Antonio Juvarra – ‘Voice balls’ ovvero i pallonari del “prodotto vocale”

pallonari

Antonio Juvarra mi ha inviato un’ altra delle sue riflessioni sulla didattica vocale. Come accade per tutti gli scritti del maestro veronese da me ospitati su questo sito, anche qui non mancano gli spunti di riflessione che Antonio espone con la sua consueta vena pungente e sarcastica. Buona lettura.

 

 

‘VOICE BALLS’ OVVERO  I PALLONARI DEL “PRODOTTO VOCALE”

 

Spesso la retorica dell’ antiretorica ama presentarsi come logica della concretezza. Nella didattica vocale essa si esprime con vari slogan e frasi fatte. Uno degli ‘slogan a effetto’ più sbandierati recita: “Un buon esempio vocale vale più di mille parole”.  Variante iperbolica: “Un buon esempio vale più di mille trattati”. Variante ‘manageriale’ all’insegna del ‘pragmatismo’: “Il ‘prodotto’ vocale è ciò che conta. Tutto il resto è chiacchiera.”   Rivolto ‘oracolare’  della stessa ‘verità’: “Il silenzio è di chi sa”.

Ora, al contrario dell’ illusione ottica generata da questi sofismi, nel canto non sempre  e necessariamente tra il ‘dire’ e il ‘fare’ c’è di mezzo il mare. Questo per il semplice motivo che nella didattica vocale si deve considerare ‘fare’ non solo il ‘fare’ vero e proprio, ma anche un certo ‘dire’, mentre il ‘dire di fare’ è sì un ‘fare’, ma solo nel senso banale di fare opera di autopromozione, saltando (come i furbi la fila) qualcosa di fondamentale: la spiegazione.

Ci sarebbe da chiedersi perché il semplice termine “parola” faccia scattare nei retori della concretezza tutta una serie di reazioni inconsulte sotto forma di pensieri prepensati e di ‘associazioni illogiche’ di idee, una delle più eclatanti è  l’ equazione “parola = parolaio = ciarlatano”.

Nel formulare questa equazione semplicistica  i parolai dell’anti-parola dimenticano che, tra le tante cose che al mondo sono state espresse  con parole, ci sono non solo le ‘televendite’ di Vanna Marchi, ma anche le due teorie della relatività di Einstein oltre che, ovviamente, le stesse teorie dei ‘logoclasti’ contro l’ uso del linguaggio umano nell’insegnamento del canto.

Purtroppo questa constatazione non suscita nei nemici delle “supercazzole” (altrui) il minimo dubbio: infatti loro non sono tipi da perdersi nell’ hobby dello spaccare il capello in quattro, come notoriamente è quello di distinguere i discorsi di Vanna Marchi da quelli di Einstein. Facendo allegramente di ogni erba un fascio, i retori della concretezza mettono così sullo stesso piano la spiegazione delle cause di un determinato sbaglio tecnico-vocale (che per altro si suppone siano espresse a lezione anche da loro con parole e non con gesticolazioni e grugniti scimmieschi)  e la mera “descrizione esterna”, magari “poetica” e “metaforica”, del canto.

Non è dato sapere il recondito motivo per cui i retori della concretezza sono per ‘principio’ riluttanti ad ammettere una cosa ovvia e cioè l’importanza SIA degli esempi giusti, SIA delle spiegazioni giuste.  Come i maiali del romanzo ‘La fattoria degli animali’ di Orwell, che avevano stabilito la legge per cui “tutti gli animali sono uguali, ma i maiali sono più uguali degli altri”, così  anche per i sofisti ‘concreti’ del canto esempi e spiegazioni sono uguali per importanza, però gli esempi sono… più ‘uguali’ delle spiegazioni.

Non mancano le argomentazioni a sostegno di questa teoria, una delle quali recita: “cercare di trasmettere dati sul canto senza un esempio che diventi comune parametro di riferimento, è esattamente come dare comandi verbali in cinese ad un cane sordo e pretendere che li esegua”.

Ora, per quanto sia vero che nell’ apprendimento del canto entra in gioco ANCHE quella componente di naturale imitazione ‘empatica’ delle cause (recentemente evidenziata anche dalla teoria dei ‘neuroni specchio’), questa DA SOLA non è sufficiente a far sì che l’ allievo apprenda.

Anzi, volendo fare l’ avvocato del diavolo, si potrebbe anche arrivare ad affermare a fil di logica  esattamente il contrario e cioè che tra le due ipotesi estreme (ENTRAMBE ovviamente da scongiurare!), rappresentate da un insegnante che sappia dare SOLO l’ esempio vocale giusto, e da un altro insegnante che invece sappia dare SOLO la spiegazione giusta, è nel secondo e non nel primo caso che l’allievo sarà messo nelle condizioni di apprendere.

Questo per i seguenti  motivi.  Innanzitutto, la teoria secondo cui non esisterebbe nessun “comune parametro di riferimento” tra l’insegnante che NON dà l’ esempio vocale e l’ allievo che deve imparare (per cui il rapporto che si verrebbe a creare sarebbe quello di un dialogo tra sordi), è falsa perché  in realtà questo parametro di riferimento invece esiste GIA’ ed è dato dal  fatto che le componenti costitutive del canto NON sono rappresentate né da una qualche misteriosa sostanza magica o mistica né da qualcosa di ‘trascendentale’ o ‘alieno’, come alcuni vorrebbero far credere, ma da qualcosa di normalissimo, che è già possesso naturale  sia dell’ insegnante, sia dell’ allievo e cioè: il semplice PROCESSO NATURALE del dire e il semplice PROCESSO NATURALE del respiro globale (o profondo), da combinare tra loro nel giusto modo, giusto modo da trovare per via sperimentale (alias ‘empirica’).

Ne deriva che, volendo ricorrere a un paragone, la situazione di un insegnante che dà solo il giusto esempio vocale all’ allievo, è equiparabile a quella del fornaio che apre il forno e mostra il pane già cotto, mentre la situazione dell’ insegnante che non dà l’ esempio, ma sa spiegare,  è equiparabile a quella del garzone di bottega che non ha mai fatto il pane, ma ha spiato il fornaio mentre lo faceva, e quindi è in grado di dare informazioni molto più utili a chi volesse sapere come si fa. Nel caso del canto poi, molti ‘fornai’ ignorano la ricetta che ‘incarnano’ in sé stessi inconsapevolmente, e ingenuamente si illudono che ripetendo più volte la cerimonia dell’apertura del forno, l’allievo arrivi a capire come si fa il pane… Ora se bastasse questo, il cameriere di Caruso sarebbe o  il più grande cantante o, nel caso in cui non fosse molto dotato vocalmente, il più grande insegnante di canto.

In sostanza, per conoscere gli ingredienti (del pane e del canto), occorre innanzitutto che il maestro sappia quali sono (molti ‘esempi vocali’ viventi lo ignorano…) e come si combinano tra loro, e a tale scopo sono indispensabili le SPIEGAZIONI, che ovviamente variano, passando dalle banali descrizioni esterne del fenomeno (in sé e per sé superflue) all’individuazione (questa sì fondamentale!) delle vere CAUSE del modo giusto e dei vari modi sbagliati di cantare.

Se così non fosse e invece fosse vera la teoria sensazionalistica dell’ “esempio è tutto”, noi assisteremmo a lezioni di grandi cantanti, in cui l’insegnante si limita a eseguire le varie arie, oggetto di studio, aspettando poi che l’allievo lo imiti e non dicendo una parola né prima né dopo.

Poniamo che l’ allievo abbia imitato male l’ esempio. Cosa farà a questo punto l’ insegnante che vende ‘prodotti vocali’ pret-à-chanter ?  Volendo essere coerente  con la teoria de ‘l’ esempio è tutto’, non potrà che ripetere per l’ ennesima volta la frase cantata male dall’ allievo e a questo punto è chiaro che entrerebbe subito in una dimensione comico-surreale, fatta di sole gesticolazioni, dando a tutti la penosa sensazione di essere precipitato nella didattica delle scimmie, le quali, com’ è noto, non essendo dotate della parola, non possono insegnare alla prole che con gesti e grugniti vari.

In effetti l’ ingenuo e demagogico motto “un esempio vale più di mille parole” fa disinvoltamente piazza pulita di interi secoli di metodologia vocale, basata sul criterio della gradualità e sulla conoscenza delle tappe di sviluppo della voce. Il ‘prodotto vocale finito’, la cui semplice ostensione, secondo i retori della concretezza, dovrebbe determinare nella testa e nella voce degli allievi un nuovo miracolo della Pentecoste, è invece proprio quello che, se non interpretato correttamente nella sua apparenza fenomenologica, può ingenerare moltissimi equivoci, il primo dei quali è il pensare che la naturale potenza del suono ‘lirico’ sia creata dando più voce e spingendo muscolarmente oppure ‘facendo il vocione’. D’ altra parte non c’ è da stupirsi di questo: qual è quel mago che teorizzerebbe che per imparare i suoi trucchi illusionistici basta assistere al suo spettacolo?

Abbiamo parlato di ‘ostensione del prodotto vocale’ come di quella operazione ‘sacra’, teorizzata dai ‘concretisti’ del canto, che determinerebbe la miracolosa transustanziazione di una reliquia sonora (quella da loro “prodotta”) in illuminazione intellettiva dell’allievo…  Questo miracolo in realtà, per ovvi motivi, non avverrà mai, ma un altro miracolo molto più ‘laico’ nel frattempo avverrà: il trasferimento immediato, a seguito della  semplice ostensione del “prodotto vocale”, di centinaia di euro dalle tasche dell’ allievo a quelle dell’ insegnante, ciò che fa di questo particolare tipo di ostensione un fenomeno unico.

La prova del nove che la teoria dell’ “esempio-vocale-vale-più-di-mille-parole” (che, se applicato concretamente, darebbe luogo a lezioni di pochi minuti dal momento che non si può riempire la testa dell’allievo con l’ equivalente concettuale ‘concreto’ di migliaia di parole) è appunto solo uno slogan, è rappresentata dalla ammissione indiretta di uno dei suoi stessi sostenitori, il quale  afferma di aver imparato più dagli esempi fatti a lezione da un suo insegnante, normalissimo cantante, che dalle lezioni avute da grandi cantanti come Bergonzi e da Kraus. Ora, essendo a tutti noto che, insegnando, sia Bergonzi sia Kraus non lesinavano gli esempi vocali (tutt’ altro!), se ne deduce che l’ elemento che faceva da ‘petite difference’ tra i tre insegnanti era rappresentato semplicemente dalla capacità dell’ insegnante sconosciuto di associare all’ esempio giusto la SPIEGAZIONE giusta, spiegazione che si conferma essere quindi il fattore determinante, esattamente  per lo stesso motivo per cui un qualsiasi esperimento scientifico rimane qualcosa di sterile e morto, se non è sorretto e motivato da un’ipotesi, cioè da un’idea da verificare, la quale agisce anch’essa da ‘petite difference’ rispetto a un esperimento fine a se stesso.

“Oratio lumen adhibere rebus debet”,  scoprì più di duemila anni fa Cicerone, ovvero: è il DIRE che illumina il “prodotto vocale”, rendendolo ‘chiaro’ (da oscuro oggetto di decifrazione che era). Senza questa ‘password’ (ossia, letteralmente, ‘PAROLA di accesso’) non è dato entrare nel ‘file’ del canto, nel qual caso il “prodotto vocale” rimane un indecifrabile e inquietante feticcio, patetico relitto delle passate glorie dell’ ex cantante ora insegnante.

Insomma con i soli esempi, per quanto superlativi, né Bergonzi, né Kraus, né Gigli, né Schipa, con buona pace dei ‘neuroni specchio’ e della didattica scimmiesca,  riuscirebbero a insegnare alcunché, cosa che purtroppo continua a succedere oggi, in chiave negativa, con gli attuali anti-Schipa del canto, i quali, occorre appunto precisare, ‘fanno’ (male) didatticamente (cioè insegnano male) non tanto per il fatto che ‘fanno’ (male) vocalmente (cioè cantano male), ma soprattutto per il fatto che DICONO male, cioè danno spiegazioni errate.

Se così non fosse e il semplice esempio agisse miracolosamente da illuminazione sulla via di Damasco, oggi esisterebbe la più grande accademia mai esistita: l’ Accademia Superiore di canto di YouTube.

Morale della favola: nel canto quel che c’è di mezzo tra il ‘dire’ e il ‘fare’ è sì qualcosa che è “grande come il mare”, ma non è il mare: è il dogmatico, sensazionalistico e tronfio ‘dire di fare’, che non è né dire né fare.

Antonio Juvarra

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