Salome alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A.T. Schaefer
Foto ©A.T. Schaefer

L’ accoglienza trionfale che il pubblico della Staatsoper Stuttgart ha tributato alla nuova produzione della Salome ha giustamente premiato una produzione che, per qualità musicale e forza espressiva della parte scenica, può essere tranquillamente inserita tra i migliori spettacoli apparsi finora sulle scene tedesche in questa stagione. Merito in primo luogo di Kirill Serebriannikov, quarantasettenne regista teatrale e cinematografico russo considerato in patria uno degli artisti più significativi del momento, che ha firmato una regia di potentissimo impatto emozionale, coinvolgente come poche altre nella forza della sua carica espressiva. La concezione di base da cui Serebriannikov ha preso le mosse nella sua lettura della tragedia di Oscar Wilde musicata da Richard Strauss è costituita dalle conseguenze tragiche scaturite dall’ incomprensione tra le varie culture. La scena ideata da Pierre Jorge Gonzalez rappresenta la terrazza della villa di un politico o uomo d’ affari dei nostri giorni che ha rapporti di lavoro con personalità mediorientali.
Tutti gli ambienti esterni della villa sono controllati da un sistema di videocamere utilizzato dagli uomini della sicurezza e uno schermo televisivo mostra brani di telegiornali con scene di guerra e terrorismo alternate a spezzoni di pubblicità, calcio e altro materiale. Salome è la figlia ribelle di questa famiglia perbene, un’ adolescente vestita in pullover e calzamaglia neri che viene affascinata dalla figura di Jochanaan, un profeta islamico tenuto prigioniero nella casa. Le fantasie insane di questa ragazzina  nevrotica, figlia di due genitori borghesi e chiaramente anch’ essi dominati da instabilità mentale e pulsioni perverse, sono l’ elemento scatenante della tragedia che si sviluppa sulla scena. Nell’ intermezzo sinfonico, la Danza dei Sette Veli è sostituita da una sfilata di figuranti, quasi tutte donne abbigliate in costumi cha vanno dalla semplice biancheria intima al velo islamico, a raffigurare visivamente le fantasie malate che dominano la psiche di Salome e dei suoi genitori. Non c’ è la minima traccia di volgarità gratuita nello spettacolo di Serebriannikov, solo una cupa e dura atmosfera tragica che colpisce lo spettatore in maniera davvero profonda. Anche se il regista russo aveva ideato l’ allestimento più di un anno fa, non c’ è dubbio che l’ atmosfera di questi giorni abbia conferito un ulteriore rilievo alla storia di tragica incomprensione religiosa e razziale che questo spettacolo ci racconta. Una regia originale, ricca di significato e di tensione quasi spasmodica, con una potenza narrativa che, almeno per quanto mi riguarda, moltiplica in maniera incredibilmente efficace la forza espressiva della musica di Strauss.

L’ impatto evocativo di questa produzione è stato ulteriormente rafforzato da una parte musicale di alta qualità, in cui l’ ensemble della Staatsoper Stuttgart ha dato una prova di coesione e preparazione minuziosa. Merito soprattutto di una direzione orchestrale eccellente. Roland Kluttig, musicista quarantasettenne che, dopo aver lavorato qui a Stuttgart ai tempi della gestione di Klaus Zeheilein, ha assunto dal 2010 la carica di Generalmusikdirektor al Landestheater di Coburg, ha realizzato una lettura orchestrale tesa, drammaticissima, mai prevaricante come quelle di certi direttori che, in quest’ opera, tendono a realizzare una sorta di poema sinfonico che schiaccia le voci, magistrale nel sottolineare le asprezze armoniche e le sonorità quasi espressionistiche utilizzate da Strauss in molti passi della partitura. L’ orchestra della Staatsoper ha suonato in maniera splendida, realizzando al meglio tutte le indicazioni del podio. Con un simile sostegno da parte della buca, la compagnia di canto ha offerto una prova davvero magnifica. Perfetti tutti gli interpreti delle parti di fianco, con una citazione particolare per Heinz Göhrig e Torsten Hoffmann, due tra i migliori caratteristi della compagnia, e per Shigeo Ishino nella scena dei due Nazzareni. Convincente il Narraboth del tenore rumeno Gergely Neméti, vocalmente qui molto più a suo agio che nelle sue ultime esibizioni mozartiane. Il personaggio di Jochanaaan era sdoppiato tra un attore, il bravissimo Yasin El Harrouk, tedesco di origini arabe, e la parte vocale cantata da Ian Paterson con una voce adeguata a rendere l’ eloquenza espressiva e il tono profetico richiesto dalla parte. Ma una non piccola parte di merito per il grande successo della serata va attribuita senza ombra di dubbio alla splendida prova fornita dai tre interpreti dei ruoli principali, tutti al debutto nei rispettivi personaggi.

Claudia Mahnke, un’ artista che il pubblico di Stuttgart ha sempre amato molto e che viene sempre festeggiata affettuosamente quandi ritorna ad esibirsi qui da noi, ha caratterizzato in maniera eccellente una Herodiades dura, aggressiva e proterva nel canto, scenicamente risolta con una recitazione davvero di alta classe. Magnifica anche la resa di Matthias Klink nel tratteggiare un Herodes nevrotico, psichicamente instabile e perverso tramite un fraseggio ricco di sottigliezze e mutevolezza di accenti, vocalmente risolto in modo impeccabile. Per quanto riguarda la protagonista, Simone Schneider firma in questo spettacolo una delle interpretazioni più complete tra le molte che io ho ascoltato da lei qui alla Staatsoper. Una Salome resa interpretativamente come una sorta di bambina perversa, preda di fantasie ossessive, che trapassa nevroticamente dalla lascivia erotica al fare zapping per guardare cartoni animati in televisione, cantata con un dominio della tessitura e una sicurezza davvero da artista di alta classe. Il monologo finale, magnificamente sostenuto nella parte orchestrale da Roland Klutting, è stato cantato dalla Schneider con una forza di fraseggio di quelle che poche volte si possono ascoltare in questa pagina. Una prova di notevole rilievo, con cui la cantante di Hagen si candida autorevolmente a un posto tra le migliori interpreti straussiane della nostra epoca. Trionfo finale, come avevo accennato in apertura, per un allestimento che andrebbe rivisto e meditato più volte per comprendere la ricchezza di idee e la forza drammatica messe in mostra dalla regia e dalla parte musicale.

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