Les Contes d’ Hoffmann alla Staatsoper Stuttgart

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Foto ©A. T. Schaefer

Come quarto nuovo allestimento della stagione in corso, la Staatsoper Stuttgart ha presentato la produzione di Les Contes d’ Hoffmann realizzata insieme al Teatro Real di Madrid, dove lo spettacolo è andato in scena per la prima volta lo scorso anno. Prima dell’ inizio, l’ Intendant Jossi Wieler ha illustrato alla stampa le linee generali del programma per la prossima stagione, che comprenderà cinque nuove produzioni. Il cartellone inizierà ufficialmente con il Faust di Gounod allestito da Frank Castorf, il celebre regista berlinese conosciuto per il tono audace e provocatorio delle sue messinscene. Sotto la direzione di Marc Soustrot, i ruoli maschili principali saranno sostenuti da due tra i migliori elementi dell’ ensemble di Stuttgart, il tenore Atalla Ayan e il basso Liang Li, entrambi al debutto nei rispettivi ruoli. Il secondo nuovo allestimento sarà dedicato a Orphée aux enfers di Offenbach, sotto la direzione si Sylvain Cambreling e con la regia di Armin Petras, l’ Intendant dello Schauspieltheater Stuttgart. In marzo Giuliano Carella dirigerà l’ Ariodante di Händel con Ana Durlovski e Diana Haller nei ruoli principali, in una messinscena curata da Jossi Wieler e Sergio Morabito. A maggio andrà in scena Death in Venice di Britten in coproduzione con lo Stuttgarter Ballet il cui coreografo Denis Volpi curerà la regia dello spettacolo, sotto la direzione di Kirill Karabits. Infine Sylvain Cambreling, Jossi Wieler e Sergio Morabito saranno i responsabili della nuova produzione di Pikovaja Dama, il capolavoro operistico di Tschaikowsky.

Occupiamoci adesso di questa nuova produzione di  Les Contes d’ Hoffmann, che fu l’ ultimo spettacolo realizzato dalla gestione madrilena del compianto Gerard Mortier. Uno dei motivi principali di interesse in questo spettacolo era sicuramente costituito dalla parte testuale. Tutti sanno che la partitura di Offenbach rappresenta uno dei casi più intricati a livello filologico di tutto il repertorio operistico. Il compositore ci ha lasciato praticamente solo un torso che dopo la sua morte venne completato da Ernst Guiraud e successivamente rielaborato da altri revisori con il ritorno alla struttura di opéra-comique in cui i recitativi erano sostituito la dialoghi parlati. La questione si è riaperta negli ultimi decenni dopo la riscoperta di molta musica inedita e del libretto originale privo degli interventi compiuti dalla censura. Sylvain Cambreling ha curato per questo allestimento una nuova revisione della partitura insieme al regista Cristoph Marthaler che, dal punto di vista pratico, presenta novità significative soprattutto negli atti di Olympia e Giulietta, oltre che nel finale. Il lavoro è sicuramente interessante per la possibilità di ascoltare molta musica nuova ma, dal punto di vista drammaturgico, la soluzione adottata per il finale dell’ atto veneziano mi è parsa molto meno convincente rispetto al melodrame della versione Oeser. Per quanto riguarda l’ epilogo, il lungo monologo della Muse provoca la caduta della tensione teatrale, in quanto prolunga inutilmente una vicenda che si è conclusa da un pezzo; un effetto moltiplicato anche dall’ inserimento della poesia Ultimatum dello scrittore portoghese Fernando Pessoa recitata in spagnolo dal personaggio di Stella, i cui contenuti di aspra critica sociale e politica hanno, a mio avviso, ben poco a che fare con il nucleo drammaturgico della vicenda rappresentata sulla scena. Del resto, la regia di Cristoph Marthaler secondo me travisava non poco il carattere di grande opera fantastica che costutuisce il fascino principale di Les Contes d’ Hoffmann. La scena di Anna Viebrock raffigurava il solito stanzone postindustriale che nel corso della vicenda diviene un atelier pittorico, un manicomio, un locale per le prove e una sala da biliardo. I personaggi recitano con un tono abbastanza nevrotico e schizoide che vorrebbe sottolineare il carattere di incubo surrealista dei sogni di Hoffmann ma che alla lunga diventa in complesso assai monotono nel suo tono perennemente forzato e sopra le righe.

Per quanto riguarda la parte musicale, Sylvain Cambreling ne ha realizzato una lettura senza dubbio ricca di pregi per il tono elegante e raffinato che il direttore di Amiens ha ottenuto da un’ orchestra in ottimo stato di forma e da un coro che, sotto la guida di Cristoph Heil, ha esibito anche le solite eccellenti qualità attoriali. Quello che forse mancava nell’ interpretazione del maestro francese era la carica teatrale in momenti di drammaticità intensa come il finale dell’ atto di Antonia, che è risultato leggermente mancante di forza espressiva. Nella compagnia di canto, le cose migliori si sono ascoltate da parte delle interpreti dei ruoli femminili. Ana Durlovski ha reso a meraviglia i virtuosismi spettacolari della parte di Olympia con un pergetto controllo tecnico della voce, Mandy Fredrich è stata un’ Antonia molto convincente per espressività e intensità di fraseggio mentre Simone Schneider ha esibito un’ altra prova della sua classe di interprete realizzando una Giulietta elegantissima, sensuale e insinuante. Eccellente anche la prova del mezzosoprano svizzero Sophie Marilley nel ruolo della Muse, particolarmente impegnativo in questa revisione. Si tratta di una cantante che sa sfruttare con molta abilità una voce che in natura non presenta particolari attrattive e che anche questa volta ha convinto sia a livello musicale che di presenza scenica. Parlando dei ruoli maschili, il basso-baritono bergamasco Alex Esposito è stato abbastanza convincente nei quattro ruoli diabolici. La voce non è sempre gradevole a causa di una certa ruvidezza nel colore e di un vibrato a volte fastidioso in certe zone, ma il fraseggiatore è apparso incisivo e autorevole, in complesso molto convincente anche a livello attoriale. Ottimo anche Torsten Hoffmann, uno dei migliori caratteristi della Staatsoper Stuttgart, nella caratterizzazione dei quattro servi. Le note negative, purtroppo, riguardano il protagonista. Il ruolo di Hoffmann richiede sicurezza tecnica, fantasia di fraseggioe  capacità di alternare i toni soavi con quelli di passionalità bruciante. Tutte cose largamente fuori portata per una voce come quella del tenore belga Marc Laho che è apparsa esigua di volume, forzata, di colore sgradevole e con grossi problemi nella gestione del settore acuto che sono apparsi molto evidenti in pagine dove la tessitura presenta difficoltà e scarti bruschi, ad esempio il brindisi e l’ aria “O Dieu de quelle ivresse” nell’ atto di Giulietta: Una prova largamente deficitaria che ha compromesso l’ esito complessivo di uno spettacolo comunque applaudito senza contestazioni alla conclusione.

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