INESISTENTI NEI TESTI DI TOSI E MANCINI.

Anche la teoria pseudo-belcantistica del “parlato intonato” come mezzo di sviluppo della voce tramite l’ uso di filastrocche intonate a diverse altezze non trova riscontro nei belcantisti Tosi e Mancini, il primo dei quali anzi scrive significativamente a riguardo:

“Se il maestro fa cantar allo scolaro le parole, prima che egli abbia un franco possesso del solfeggiare e del vocalizzare appoggiato, LO ROVINA”.

Il perché è evidente: l’ utilizzo prematuro del parlato induce a trasferire nel canto il fenomeno del parlato ‘in toto’, compreso il suo spazio di risonanza, che in tal modo non viene messo nelle condizioni di espandersi elasticamente, così come si richiede nel settore medio-acuto e acuto della voce.

Il canto infatti rappresenta una forma non di estensione, ma di trasfigurazione del parlato. Trasfigurazione significa che il canto mantiene ALCUNI elementi del parlato (l’ avvio del suono e il movimento articolatorio sciolto ed essenziale) e li combina con altri (un diverso spazio, originato da un diverso respiro, per quanto altrettanto naturale) per dare origine a una nuova sostanza, che si pone su un piano superiore rispetto alla prima. Questo comporta che gli elementi che consentono il passaggio dal parlato naturale al  parlato ‘perfezionato’ (da chi?) e al declamato ‘scolpito’ sono proprio quelli che impediscono il passaggio dal parlato al canto, esattamente come gli elementi che consentono a una macchina da corsa di non andare fuori dalla pista a causa della sua elevata velocità, ossia gli alettoni, sono anche quelli che le impediscono di volare.

Sorvoliamo poi sulla ‘filosofia’ che fa da retroscena alla concezione tecnico-vocale di Antonietti: una filosofia antinaturalistica, il cui mito fondante è la credenza nell’esistenza di un Istinto primordiale, temibile entità che vedrebbe (chissà perché) nel canto una minaccia alla sopravvivenza della specie, da cui la necessità del cantante di elaborare tecniche vocali “trascendentali, tali da non provocare l’immediata reazione dell’Istinto sotto forma di chiusura-contrazione del corpo, ma da “aggirarlo astutamente”, un po’ come fece Ulisse col ciclope Polifemo, altra entità ottusa, rozza (e mitica)  come il  primordiale Istinto di Antonietti.

Questa ingenua e grottesca teoria è facilmente smentibile con una semplice CONSTATAZIONE: tutte le volte che l’ istinto individua effettivamente qualcosa di pericoloso per la sopravvivenza, esso diventa in via assoluta NON AGGIRABILE. Nessuno, tanto per fare un esempio, riuscirebbe a suicidarsi mandando volontariamente il cibo di traverso, cioè nella trachea, così come nessuno, immerso nell’ acqua riuscirebbe a inibire se non per pochi minuti l’ impulso naturale della respirazione. Di conseguenza anche i corollari di questa nevrosi antinaturalistica e cioè quello secondo cui la respirazione globale del canto sarebbe una respirazione  non naturale, ma “artistica”, così come quello secondo cui il parlato naturale dovrebbe essere “corretto” e “perfezionato” (da chi?) per assurgere al livello del canto, sono completamente estranei sia alla tecnica vocale, sia alla cultura del belcanto.

Tutta la tradizione belcantistica italiana si ispira infatti alla concezione della natura come alleata e non come nemica. A darne conferma è, ad esempio, sia la frase di Mancini “l’ arte vocale consiste nel sapere dove la NATURA ci porta”, sia la concezione di Lauri Volpi del canto come “CON-NATURA” e non come “ANTI-NATURA”.

Non dimentichiamo inoltre un particolare importante: in più di un punto del suo trattato Mancini rende omaggio a Rousseau. Ora Rousseau concepisce la natura come qualcosa di irriducibile in tutti sensi alla tecnica nella sua accezione meccanicistica, quale incominciava a imporsi proprio in quel periodo. Per Rousseau, sulla scia di Francesco Bacone, la natura è la rivelazione della dimensione interiore dei fenomeni (quali si verificano già in noi), fenomeni che non possono essere dominati e riprodotti dalla razionalità, ma solo intuiti e lasciati agire per noi, rimanendo autonomi.

Da questo punto di vista, mentre Garcia si ispira al meccanicismo materialistico, nato con l’ illuminismo e poi proseguito col positivismo, Antonietti vi aggiunge tutta una sua cupa filosofia di stampo manicheistico, dove la realtà viene vista come contrapposizione tra la luce e le tenebre. Il parto di questa concezione è una topografia della voce, che vede nella gola un ‘abisso di perdizione’ da cui star lontani a tutti i costi.

La mancata inclusione di un normalissimo elemento naturale, come la gola (che è parte integrante nella creazione della risonanza libera del belcanto, da cui il termine “gorgheggio”) nel sistema teorico di Antonietti, diventa poi nel suo discepolo blogger una vera e propria demonizzazione della gola, con esiti grotteschi quali la teorizzazione nevrotica di un suono “esterno” e di una pronuncia che dovrebbe avvenire fuori dalla bocca” (?!).

In conclusione, cercare di far passare il morto vivente Antonietti come più avanzato di Mancini (genio che con un solo concetto, quello di “accordo tra moto consueto della bocca e moto naturale della gola”, ha sorpassato  con un balzo tutta la didattica vocale del Novecento, Antonietti compreso, e persino quella attuale) è esattamente come affermare che Mozart è stato superato da Allevi.

Per meglio seppellire i belcantisti Tosi e Mancini, il blogger con l’allergia delle parole scritte scrive poi di loro: “Ma cosa potranno mai dirci, non potendo noi sapere nulla di loro (….) e del loro stesso canto?”.

In realtà tante cose di loro possiamo saperle benissimo: ad esempio, che entrambi hanno cantato professionalmente nei teatri per anni, dopodiché sono diventati maestri di canto, uno a Londra e l’altro a Vienna alla corte di Giuseppe II, presso cui nello stesso periodo operava anche Mozart.

Volendo ora sottoporre allo stesso test Antonietti, che cosa possiamo “sapere di lui e del suo stesso canto”? Innanzitutto che NON ha mai cantato professionalmente in nessun teatro e in nessuna sala da concerto; in secondo luogo che neppure di lui ci sono rimaste documentazioni canore (lasciando stare le filastrocche intonate), e questo non perché alla sua epoca non esistessero i mezzi tecnologici per farlo (come nel caso di Tosi e Mancini), ma semplicemente perché non c’ era nulla da documentare e trasmettere ai posteri; in terzo luogo che non era in possesso di nessun titolo musicale e in quarto luogo che non ha certo esercitato il lavoro di maestro di canto alla corte di Vienna (litote).

Eppure, nonostante questa eclatante differenza (da tutti i punti di vista) tra i tre personaggi, succede che per il nostro blogger l’ultimo di questi  molto ‘italianamente’, cioè solo perché da lui conosciuto personalmente,  dovrebbe rappresentare l’alternativa ai belcantisti Tosi e Mancini.

Un solo commento è sufficiente per liquidare un’ idea del genere: a quasi tre secoli di distanza Tosi e Mancini sono ancora vivi (per chi ovviamente voglia e sappia leggerli), nonostante il blogger e altri come lui insistano a seppellirli.  A trent’ anni di distanza Antonietti è già morto e la flebo del blogger non riuscirà certo a resuscitarlo.

A questo punto siamo evangelici: lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti e facciamo che i sepolti vivi risorgano definitivamente.

Antonio Juvarra

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