RSO des SWR – Michel Tabachnik e Martin Helmchen

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Foto: euroschool.lu

Il consueto concerto annuale tenuto dalla Radio-Sinfonieorchester Stuttgart des SWR per la società SKS ha avuto una gestazione abbastanza movimentata. Prima si è verificato il forfait di Alice Sara Ott, che ha dovuto disdire una serie di appuntamenti a causa di un infortunio a un braccio. Poi, a pochi giorni dall’ inizio delle prove anche Vassily Sinaisky, che doveva dirigere, ha rinunciato all’ impegno per motivi di salute. Per sostituirlo è arrivato Michel Tabachnik, che in questi ultimi anni ha sviluppato un bel rapporto di collaborazione con la RSO des SWR e nello scorso novembre aveva diretto il terzo concerto della stagione in abbonamento. Per quanto riguarda la parte solistica, al posto della Ott è stato invitato il trentatreenne pianista berlinese Martin Helmchen, solista impostosi all’ attenzione internazionale con la vittoria nell’ edizione 2001 del Concours International de Piano Clara Haskil. Helmchen ha pubblicato in questi ultimi anni diversi album per la casa discografica PentaTone Classics, che qui in Germania hanno riscosso un notevole successo di critica e di vendite. “Stürmer und Dränger mit empfindsamen Seiten; beeindruckend, wie viel Tiefe sein helles, weiches Piano hat”, ha scritto di lui la Neue Zürcher Zeitung. Conosco alcuni dei CD registrati da Helmchen e ne ho riportato un’ impressione decisamente positiva, in particolare per quanto riguarda la bella integrale delle musiche per violino e pianoforte incisa insieme a Julia Fischer. Ero quindi curioso di ascoltare la sua esecuzione del Concerto in la minore di Schumann, che il giovane pianista berlinese ha incluso in uno dei suoi dischi più recenti.

Come tutti i pianisti della giovane generazione, Martin Helmchen suona a un livello tecnico decisamente elevato. Il timbro è rotondo, ben definito e ricco di sfumature, il controllo digitale e l’ ampiezza della gamma dinamica sono quelle di un concertista di alta classe. Dal punto di vista interpretativo siamo senza dubbio in presenza di una personalità chiara e ben definita. Il fraseggio di Helmchen è notevole per eleganza e ricchezza di dettagli, con un magnifico controllo della dinamica e un’ eccellente dominio dei passi virtuosistici. Si tratta decisamente di un interprete dotato di carisma e comunicativa ma anche di un gusto molto sorvegliato e mai tendente a scadere nell’ effettismo gratuito. Il Concerto di Schumann è una partitura molto ostica dal punti di vista dell’ equilibrio tra il solista e l’ orchestra e sotto questo aspetto il pianista berlinese ha trovato un magnifico sostegno da parte di Michel Tabachnik, che come accompagnatore ha la rara capacità di calibrare il sostegno orchestrale in maniera molto precisa sulle caratteristiche degli strumentisti con cui si trova a far musica. Il risultato complessivo è stato davvero eccellente nell’ insieme, per la cura dei particolari e la splendida evidenza conferita dal giovane solista alle linee melodiche. Come bis, Martin Helmchen ha eseguito Vogel als Prophet, il settimo brano delle schumanniane Waldszenen op. 82, dimostrando una bella nettezza digitale nello sgranare il tema iniziale e un bel senso del canto, anche se la parte centrale poteva essere suonata con un po’ di rubato in più. Ad ogni modo, la mia impressione finale su Helmchen è stata decisamente positiva e a mio avviso si tratta senza dubbio di un pianista da seguire con attenzione nei prossimi anni.

Michel Tabachnik aveva aperto la serata con una bella lettura dell’ Ouverture dal Benvenuto Cellini di Berlioz, ricca di slancio e carica teatrale, e nella seconda parte del programma ci ha proposto la Settima Sinfonia in re minore op. 70 di Antonin Dvořák. Si tratta di una partitura che risale all’epoca delle prime affermazioni internazionali del compositore. Il lavoro nacque infatti su richiesta della London Philharmonic Society, che glielo commissionò sull’ onda degli strepitosi successi da lui ottenuti durante la sua prima visita a Londra del marzo 1884, quando furono eseguite con successo parecchie composizioni del musicista boemo, tra cui la Sinfonia in re maggiore (l’ unica fino ad allora pubblicata) e lo Stabat Mater. La Settima è sempre stata una delle mie composizioni preferite tra quelle di un autore che personalmente amo molto e a mio avviso si tratta di un lavoro che, per maturità ed espressività linguistica, si colloca tra gli esiti più compiuti in tutta la produzione di Dvořák. Michel   Tabachnik ne ha dato una lettura perfettamente convincente dal punto di vista dell’ equilibrio formale e la RSO des SWR ci ha dato ancora una volta la dimostrazione del livello esecutivo che la rende degna di essere annoverata tra i migliori complessi sinfonici tedeschi. I tempi adottati dal direttore svizzero erano complessivamente abbastanza rilassati e ricchi di flessibilità, con un’ eleganza notevole nel sottolineare le sfumature e il respiro delle melodie di carattere popolareggiante che formano la struttura principale della composizione. Il pubblico della Liederhalle ha tributato un franco successo a un concerto il cui esito complessivo è stato di livello davvero molto notevole.

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