“Belcanto e tecniche vocali ‘neoplastiche’…” di Antonio Juvarra

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Antonio Juvarra mi invia un’ altra puntata delle sue considerazioni sulla didattica vocale di oggi. Come sempre, l’ articolo contiene molti interessanti spunti di riflessione. Buona lettura a tutti.

 

BELCANTO E TECNICHE VOCALI‘ NEOPLASTICHE’…

 

Se con pazienza togliamo i veli sempre più spessi che nell’arco di un secolo e mezzo la didattica vocale ‘scientifica’ ha provveduto a stendere sopra il canto, una sorpresa ci aspetta: ecco emergere un ordine più semplice e più profondo della realtà. Un ordine armonioso che paradossalmente i belcantisti avevano già scoperto; un ordine di una semplicità stupefacente, che incredibilmente la sindrome meccanicistica attuale continua a ignorare, ricoprendola con la complicazione di nuovi e sempre più cervellotici espedienti.

Così, mentre da anni tutti hanno preso atto che la fuliggine che copriva gli affreschi di Michelangelo, non era Michelangelo, nel caso della didattica vocale invece molti ancora insistono a venirci a raccontare che la fuliggine che copre l’ affresco meraviglioso del belcanto, è canto.

Ai moderni ‘adoratori della fuliggine’ si affiancano poi gli inventori dei nuovi metodi vocali, tutti occupati a disattivare o minimizzare l’ effetto dirompente di alcune semplici e inequivocabili indicazioni, contenute nei primi trattati di canto del Settecento.

Il perché è ovvio: constatare che in questi testi non c’ è traccia delle moderne ‘fantatecniche’ vocali a base di ‘maschere’, ‘affondi’, ‘giri’ del suono (avanti o indietro), ‘risonanze fuori’, ‘timbro scuro’, ‘voce sul palato’, ‘pronuncia perfezionata’, ‘respirazione bassa’, ‘vocali modificate’, ‘voce avanti’, ‘contrazioni delle natiche’ e altra analoga paccottiglia, provoca immediatamente una reazione inconsulta di difesa. Stanati dal loro buco nella sabbia, che cosa fanno allora i moderni struzzi della tecnica vocale? Si arrampicano sugli specchi e l’ operazione si attua in due modi: minimizzare la portata di questi scritti oppure volgere tutto in relativismo.

Un esempio di tali ‘attività’ è rappresentato da un articolo pubblicato qualche giorno fa su un sito di canto e intitolato significativamente “Bei tempi. L’ illusione”.

Secondo la premessa teorica dell’ autore, un insegnante di canto (improvvisatosi qui psicologo e antropologo), lo studio dei trattati belcantistici (essenzialmente il Tosi e il Mancini) sarebbe l’ espressione di una fuga dal presente e dalla realtà per trovare rifugio in un “passato virtuale”, definito “un miraggio”.

Stabilita questa premessa, subito l’ articolista passa alla dimostrazione, ‘dimostrazione’ che si avvale di argomenti come i seguenti:

“I primissimi trattati, di Tosi e Mancini (….) sono parole, liberamente interpretabili e che non mi forniscono alcun modello cui riferirmi. Sono stati concepiti da cantori castrati, di cui vocalmente non possiamo ormai più immaginare niente di significativo, le cui caratteristiche fisio-anatomiche erano talmente distanti da qualunque altro cantante odierno da considerare quegli scritti cimeli da museo.”

In pratica, secondo l’ articolista il fatto che gli autori di questi primi trattati fossero castrati, ne farebbe quasi degli alieni, tali da rendere i loro scritti banali “cimeli da museo”, e le loro indicazioni inutilizzabili. Troppo “distanti” da noi (moderni tenori, bassi o soprani) sarebbero infatti i castrati a causa delle loro bizzarre “caratteristiche fisio-anatomiche” … (?!)

A questa uscita dell’ innominato esperto del sito di cui sopra, ovviamente il buon senso subito si ribella, obiettando: va bene stare alla larga (giustamente) dalla moderna didattica vocale ‘fisio-anatomica’, ma un residuo di nozioni anatomiche dovrebbe pur essere rimasto in testa all’ articolista per sapere che ‘fisio-anatomicamente’ tra un castrato e un uomo ci sono MENO differenze che tra una donna e un uomo. E dunque? Seguendo il criterio delle diversità anatomiche, teorizzato dal nostro, cosa dovremmo fare? Istituire per caso scuole di canto con la separazione tra maschi e femmine, come nelle scuole elementari di una volta..? In tal caso il suddetto articolista, che si diletta anche di insegnamento del canto, con quale coerenza logica potrà d’ora in poi dare lezioni a un soprano e un mezzosoprano, che sono notoriamente diverse ‘fisio-anatomicamente’ da un tenore o da un baritono?

Per commentare degnamente un’ amenità del genere, verrebbe da parafrasare il monologo di Shylock di Shakespeare:

“Ma un castrato non ha occhi? Un castrato non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un tenore o di un soprano? Se lo ferite, non sanguina? Se lo solleticate, non ride? Se lo avvelenate, non muore…?”

Pare di no, secondo l’ ameno teorico. Addirittura non solo i castrati, ma anche tutti gli ‘antichi’ (di ben due secoli fa…) sarebbero secondo lui da considerare degli alieni rispetto a noi. Infatti ecco che cosa scrive:

“Non possiamo non considerare che uno o due secoli (considerando i mutamenti genetici, da non sottovalutare, le condizioni ambientali rivoluzionate, che non hanno certo lasciato immutate le nostre capacità e caratteristiche sensoriali) modificano profondamente il rapporto con la nostra sfera percettivo-espressiva….”

Già. In effetti, pensandoci bene, noi oggi non mangiamo più, come nel Settecento, masticando quegli strani oggetti che una volta venivano chiamati ‘cibi’, ma semplicemente deglutendo delle pillole. Così come al giorno d’oggi, a differenza che nell’ Ottocento, non facciamo più quegli strani movimenti con le gambe e con i piedi, che una volta chiamavano ‘camminare’, ma, com’ è noto, usiamo l’ autoteletrasporto.

Sulla stessa linea di pensiero fantascientifico si pone un altro ameno ‘relativizzatore’ degli antichi trattati di canto, Delfo Menicucci, il quale in un suo libro appena uscito, pensando di fare scacco matto ai “cultori” di quei trattati, scrive ironicamente:

“Per interpretare i geroglifici dell’ antico Egitto si è dovuto trovare la stele di Rosetta; per aver ragione su prassi esecutive e su meccaniche delle voci barocche si dovrà attendere di trovare un microsolco del 1600…”

dove, en passant, è da notare il nuovo concetto (scientifico…) di ‘voce barocca’, a cui a questo punto dovremo inevitabilmente affiancare per completezza analoghe entità fantastiche come la ‘voce cubista’, la ‘voce postmoderna’, la ‘voce simbolista’ ecc., giusto per limitarsi a citare le ‘mutazioni genetiche’ della voce che saranno intervenute a nostra insaputa nel Novecento.

Il presunto uovo di Colombo dei due teorici di cui sopra, rappresentato dall’ argomento “fammi sentire un castrato del Settecento e solo così potrò capire la tecnica vocale che usava, non certo leggendo un libro” è una boutade che fa colpo perché apparentemente sensata e pragmatica. In realtà non lo è e per i seguenti motivi.

Innanzitutto, se è vero come è vero (e come pensavano i belcantisti) che il canto è qualcosa di profondamente naturale che deve essere fatto emergere e rivelato e NON qualcosa di costruito artificialmente, inventando ridicoli ‘nuovi’ espedienti tecnici, che sono solo banali surrogati del fenomeno originale (unico e insostituibile), allora è ingenuo aspettarsi da un qualsiasi testo sul canto la spiegazione di “COME si fa” a cantare, cioè la ricetta miracolosa o il magico libretto d’ istruzione tecnico della voce cantata. Senza dire poi che se uno incomincia a esigere da questi adoratori del presente la stessa chiarezza, concretezza e precisa definizione delle modalità pratiche necessarie per cantare, che loro esigono dai trattati antichi, ecco che allora subito si entra non nella dimensione da loro ironicamente definita “storico-leggendaria”, ma in quella ‘comico-onirica’ (o ‘oniricomica’), rappresentata dalle loro ‘nuove tecniche vocali’ o, con una definizione più precisa, ‘tecniche vocali neoplastiche’, a base di “pronuncia fuori” (?!), “risonanza esterna” (?!), “diaframma da domare” (?!), “pronunce da perfezionare” (?!), “bocche da ovalizzare” (?!), “bocche da aprire al massimo” (?!), “suoni da deglutire” (?!), “giri all’indietro” (?!) “pressurizzazione del fiato” ecc., ossia l’ eterno bestiario comico-tecnico-vocale che da più di un secolo si rigenera, assumendo come Proteo forme sempre nuove e diverse.

Ora il senso e il vero valore dei trattati di canto antichi non consiste nella ridicola pretesa (tutta moderna) di aver trovato la formula magica che consente di cantare come Farinelli, ma nel fatto di rappresentare una determinata concezione e una serie di PRINCIPI operativi, che valgono sia da stella polare sia da vero e proprio antivirus nonché cartina di tornasole in grado di smascherare qualsiasi scemenza tecnico-vocale venga partorita in qualsiasi epoca passata, presente e futura. Basta effettuare un test di questo tipo sulle tecniche proposte dai denigratori del “miraggio” belcantistico, e subito si vedranno miseramente cadere come birilli tutti gli espedienti tecnico-vocali, elaborati dagli adoratori del presente.

Ad esempio, proviamo semplicemente ad accostare tra loro, da una parte, affermazioni come

1- “L’ arte consiste nel sapere dove la natura ci porta.”

2- “Se la gola resta tesa, verrà di conseguenza tolta quella flessibilità necessaria per dare alla voce la natural chiarezza e facilità.”

3- “Ogni allievo si darà la briga di dare con naturalezza la voce e a servirsi semplicemente della leggerezza del fiato.”

 

e, dall’ altra parte, affermazioni come

 

1- “L’istinto va aggredito con astuzia, intelligenza e feroce disciplina.”

2- “E’ bene educare la voce col colore oscuro e mai col colore chiaro perché diversamente si indebolisce il diaframma.”

3- “E’ indispensabile curare la verticalità della cavità orale, come se le labbra guidassero la voce e quindi il diaframma.”

 

e subito capiremo da che parte siano le chimere.

 

La domanda infatti è: a quale delle due serie di frasi si adatta di più il giudizio, dato ai testi del belcanto dall’autore dell’ articolo, di “miraggi” e “cimeli da museo” ?

Evidentemente alla seconda serie di affermazioni, con la precisazione che il “museo” cui si fa riferimento nell’articolo, è il moderno museo degli orrori, e che queste affermazioni, estranee a ogni principio acustico e fisiologico, dovrebbero rappresentare secondo l’articolista l’alternativa agli autori del belcanto, citati nella seconda serie di frasi…

Analogamente, volendo passare a un analogo confronto con altri autori moderni, quale delle seguenti serie di frasi può essere definita “un baule di parole che non si possono discutere” (definizione data dall’ articolista ai testi del belcanto)? Anche in questo caso la prima serie è desunta da testi del Settecento:

1- “Lo studio più necessario e difficile è cercare il facile e trovarlo nella bellezza del pensiero.”

2- “La voce non può uscire naturale e bella, quando trovi la bocca e la gola in una posizione forzata ed impedite ad agire naturalmente.”

3- “Liberarsi dei moti convulsivi del corpo e del volto, che sono i vizi smorfiosi dei cantanti affettati.”                                  

 

La seconda serie, invece è desunta da testi moderni:

 

1- “Dopo l’ azione respiratoria si procede all’emissione del fiato sonoro (con una parte del fiato residuo) con la massima apertura della bocca. Occorre che ci sia una tensione tra due forze contrarie: azione dilatatoria della zona superiore e azione costrittiva della zona inferiore.”

2- “La bocca è una zona più da contrastare che da assecondare. E la si contrasta aprendola al massimo, fisicamente e mentalmente, con decisione anche violenta, non appoggiandosi ad essa.”

3- “Per ottenere la formante dei 300 Hz, esercitarsi con le seguenti posizioni dello sfintere ariepiglottico: a)- tenere il corpo-superficie delle corde vocali sottile e lo sfintere ariepiglottico largo: b)- nasalizzare la vocale e tenendo le labbra vocali sottili, passare da uno sfintere ariepiglottico largo a uno stretto; c)- tenendo stretto lo sfintere ariepiglottico, passare da un velo palatino medio a uno alto.”

 

Anche in questo caso è evidente che la prima serie rappresenta in modo chiaro e limpido una concezione di gran lunga più elevata (e ‘scientifica’ nel vero senso del termine) rispetto alla seconda serie di frasi, che invece rappresenta in pieno la moderna predilezione per il ‘grottesco pseudo-scientifico’.   Non solo: confrontando l’ italiano dei testi del Settecento con l’italiano dei testi dei nostri giorni, è evidente che l’oscurità appartiene al secondo e non al primo.

Ridicola infine appare la tesi conclusiva dell’ articolista, secondo cui sarebbe una forma di “deresponsabilizzazione” (?!) il far riferimento, nell’ educazione vocale, ai principi contenuti negli antichi trattati, in quanto questo equivarrebbe a “vendere competenza vocale di tipo storico-leggendario e non propria.” Ridicola (e, questa sì, irresponsabile!) perché in sostanza essa si traduce nell’ invito a vedere il passato attraverso le lenti deformanti del presente. Questo non significa altro che porre al centro della conoscenza la propria personale limitata esperienza, considerandola autosufficiente e ‘autofondata’ (come dimostra l’ utopistica e surreale teorizzazione di una “competenza vocale e didattica fondata su principi e coscienza PROPRI…”), il che per qualsiasi ricercatore scientifico suona paradossale e bambinesco, essendo evidente che per capire il passato dobbiamo semmai procedere all’operazione opposta e cioè distaccarci dai condizionamenti cognitivi e culturali del presente, altrimenti invece del passato troveremo un surrogato deformato del presente.

Giustificata col principio secondo cui “l’arte si deve giocare sulla pelle propria e non va delegata”, questa tesi in realtà non è che la legittimazione dell’egocentrismo e dell’autoreferenzialità più antiscientifici.

Senza dire che, applicandolo a qualsiasi altro ambito disciplinare, il criterio di svalutazione e relativizzazione delle verità trasmesseci dal passato per dare la priorità al presente e alla propria esperienza personale, darebbe luogo a una geometria con triangoli a quattro angoli invece che tre, e a una matematica con addizioni 2+2 a somma 5 e così via…

Purtroppo, mentre nel caso della geometria, della matematica e di tutte le altre forme di sapere un ‘criterio’ del genere non verrebbe neanche preso in considerazione, nel caso del canto non solo viene preso in considerazione, ma genera anche precisi effetti che si esprimono anche con teorie, come quella sostenuta seriamente dall’ articolista, secondo cui la voce si amplificherebbe non grazie alle normali cavità interne (inclusa la gola), ma solo grazie a una fantomatica “nascita esterna” del suono, fenomeno inventato ad hoc dall’ articolista, il quale, quasi per una sorta di personale ‘faringofobia’ , considera la gola non una normale cavità di risonanza della voce, ma una zona tabù, una sorta di malefico buco nero in grado di risucchiare il suono nel caso in cui non si siano rispettate le ‘distanze di sicurezza’ e non si sia proceduto prudenzialmente a tenere la voce ‘avanti’ e/o ‘fuori’… Confrontata con la concezione belcantistica del canto come risultato dell’ “accordo tra moto consueto della bocca e moto naturale della GOLA” (Mancini), questa idea mostra tutta la sua limitatezza, nevrosi fobica e angustia intellettuale.

In effetti l’ articolista, già apostolo di una rivoluzione tecnico-vocale basata sull’ aggiramento dell’ istinto malefico e la sostituzione dei vocalizzi con i ‘parolizzi’, introduce con questo suo articolo anche una rivoluzione ‘gnoseologica’, definita del “cannocchiale rivoltato”… In che cosa consiste? Per evitare “abbagli” nello studio delle fonti antiche, secondo lui occorrerebbe distanziarle, “rivoltando il cannocchiale”. In sostanza, le cose lontane nel tempo, che di per sé normalmente appaiono come più piccole delle presenti, che sono vicine a noi, dovrebbero essere allontanate e rimpicciolite ancora di più ‘grazie’ al cannocchiale rivoltato: insomma, esattamente il contrario della funzione per cui è nato il cannocchiale…

Un altro lampo di genio dell’ articolista è rappresentato dalla sua tesi secondo cui i testi del passato sarebbero un banale “baule di parole, liberamente interpretabili”.

Se bastano due secoli per rendere “liberamente interpretabili” i testi del passato, cosa avverrà con testi scritti non duecento ma più di duemila anni fa, ad esempio con un testo del V secolo a.C. come l’ Edipo re di Sofocle? Seguendo il principio di “libera interpretabilità” dell’ articolista, subito salterebbe fuori qualche genio, che si diletterebbe con obiezioni come queste. E chi l’ ha detto che Edipo sia un personaggio drammatico? Solo perché è definito “tragico”? Ma “tragico” in greco vuol dire letteralmente “caprino”, per cui chi mi dice che invece non fosse un predecessore di Mr. Bean? Qualcuno per caso ha assistito personalmente alle prime recite dell’ Edipo re? No? Quindi quello che ci resta è solo un “baule di parole, liberamente interpretabili” e che io appunto sono libero di interpretare così.

Antonio Juvarra

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