Antonio Juvarra – Il “Si canta come si bisbiglia”

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Antonio Juvarra mi ha inviato il suo ultimo scritto, che come sempre pubblico augurandovi buona lettura e ringraziando il docente veronese per la preferenza accordata a questo sito.

 

IL ‘SI CANTA COME SI BISBIGLIA’ DEL ‘NEOBELCANTISTA’ FABIO POGGI

 

Tra le manifestazioni più significative di ‘grottesco cognitivo’, generate in ambito tecnico-vocale dalla modernità ‘autotrionfante’, possiamo annoverare non solo le concezioni foniatriche della tecnica vocale come prodotto tecnologico perfezionabile all’infinito (con i relativi parti mostruosi che ne sono derivati), ma anche il fenomeno del ‘neo-belcanto’, termine il cui prefisso ‘neo’ ha rapporto col canto esattamente come lo stesso prefisso ‘neo’ del termine ‘neoplasia’ ha rapporto con la normale fisiologia…

Anche i belcantisti ‘neoplastici’ hanno la smania di inventare e produrre ‘novità’. La scusa è sempre una, la stessa che tirò fuori Garcia per i giustificare certi suoi obbrobri e cioè, testualmente: “sarebbe interessante poter conoscere la tecnica dell’ arte del canto quale fu tenuta dai tempi più remoti ad oggi e particolarmente utile studiare nei suoi particolari il metodo d’ insegnamento seguito nei secoli XVII e XVIII dalle scuole dei Fedi, di Pistocchi, di Porpora, d’Egizio, di Bernacchi ecc., che produssero tanti e così lusinghieri risultati. Peccato davvero che quell’ epoca non ci abbia mandato sulle tradizioni altro che documenti vaghi e incompleti.”

Come dire: nei trattati del belcanto c’ è scritto che non bisogna attaccare il suono con un colpo di tosse? No? E allora io li ‘completo’ inventando il ‘colpo di glottide’…

Applicata alla scultura, la logica dei neo-belcantisti, corrisponderebbe a quella di un archeologo che di fronte alla Nike di Samotracia, notoriamente priva di braccia, la ‘completasse’ non con delle normali braccia, ma con delle protesi in fibra di carbonio e con due uncini al posto delle mani, e a chi contestasse tale operazione di ‘completamento’, rispondesse: “E perché mai una mano con un uncino non dovrebbe essere più funzionale e, soprattutto, più bella di una banalissima mano con cinque dita?”

Tra i neo-belcantisti all’ arrembaggio spicca ultimamente la figura di tale Fabio Poggi, classico melomane che ama gli effetti ‘evangelici’, nel senso che alle ‘pagliuzze vocali’ altrui, che sempre individua, intercetta e stigmatizza con estrema acribia, corrispondono le proprie gigantesche ‘travi illogiche’ che tranquillamente lascia passare tutto soddisfatto nel web.

Ultimamente nel suo blog sul canto il ‘neobelcantista’ Fabio Poggi ha pubblicato questa riflessione:

“Il m.° Antonietti scoprì e quindi divulgò una verità sorprendente: il suono “PIANO” è la base della voce. Nel tempo ho potuto sperimentare su me e sui miei allievi che è proprio così. L’ utilizzo di esercizi in piano, pianissimo, falsettino, sospirato sono quanti mai efficaci per individuare il punto di nascita delle vocali; è utile in quanto non stimolando la reazione del diaframma per la mancanza di peso, permette per l’ appunto di percepire lo scorrere del fiato-suono fino al punto in cui la vocale si forma realmente e pienamente.(….) La naturale percezione (interna) di vocali anteriori e posteriori deve sparire, in quanto falsa e ingestibile. Il “tubo beante”, di cui parlano anche maestri antichi, consiste appunto in una totale libertà dello spazio oro-faringeo, dove la pronuncia, perfetta, non crea tensioni, contorsioni, difficoltà, forzature, ma esce limpida e fluida grazie per l’ appunto a una scorrevolezza e costanza mirabili (libera risonanza ESTERNA) in un obiettivo di omogeneità a ogni livello, compreso quello del sillabato rapidissimo. Solo il flusso mentale, cioè la nascita ESTERIORE del suono, è da considerarsi meta artistica.”

Il primo effetto surreale che ci colpisce in questo passo del titolare di un blog sul canto (a parte l’ amenità della “nascita esteriore del suono”, cui Poggi crede in senso letterale!) è quello creato dall’ accostamento della prima affermazione (“il suono PIANO è la base della voce”) con la semplice REALTA’ (contraria), di cui tutti abbiamo esperienza, anche senza essere esperti di canto.

Questa realtà ci dice che il suono della voce umana, quale prende forma con l’ apprendimento del linguaggio, non nasce affatto dal piano. Infatti il bambino che impara a parlare, non fa le sue lallazioni utilizzando il “piano, pianissimo, falsettino e sospirato”, bensì utilizzando il MEZZOFORTE NATURALE della voce: ossia non grida né sussurra, ma PARLA…. Questo per il semplicissimo motivo che lo scopo funzionale del processo comunicativo del parlare è l’ udibilità della voce, ovviamente sulla base del principio di funzionalità naturale, noto come ‘massima resa e minimo sforzo’.

A dare la prova, senza accorgersi, della verità lapalissiana di questo semplice dato di fatto è incredibilmente proprio il citato blogger Fabio Poggi, il quale, nello spiegare a voce in un video la sua teoria secondo cui la voce nasce dal piano, si contraddice platealmente due volte: in primo luogo usando, nello spiegare la sua teoria, il normale tono di voce del parlato (e cioè non sognandosi neppure di ‘sussurrarla’ o ‘sospirarla’…) e, in secondo luogo, dimenticandosi di aver sempre sostenuto il principio belcantistico del ‘si canta come si parla’, che evidentemente non ha nulla a che fare con la surrealtà comica del ‘si canta come si bisbiglia’.

L’ allievo che incomincia a studiare canto, analogamente, parte dalla presa di coscienza e dal controllo di quella qualità del suono che si chiama brillantezza (che è generata naturalmente dal parlato ed è la base dell’ udibilità della voce cantata e parlata) e solo in un secondo momento, dopo aver acquisito un completo possesso di questa qualità appunto primordiale del suono, impara a introdurre la componente del piano. Questo in base alla stessa logica NORMALE, per cui diciamo che la penombra NON è la “base” della luce e che il lievito NON è la “base” del pane.

Ancora una volta questo era stato capito ed espresso perfettamente dai classici del belcanto, uno dei quali, il Tosi, scrisse: “Il maestro istruisca lo scolaro del forte e del piano CON PATTO PERÒ CHE SI ESERCITI PIÙ IL PRIMO CHE IL SECONDO”, individuando poi l’ attacco ideale nel “suono franco”, concetto che sta a quello di “suono bisbigliato” come una scintilla sta a un fiammifero bagnato.

Tutto chiarissimo quindi, se non fosse che, come sempre, la modernità, in questo caso nella persona di tale Antonietti, il guru di Poggi, mostrando tutta la sua supponenza e ottusità, ignora quanto era stato già “scoperto” e, com’ è il suo solito, si mette a ‘reinventare’ la ruota, facendola esagonale, se non quadrata. Infatti il risultato del ‘principio Antonietti’ è il seguente: alimentando la voce principalmente col piano invece che col mezzoforte naturale (cioè facendo ESATTAMENTE IL CONTRARIO di quanto avevano prescritto i belcantisti REALI!), il suono diventerà a lungo andare sfocato, vuoto e inconsistente, generando quelle che i belcantisti definivano “vocette infelici” (Mancini).

Ma la Babele logica e conoscitiva continua purtroppo nelle frasi successive. Saltando a piè pari l’ astrusa (e ancora una volta surreale) spiegazione del motivo per cui l’ emissione sul piano dovrebbe facilitare “l’ individuazione del punto di nascita delle vocali” (la spiegazione essendo che in tal modo “il diaframma non viene stimolato per la mancanza di peso” del suono…), subito ci imbattiamo in due cortocircuiti logici. Il primo è rappresentato dalla frase dove si afferma che “l’ utilizzo di esercizi in piano, pianissimo, falsettino, sospirato sono quanti mai efficaci per individuare il punto di nascita delle vocali”, dove non si capisce in virtù di quale principio acustico-fisiologico il fenomeno dell’ articolazione dovrebbe aver rapporto con il fenomeno della dinamica del suono, che è come dire che il motore di una macchina agisce sul volante o viceversa.

Il punto dove “la vocale si forma realmente e pienamente” viene individuato nel “tubo beante” (?), che consiste “in una totale libertà dello spazio oro-faringeo, dove la pronuncia, perfetta, non crea tensioni, contorsioni, difficoltà, forzature”, ed è qui che ci imbattiamo nel secondo cortocircuito logico e precisamente là dove l’ epigono di Antonietti tranquillamente afferma che “solo la nascita ESTERIORE del suono è da considerarsi meta artistica…” (?!)

In sostanza, con la prima parte della frase ci stavamo quasi avvicinando a uno dei principi fondamentali scoperti dal belcantista Mancini nel Settecento e cioè che il processo dinamico naturale della pronuncia nel canto (che è la stessa del parlato!) esige il rispetto dell’ “accordo tra moto naturale della gola e moto consueto della bocca” (Mancini), se non fosse che proprio a questo punto, quasi per un riflesso condizionato automatico, il neo-belcantista autore del post, affetto da moderna faringofobia, non può accettare lo ‘scandalo’ di un suono che nasce e si sviluppa NORMALMENTE anche in gola (zona anatomica tabù per la moderna didattica vocale), e quindi non solo partorisce l’ assurdo di un suono che fantasiosamente dovrebbe nascere esternamente (come i bambini che una volta si sentivano dire che non erano nati dalla pancia della madre, ma erano piovuti dal cielo, portati in volo dalla cicogna…), ma addirittura proibisce al cantante anche la percezione delle vocali anteriori e delle vocali posteriori. Il perché è evidente: se per nuovo dogma le vocali nascono magicamente all’ esterno, nello spazio aperto, e non nelle cavità umane interne, come si fa ad ammettere la liceità della semplice percezione delle vocali posteriori in una zona posteriore, e quindi ‘tabù’, come la gola?…

È noto che Sherlock Holmes, quando riusciva a ricondurre le complicazioni di certi apparenti misteri alla semplicità della logica naturale, siglava la sua spiegazione del caso con la frase fatidica: “Elementare, Watson!”. Sicuramente, se a occuparsi di quei casi fosse stato non il dr. Sherlock Holmes, ma qualche moderno dr. Frankenstein del neobelcanto, la frase sarebbe stata: “Troppo elementare, Watson…” e le indagini sarebbero ‘trionfalmente’ proseguite.

Conclusione: ancora una volta la teoria e le intellettualizzazioni strampalate di un moderno e ignoto guru del canto, tale Antonietti (autore di un libro temerariamente intitolato ‘Belcanto’…) hanno la meglio sulle REALTÀ, non tanto “scoperte” (essendo già sotto gli occhi di tutte le persone che parlano), quanto messe in evidenza (purtroppo inutilmente) dai grandi trattatisti del vero belcanto.

Si ripete così, in un diverso ambito della voce, lo stesso sbaglio commesso dai vari Riggs e Rohmert quando, prendendo giustamente atto dei disastri creati dall’ esaltazione della dimensione meccanico-muscolare della respirazione, ne deducono poi erroneamente (passando direttamente dalla padella nella brace) che la respirazione del canto è quella superficiale e inconscia del parlato.

Analogamente nel nostro caso succede che, partendo dalla giusta constatazione dei disastri creati dal controllo diretto e meccanicistico delle cavità di risonanza, i neobelcantisti che cosa fanno? Invece che tornare con i piedi per terra, si trasferiscono in volo direttamente nel paese di Utopia (là dove si parla e si canta “esternamente”, fuori della bocca, pensando di “sprecare” intenzionalmente il fiato) e stabiliscono (loro!) che il piano e il ‘falsettino’ (solo perché rimasti quasi indenni dai ‘normali’ ‘interventi tecnici’) sono fisiologicamente e acusticamente alla base della perfetta sintonizzazione del suono, pronti per essere trasformati anch’ essi in elementi di qualche moderna tecnica neobelcantistica “trascendentale”.

Elementare, Watson…

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