Antonio Juvarra – Superprofessionisti cantando, dilettanti allo sbaraglio insegnando

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Il consueto contributo mensile inviatomi da Antonio Juvarra descrive questa volta, in modo abbastanza pungente e con alcuni esempi video, i metodi empirici adottati da alcuni celebri cantanti nella loro attività didattica. Buona lettura a tutti.

 

SUPERPROFESSIONISTI  CANTANDO, DILETTANTI ALLO SBARAGLIO INSEGNANDO

O santa ingenuità (si fa per dire) di certi cantanti professionisti, portatori inconsci di una voce, che disinvoltamente passano dalla professione di cantante (esercitata in grandi teatri, scrupolosamente elencati nel loro curriculum) alla professione di insegnante di canto (esercitata nel salotto di casa propria, scrupolosamente NON inserito nel loro curriculum), pensando che la competenza nella vecchia professione automaticamente li renda professionisti anche nella nuova e trasportando comicamente in questa tutta l’ egolatria coltivata nella prima.

Il primo problema che devono affrontare questi ex professionisti del canto (ora dilettanti dell’ insegnamento del canto) è lo stesso problema dell’ ape, costretta a spiegare a qualcuno come fa a produrre il miele: cosa dire?

Le api vocali umili, che non hanno l’ ambizione di fare l’ insegnante, questo problema non se lo pongono neppure, anzi a chi fa loro domande in proposito, candidamente danno la risposta che diede  a suo tempo Adelina Patti a chi glielo chiedeva: “Come faccio a cantare io? Ah, non ne ho la minima idea…”

Ci sono poi però anche le api vocali presuntuose, che invece vogliono a tutti i costi rimanere al centro della scena, riciclandosi come insegnanti di canto (considerata anche l’ età) e questo scopo lo raggiungono ricorrendo a diversi ‘metodi’.

C’ è ad esempio il metodo Caballé, che consiste nel mettersi a leggere qualche libro di anatomia, allestire uno studio con tanto di scenografia ‘scientifica’ a base di tavole anatomiche della laringe e del diaframma appese sui muri, e tanti bei materassini sul pavimento su cui far stendere gli allievi. Quest’ ultimo cerimoniale ‘scientifico’ è ovviamente sconsigliato agli insegnanti maschi, a meno che non vogliano rischiare denunce penali, essendo un po’ difficile dar da bere a un pubblico ministero la storia di aver fatto sdraiare per terra un’allieva per insegnarle a…. respirare. Se poi questo insegnante fosse così  ingenuo da mettersi  a spiegare anche i dettagli di qualche  moderna ‘tecnica respiratoria scientifica’, che sicuramente avrà adottato, raccontando di aver voluto solo controllare direttamente l’azione dei muscoli pelvici dell’allieva, allora scatterebbe subito l’ arresto.

 

 

Allestito così lo scenario, l’ ape vocale di turno (in questo caso la Caballé) potrà tranquillamente riempire la sua ora di lezione (così come il regista d’ opera moderno, che per giustificare il proprio cachet di 100.000 euro  deve a tutti costi far fare qualcosa al cantante, non importa che cosa, va bene anche fare la pizza mentre sta cantando “De’ miei bollenti spiriti”), spiegando all’ allieva una demenziale manovra foniatrica quasi impossibile da eseguire e che consiste nel far rientrare i muscoli addominali un millesimo di secondo prima di iniziare il suono, con l’ unico vantaggio (per l’ insegnante) di risolvere il proprio problema  di cosa insegnarle per un’ ora intera e magari di fissare altre lezioni per farle capire meglio come si viviseziona foniatricamente la respirazione e con essa il canto (in questo caso infatti è chiaro che lo scopo non è ancora raggiunto, nel senso che l’ allieva ancora riesce a cantare, NONOSTANTE le indicazioni della ‘maestra’).

Se l’ ape vocale Caballé ha optato per la soluzione ‘foniatrico-muscolare’ del problema “che cavolo dico adesso a questo allievo?”, c’ è chi invece, come Alfredo Kraus, ha optato per la soluzione ‘fonetico-acustica’.

Poniamo che l’allievo sprovveduto fosse convinto ingenuamente che in italiano le vocali sono cinque o magari sette.  Ecco il primo colpo di scena: niente affatto! Sono tre, perché “la U cantando non esiste e la O si canta A” (testuale). Ne consegue che dopo aver studiato col metodo dell’ ape vocale Kraus, l’allievo non canterà più “Un trono vicino al sol”, ma “ ‘n trana vicina al SAL”, mentre “Tosca sei tu!”  ovviamente diventerà “TASCA sei t…”, col risultato di un inaspettato tocco dialettale pugliese che gratificherà l’ allievo dandogli l’ illusione di essersi avvicinato in qualche modo all’ insuperato modello di Tito Schipa.

 

 

Seguendo poi il principio non propriamente ‘professionale’ del passare dalla padella nella brace, Kraus sostituisce i tubi verticali in cui sprofondare la voce (l’ ‘affondo’) con le marmitte orizzontali da “schiacciare” (la ‘maschera’) facendo salire “sempre più in alto” un pistone immaginario.

Già: e la ‘maschera’?  “La maschera non è nel naso, ma è vicino al naso”: ecco la risposta amletica di Kraus a riguardo! La deduzione ‘logica’ che ne consegue è: i vocalizzi si fanno nasalizzando, ma poi si canta senza nasalizzare. Logica molto simile a quella di Mario Del Monaco, che prescriveva di “affondare per fare i vocalizzi, ma per cantare le arie tutto il contrario:  volare” (testuale).

Con Mario Del Monaco siamo di fronte a un’ ape vocale che non ha cercato di riciclarsi come insegnante di canto, ma che forse ha fatto di peggio: ha delegato il fratello, non ape ma scarabeo (non avendo mai cantato in vita sua, meno che meno a lezione!), a insegnare come si fa a produrre il miele.  Miracoli dei cognomi, potenza del ‘nomen omen’! Sostituiamo il cognome Del Monaco con il cognome Rossi e lo scarabeo Marcello  Rossi avrebbe continuato a svolgere a tempo pieno solo la sua professione di preside di scuola media, invece che dedicarsi all’ hobby dell’ insegnamento del canto, avendo come unico ‘titolo artistico’ il certificato anagrafico che attestava il suo stretto grado di parentela con un famoso cantante di nome Del Monaco.

Da ‘affondista’ ortodosso, Marcello Del Monaco applica e predica il verbo foniatrico dell’ “affondare la laringe e il diaframma”, dimenticando un principio belcantistico elementare, che è il seguente: se uno cantando continua a sentire la posizione della laringe (BASSA , MEDIA o ALTA che sia), semplicemente NON sta cantando in modo giusto.

 

 

Se l’ ape vocale Kraus ce l’aveva con le vocali  U e O, lo scarabeo Marcello Del Monaco ce l’ aveva con la vocale A, che secondo lui aveva il difetto di non essere “raccolta”. Insomma a ciascuno le sue nevrosi tecnico-vocale, nevrosi mai guarite perché chi le spaccia per principi ‘tecnico-vocali’ non si è mai posto questa semplicissima domanda: è mai possibile che in natura esistano vocali “difettose”, che hanno bisognodi essere ‘corrette’ (e da chi?) e che il più grande trattatista di tecnica belcantistica, Giambattista Mancini, prescrivesse di cantare su TUTTE le vocali?

In compenso, invece di ridurre il numero delle vocali a tre, come ‘utopizzava’ l’ape vocale Kraus, lo scarabeo vocale Marcello Del Monaco ne aggiungeva altre tre, inesistenti in italiano: la Y, la OE e la AO.

C’è chi ha l’ ossessione  dell’affondo (“affondo della laringe e del diaframma”, secondo la locuzione originale, “scientifica”) e chi ha l’ossessione dell’ avanti (e correlativa fobia dell’indietro).

Usando la stessa ‘logica’ di chi in ambito fonetico distingue vocali corrette e vocali  da “correggere”, molti insegnanti distinguono parti del corpo ‘buone’ (il palato duro e la cosiddetta ‘maschera’) e parti del corpo ‘cattive’ (la gola). Come faccia un suono ad acquisire la ‘terza dimensione’ della rotondità (sferica) se viene tenuto nel piano frontale (piatto) della brillantezza ‘avanti’, è un mistero geometrico cha alcuni insegnanti di canto, assolutisti dell’avanti, ‘risolvono’ barando come nel gioco delle tre carte:  quello che era stato buttato fuori dalla porta perché ‘tabù’ (la ‘gola’ e l’ ‘indietro’) viene fatto rientrare di nascosto dalla finestra sotto forma di ‘giro’ in avanti (ovvero passando un po’ dalla gola, ma facendo finta di nulla e barando con sé stessi e l’ allievo).

 

 

La gola chiusa del tenore di questa masterclass viene ‘curata’ dall’ insegnante Birgit Nilsson (che non aveva certo problemi di gola chiusa) con lo stesso criterio di un medico che curasse il diabete di un paziente prescrivendogli zucchero, ovvero facendogli chiudere ancora di più la gola, perché “c’ è troppa gola e il suono deve essere portato avanti in maschera”.

Ultimamente l’ arnia delle api vocali si è arricchita di un nuovo esemplare, l’ ‘apis melleastercoraria’, singolare specie di ape che cantando produce miele e insegnando canto produce sterco. L’ esemplare più insigne di questa specie è rappresentato da Jo Estill.  Si tratta di un’ ape vocale che, arrivata alla pensione e non avendo mai capito come faceva a produrre il miele quando era giovane, a un certo punto ebbe la geniale idea di inventarsi  un ‘metodo’ per ricavare il miele dallo sterco: prodigi dell’ alchimia!

Così, mentre la scuola italiana del belcanto aveva sempre DEVIATO l’ attenzione del cantante dalle corde vocali alle CAUSE della loro corretta vibrazione, che NON è data dal loro controllo diretto (essendo la fonazione umana generata per via indiretta dal concepimento mentale del SUONO e NON dal controllo meccanico diretto delle corde vocali), che cosa fa Jo Estill?  Esattamente il contrario:  elimina i vocalizzi sostituendoli con le sirene dei pompieri, dopodiché si mette a cantare guardando nel monitor le proprie corde vocali che vibrano, ‘utopizzandone’ il controllo diretto, dato che secondo lei un cantante dovrebbe/potrebbe addirittura modificarne direttamente la massa, come evidenziato nel seguente film comico:

 

 

Avendo poi uno spiccato senso del business,  la Estill non solo riuscirà a vendere la sua macchina stercoraria negli Stati Uniti (e quindi, ovviamente, in Italia…), ma anche a collezionare grazie ad essa diverse lauree ad honorem  “in tutto il mondo e in altri siti”.

Insomma, non proprio come l’ ape rossiniana ma quasi:

“Come un’ ape ne’ giorni d’aprile

va volando leggiera e scherzosa;

corre al giglio, poi salta alla rosa,

dolce un fiore a cercare per sé”.

Antonio Juvarra

 

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