Osterfestspiele Baden-Baden 2016 – Manfred Honeck e Yo-Yo Ma

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Foto ©Monika Rittershaus

Il primo concerto sinfonico dei Berliner Philharmoniker all’ Osterfestspiele di Baden-Baden aveva il suo principale motivo di interesse nella presenza di una star del concertismo internazionale come il violoncellista Yo-Yo Ma. Io ho deciso di andare ad assistervi dopo aver saputo che sul podio, al posto di Yannick Nézet-Séguin che ha dovuto disdire a causa di un problema di salute, ci sarebbe stato Manfred Honeck. Non che io abbia qualcosa contro il giovane maestro canadese ma, come ho scritto qui diverse volte, ritengo che Honeck sia uno dei direttori più interessanti del momento e non mi sono lasciato sfuggire la possibilità di ascoltarlo dirigere i Berliner, soprattutto dopo il fulminante Neujahrskonzert da lui tenuto qui a Stuttgart. Il concerto proponeva quindi un doppio debutto, visto che sia Yo-Yo Ma che Honeck non si erano finora mai esibiti al Festspielhaus, e le mie aspettative sono state pienamente soddisfatte da una serata assolutamente di altissimo livello. Manfred Honeck, ripeto, è un direttore di grandissima caratura la cui carriera internazionale lo ha portato a collaborare regolarmente con tutte le maggiori orchestre del mondo. Dotato di un gesto ampio, elegante ed efficace, è un interprete personale e incisivo come pochissimi altri al giorno d’ oggi. Avendo a disposizione una straordinaria macchina da musica come i Berliner Philharmoniker, l’ ex assistente di Claudio Abbado la utilizza per ricavarne sonorità e fraseggi di affascinante originalità e bellezza. La Tragische Ouverture op. 81 di Brahms che apriva il programma era impostata su un tono di cupa, sommessa drammaticità senza la minima traccia di retorica, in un’ esecuzione dove la straordinaria sezione dei legni dei Berliner ha avuto modo di mettere in mostra tutto il meglio delle sue capacità. Assolutamente impeccabile la gestione dei tempi, culminata in una conclusione perfettamente calibrata nella sua secca intensità.

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Foto ©Monika Rittershaus

Veniamo adesso a parlare di Yo-Yo Ma, che per il suo debutto a Baden-Baden ha scelto il Concerto per violoncello op. 129 di Schumann. Non serve ripetere in questa sede i meriti artistici di una personalità come quella del violoncellista cino-statunitense, che va annoverato di diritto tra le più grandi figure di concertisti che la nostra epoca abbia avuto. A partire dalla frase introduttiva dell’ orchestra, che Honeck e i Berliner Philharmoniker gli hanno letteralmente servito su un piatto d’ argento con un colore al pastello di morbida melanconia, Yo-Yo Ma ha letteralmente incantato il pubblico del Festspielhaus con la straordinaria bellezza della sua cavata ampia, vellutata e affascinante. Un’ esecuzione di straordinaria poesia, fraseggiata con toni ampi ed eloquenti e una capacità straordinaria di conferire il giusto respiro alle linee melodiche. Come i grandi cantanti d’ opera, Yo-Yo Ma possiede quella che si può definire la “dinamica sfumata”, ovvero la capacità di variare continuamente i colori e l’ intensità del suono senza che si possa avvertire la minima cesura nel fraseggio. Honeck lo ha sostenuto con un accompagnamento orchestrale perfettamente in sintonia con le intenzioni della parte solistica e impeccabile nel risolvere i problemi di equilibrio che la strumentazione di Schumann pone al direttore nel rapporto con il violoncello. Probabilmente si è trattato della più bella esecuzione di questa pagina che io abbia mai ascoltato nella mia vita di frequentatore di sale teatrali; uno di quei casi dove l’ unico commento possibile è che si può fare diversamente ma non si può fare meglio. Il dialogo stupendo tra Yo-Yo Ma e Bruno Delepelaire, il giovane primo violoncello dei Berliner, nel secondo movimento era uno di quei momenti destinati a rimanere impressi in modo indelebile nella memoria di chi era presente.

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Foto ©Monika Rittershaus

Come forse si sarà capito a questo punto, il programma del concerto era completamente basato su pagine di atmosfera scura e cupa, suggellata in modo definitivo dalla Sesta Sinfonia di Tschaikowsky eseguita nella seconda parte. Manfred Honeck ne ha dato un’ interpretazione intensa ma assolutamente priva di eccessi retorici, coinvolgente al massimo nei suoi toni di asciutta e drammatica intensità. Sarebbe superfluo lodare la strepitosa bravura con cui i Berliner Philharmoniker hanno eseguito una partitura che è legata come poche altre alla loro storia esecutiva. La bellezza delle tinte orchestrali, l’ infinita paletta di colori e il virtuosismo strepitoso che l’ orchestra berlinese può esibire in pagine come questa hanno da sempre ben pochi riscontri tra le grandi orchestre internazionali. Honeck è riuscito a utilizzare questi stupendi mezzi per una lettura di grande coerenza e personalità, soprattutto nell’ eleganza di fraseggio ottenuta nel secondo movimento e nel tono intenso e drammatico conferito dal direttore austriaco all’ Adagio finale, in cui la sezione archi dei Berliner ha offerto una prestazione davvero sbalorditiva per compattezza di legato e precisione di cavata. Applausi trionfali hanno salutato tutti i protagonisti di quella che è stata davvero una serata di grande musica. Speriamo di ritrovare al più presto Manfred Honeck sul podio dei Berliner, visti gli esiti senza alcun dubbio notevoli di questa collaborazione originata dal caso.

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