Osterfestspiele Baden-Baden 2016 – Tristan und Isolde

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Foto ©Monika Rittershaus

Uscendo dal Festspielhaus di Baden-Baden dopo aver assistito alla terza recita del Tristan und Isolde che i Berliner Philharmoniker hanno presentato come produzione operistica nell’ Osterfestspiele, mi sono posto la domanda che ormai da anni mi viene in mente alla fine di quasi tutti gli spettacoli d’ opera che vado a vedere. Sarebbe davvero uno scandalo o una cosa inammissibile se, almeno per una volta, un regista si limitasse a mettere in scena quello che propongono il libretto e la partitura del titolo da lui affrontato? Negli ultimi decenni i registi d’ opera si sono abituati a prendersi delle libertà grazie alle quali ci hanno fatto vedere tutto il possibile tranne che, almeno per ora, la gente che si ammazza davvero sulla scena. Qualche volta, non lo nego, un tale modo di procedere ha prodotto risultati interessanti nel farci scoprire aspetti inediti della drammaturgia, ma più spesso il risultato che ne vien fuori è una netta frattura tra la parte visiva e quella musicale, con la prevaricazione della prima che di traduce in una vera e propria azione di disturbo. Questa definizione si adatta perfettamente alla messinscena del capolavoro wagneriano realizzata dal regista polacco Mariusz Trelinski la quale, più che bella o brutta a seconda dei gusti, mi è sembrata semplicemente antimusicale. Sappiamo bene che il Tristan und Isolde è un testo che presenta molte difficoltà nella realizzazione scenica ma, in questo caso, il risultato a cui abbiamo assistito è stato completamente fallimentare negli esiti. Uno spettacolo monotono e parecchio noioso nella sua mortificante banalità di concezione che, in relazione alla musica, si metteva puramente e semplicemente di traverso.

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Foto ©Monika Rittershaus

Proviamo a descrivere meglio quanto mostrato dalle immagini. I preludi orchestrali si svolgono davanti a un velario nero su cui viene proiettato un video raffigurante qualcosa di simile al reticolo di un mirino o all’ obiettivo di un periscopio. La scena di Boris Kudlička raffigura lo spaccato di una nave da guerra dove si svolge, da quel che si è potuto capire, il dramma psicologico di un ufficiale di marina che prova a dare un senso ai suoi problemi esistenziali intrecciando una relazione con la moglie del suo superiore consumata in incontri clandestini che si tengono nella sua cabina, sul ponte di comando e al secondo atto in quello che sembra un bar riservato agli ufficiali. Tutta la costruzione scenica è arretrata di una decina di metri rispetto al boccascena con il risultato pratico di squilibrare il rapporto tra l’ orchestra e i cantanti, costretti spesso a forzare per farsi sentire. Niente di decisivo neppure nella recitazione d’ insieme, perennemente statica e spesso confusionaria nella condotta scenica dei personaggi: il finale del secondo atto e tutta la scena che precede il Liebestod erano praticamente incomprensibili. Tristan e Isolde, dopo aver bevuto il filtro, si agitano in preda a convulsioni simili a quelle di una persona che abbia mangiato del pesce guasto, il protagonista alla fine del secondo atto si infligge da solo la ferita mortale di fronte a un Melot che lo guarda impassibile; alla fine del terzo atto, che si svolge nella sala di pronto soccorso dove è stato ricoverato l’ aspirante suicida, Isolde canta il suo congedo dal mondo tranquillamente seduta a destra del lettino di rianimazione sul quale il re Marke (o meglio forse dire il contrammiraglio) ha deposto il mazzo di fiori col quale aveva fatto il suo ingresso nella camera del de cuius. Il pubblico della prima ha riservato una solenne fischiata a questo lugubre caravanserraglio che, oltretutto, dimostrava la completa indifferenza del regista a diversi punti del libretto. Per citare un esempio tra i tanti che potrei fare, non si è ben capito per qual motivo Isolde, quando Brangäne al primo atto le annuncia la visita di Tristan e lei  risponde “Herr Tristan trete nah!”, debba essere accompagnata nella cabina del comandante dove lui la sta aspettando. Sono dettagli che ostacolano la comprensione della vicenda e confermano la mancata riuscita di una produzione registica davvero da dimenticare.

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Foto ©Monika Rittershaus

Come sempre accade in simili situazioni, è toccato alla parte musicale il compito di sostenere l’ esito della serata e da questo punto di vista, fortunatamente, le cose sono andate per il meglio. È sempre un piacere per l’ orecchio il poter ascoltare la parte orchestrale di un’ opera suonata dai Berliner Philharmoniker che, stimolati dalla scrittura di Wagner, hanno offerto una prestazione davvero memorabile. Il suono pieno, avvolgente, morbidissimo e dai riflessi dorati esibito dal complesso berlinese metteva in rilievo con splendida evidenza tutti i preziosi particolari della scrittura orchestrale di questo capolavoro assoluto dell’ arte di Wagner. Avendo a disposizione un simile straordinario strumento, Simon Rattle lo ha sfruttato per realizzare un’ interpretazione struggentemente lirica, raffinatissima nelle dinamiche e ricca di abbandono melodico, davvero squisita nell’ evidenziazione di certi dettagli dinamici e quasi evocante le atmosfere timbriche di Debussy. Senza ombra di dubbio, si è trattato della prova più convincente fornita dal direttore inglese in questi quattro anni di direzioni operistiche al Festspielhaus.

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Foto ©Monika Rittershaus

Complessivamente di buona qualità anche la prestazione della compagnia di canto. Il tenore australiano Stuart Skelton ha superato onorevolmente le terribili difficoltà del ruolo di Tristan mettendo in mostra una voce solida e robusta, oltre che una pronuncia tedesca davvero eccellente. Eva-Maria Westbroek non avrebbe in natura i mezzi vocali che la parte di Isolde richiede, la scrittura la mette spesso in difficoltà e il settore acuto suona quasi sempre forzato. La cantante olandese si salva nel complesso grazie a un buon temperamento interpretativo e a una riuscita definizione dei particolari di fraseggio. Sarah Connolly ha delineato una Brangäne molto affettuosa nei suoi toni intimi e confidenziali. Michael Nagy, ad onta di una certa ruvidezza del timbro, ha reso bene la baldanza giovanile del ruolo di Kurwenal. Imponente sotto il profilo vocale il König Marke del basso danese Stephen Milling, anche se non sempre impeccabile nel settore acuto. Buoni tutti gli interpreti dei ruoli minori. Tirando le somme, dal punto di vista musicale la serata valeva davvero il viaggio. Da quello visivo molto meno, ma qui in Germania ormai abbiamo fatto il callo a certe cose…

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11 pensieri su “Osterfestspiele Baden-Baden 2016 – Tristan und Isolde

    • Io non sono contrario a priori nei confronti di certe operazioni, a patto che ci sia dietro una logica. In questo caso non c’ era, era la solita regia che ti faceva venire in mente la battuta di Claudia Gerini in “Viaggio di nozze” quando lei dice: “Amò, stanotte famolo strano!”

  1. Ci sono direttori favorevoli a prassi esecutive filologiche per quanto riguarda la musica, che poi accettano ogni tradimento dai registi.
    Per quanto riguarda Wagner, comunque, io sono favorevole a esecuzioni in forma di oratorio, oppure a regie come quelle di Wieland Wagner.

    • Concordo. Negli ultimi anni la filologia, la ricerca delle fonti originali e le edizioni musicologicamente corrette sono diventate di prammatica, come l’ esecuzione del repertorio barocco sugli strumenti d’ epoca. Questo è sacrosanto, ma solo la partitura deve essere rispettata? Della drammaturgia ideata dal compositore si può impunemente far carne di porco? E niente, non si riesce a venirne fuori…

      • Concordo, e continuo ad interrogarmi sull’acquiescenza dei direttori d’orchestra a regie che palesemente interferiscono con l’apprezzamento della parte musicale dell’opera.

  2. E meno male, però, che il pubblico fischia di fronte a certi ridicoli obbrobri! Non sono sicura che serva a qualcosa, ma almeno ci si toglie qualche sassolino! Bel pezzo, complimenti!

  3. Non so se sbaglio, ma la mia impressione è che ormai in Germania i fischi alla prima siano diventati una specie di punto di merito del regista di successo. Purtroppo fare il regista in questo modo è facile, estremamente facile mentre farlo sul serio, ovvero inventando soluzioni teatralmente efficaci nel rispetto di una drammaturgia che esiste e non si può ignorare, è molto più complicato. E allora, perché perder tempo?

    • Impressione corretta. Del resto molti di questi signori non hanno il minimo interesse per la musica. Ne ho visti provare diversi che si studiano l’ opera semplicemente leggendo il libretto o addirittura un riassunto della trama

  4. Leggendo la sua descrizione della messa in scena, confesso che mi sono salite le lacrime agli occhi. Penso di averne viste, come tutti coloro che vanno a teatro, di ogni colore dai registi, ma pensare a Tristano ridotto così mi è sembrata la peggiore e la più triste di tutte. Mi farebbe piacere avere il suo permesso di citarne alcune frasi sul mio blog.

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