“Così fan tutte” alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

Mettere in scena le opere di Mozart è indubbiamente, al giorno d’ oggi, un problema tra i più complicati. Soprattutto quando si tratta di un’ opera come il Cosí fan tutte, il cui raffinato umorismo pervaso da un carattere di sottile e raffinato gioco intellettualistico può essere travisato facilmente. Il nuovo allestimento presentato dalla Staatsoper Stuttgart ha sostanzialmente fallito nell’ intento, a causa di una concezione d’ insieme completamente illogica e sbagliata. Il regista greco Yannis Houvardas, alla sua prima produzione operistica in Germania, ha voluto raffigurare il labirinto di sentimenti che dal suo punto di vista costituisce la base della trama con una struttura scenica formata da una serie di piccoli ambienti sovrapposti raffiguranti camere da letto e salottini, arredati in uno stile che a me ricordava a tratti gli interni degli appartamenti nei caseggiati popolari della ex DDR oppure la mobilia di risulta tipica di certe case abitate da disoccupati che vivono di sussidio Hartz4. In questa costruzione scenica i personaggi, abbigliati con brutti costumi in stile anni Sessanta, restano quasi perennemente sul palcoscenico e assistono a tutte le scene degli intrighi e dei travestimenti. I due nobili albanesi diventano un paio di tamarri da discoteca di terz’ ordine, Despina e Don Alfonso sono vestiti di nero come due impresari di pompe funebri e recitano con un tono acido e sboccato nelle movenze che travisa completamente il carattere dei due personaggi che dovrebbero muovere la vicenda con sottigliezza ed humour. Ma questo sarebbe il problema meno grave, in fondo, perché il difetto veramente serio di questa regia era quello di rendere la vicenda implausibile, macchinosa e a tratti incomprensibile vista la presenza pressochè fissa di tutti i personaggi sulla scena e una recitazione lambiccata, carica di mosse e vezzi inutili e del tutto priva di eleganza e fluidità gestuale. In aggiunta a tutto questo, alcune altre trovate di dubbio gusto come quella di trasformare il coro in una sorta di raffigurazione multipla dei personaggi: una cosa oltretutto già vista e stravista decine di volte e che oggi non usano più neppure i gruppi di teatro amatoriale. In sostanza, una messinscena illogica, pretenziosa e del tutto mancante di ritmo e capacità di racconto, che ha costituito una vera e propria azione di disturbo nei confronti della musica.

Come sempre accade in questi casi, è toccato alla parte musicale l’ onere di salvare l’ esito della serata. Per questa nuova produzione, la Staatsoper Stuttgart si è affidata ai più promettenti giovani dell’ ensemble, tutti al debutto nei rispettivi ruoli e affiancati da due professionisti tra i più affidabili della compagnia, il soprano Yuko Kakuta e il baritono Shigeo Ishino. Purtroppo sono stati proprio loro due a soffrire in maniera più pesante gli errori di una regia che, come giá detto in precedenza, li ha trasformati in due vecchi perennemente accigliati, brontoloni e dalle movenze a tratti sboccate e volgari. Ad ogni modo Yuko Kakuta, che qui a Stuttgart ha sempre offerto prove di buon livello nel repertorio mozartiano, è riuscita ad essere una Despina a tratti abbastanza arguta e piccante, mentre Shigeo Ishino ha prestato a Don Alfonso i pregi di uno strumento baritonale robusto, con una grana un po’ ruvida che si adattava bene al personaggio, e di una dizione sufficientemente rifinita. Le due giovani interpreti dei ruoli femminili hanno fatto ascoltare le cose migliori della serata. Il soprano brandeburghese Mandy Fredrich, che qui a Stuttgart era stata tre anni fa una buona Iphigénie e che dall’ anno prossimo sarà membro fisso dell’ ensemble, ha messo in mostra un timbro di buona luminosità, abbastanza omogeneo a parte qualche nota grave sfuocata, e ha reso abbastanza bene i passi di coloratura del ruolo di Fiordiligi. Diana Haller, dopo la sua splendida Cenerentola, ha offerto un’ altra prova di classe, sfoggiando mezzevoci timbrate unite a un bel legato e riuscendo perfettamente a rendere quel tono di voluttosa civetteria che è la sigla caratteristica di Dorabella. Il giovane baritono inglese Ronan Collett è stato un Guglielmo sufficientemente vigoroso e gradasso. Di livello inferiore la prova del tenore ungherese Gergely Neméti, dalla voce abbastanza bella ma soffocata negli acuti e spesso impreciso nell’ intonazione.

Per quanto riguarda la parte orchestrale, confesso che mi aspettavo di più da Sylvain Cambreling, alla sua sesta produzione di quest’ opera e che per la prima volta dirigeva un titolo mozartiano qui alla Staatsoper. Il maestro di Amiens ha cercato lodevolmente di rendere un Mozart elegante, dalle tinte al pastello e raffinato nei fraseggi, ben coadiuvato dalla prova di un’ orchestra limitata a 37 elementi in organico. A parte qualche frisson degli archi di chiara derivazione baroccara, il suono orchestrale era ben graduato nelle dinamiche e sempre gradevole. Al contrario, la condotta dei tempi è apparsa a volte incoerente e in genere slentata, con un passo narrativo che spesso si perdeva e non sosteneva bene il ritmo della vicenda. Purtroppo, Mozart è uno di quegli autori che soffrono terribilmente le carenze di passo teatrale e in questo modo la carica espressiva della narrazione ha trovato solo a tratti il tono giusto. Successo vivo per tutti in un teatro gremito, con un applauso di cortesia riservato anche al team registico che a mio avviso avrebbe meritato ben altra accoglienza alle uscite finali.

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