Der Rosenkavalier alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

La produzione del Rosenkavalier allestita da Stefan Herheim alla Staatsoper Stuttgart nel 2009 e ripresa in questi giorni riscosse a suo tempo grandi apprezzamenti da parte del pubblico e della critica, tanto da essere premiata come Inszenierung des Jahres dalla rivista Opernwelt. Nella concezione scenica del regista norvegese la vicenda è trattata accentuando al massimo il carattere di Wienerische Maskarad’ del libretto di Hofmannstahl, visto come proiezione delle fantasie erotiche di una donna matura. Il sipario si alza mostrando, con un sottofondo di musica elettronica, la Marschallin intenta a specchiarsi davanti a una consolle da toilette e che improvvisamente distrugge lo specchio con un pugno. Da qui attacca l’ introduzione orchestrale, rappresentata come una specie di incubo sessuale animato da satiri con enormi falli di plastica in bella vista, i quali vengono messi in fuga dall’ arrivo di Oktavian. Da qui in poi la regia, basata sulle belle scene di Rebecca Kingst rappresentanti un Panoptikum dalla base rotante sul cui sfondo si alternano affreschi barocchi di tono dionisiaco ispirati a quelli di Hans Makart e varie altre strutture, si svolge come una specie di commedia grottesca in cui la Gewöhnliche Bagagi che anima il boudoir della principessa Resi e i personaggi che popolano il palazzo di Faninal e l’ osteria del terzo atto sono rappresentati quasi come animali antropomorfi dai costumi, molto ben fatti, firmati da Rebecca Kingst. Naturalmente, anche la sessualità gioviale e debordante di Ochs è evidenziata al massimo sia nelle movenze del personaggio che nella raffigurazione del suo seguito composto da satiri raffigurati come il dio Pan. Il tutto è indubbiamente ben congegnato e coerente e la recitazione è molto ben curata in tutti i particolari. L’ unico difetto di questa messinscena è probabilmente la sovrabbondanza. Come sempre accade negli spettacoli di Herheim, la scena è sovraccarica di gags che spesso fanno perdere di vista il filo dell’ azione e che, in questo caso, conferiscono alla vicenda un tono spesso pecoreccio e privo di gusto. In ogni caso, si tratta di uno spettacolone colorato, allegro, che scorre bene e si lascia guardare senza troppi problemi. Per il mio gusto, però, una simile lettura è riduttiva rispetto alle potenzialità drammatiche di un’ opera che contiene ben altri sentimenti e aspetti psicologici. La vicenda immaginata da Hugo von Hofmannstahl e musicata da Richard Strauss con tanta raffinatezza è animata da complesso intreccio di sentimenti che vanno dalla malinconia nostalgica del passato che si allontana allo smarrimento di una classe nobiliare di fronte all’ affermarsi dei nuovi ricchi. Voler ridurre tutto questo alle pulsioni erotiche di una signora alle soglie della mezza età mi sembra decisamente insufficiente rispetto alle potenzialità drammaturgiche della musica.

La parte musicale di questa ripresa, completamente rinnovata, prometteva a mio avviso più di quanto abbia effettivamente mantenuto. Marc Soustrot, direttore che qui a Stuttgart ha firmato notevoli interpretazioni wagneriane, questa volta mi è apparso poco ispirato. Il direttore francese ha trovato solo a sprazzi il giusto ritmo narrativo e la parte strumentale è suonata spesso fredda e carente di passionalità, nonostante l’ ottima prova dell’ orchestra e del coro. Mancava, in poche parole, una concezione interpretativa coerente, in una direzione preoccupata al massimo di assicurare tenuta di insieme e realizzazione puntuale dei dettagli strumentali. Per quanto riguarda i cantanti, la Marschallin di Simone Schneider, che è una delle voci di punta dell’ ensemble di Stuttgart, è sembrata nel complesso poco risolta. La cantante di Hagen, che debuttava nel ruolo, ha recitato con molta classe e cantato complessivamente bene ma il fraseggio è apparso abbastanza carente nei particolari. Ne è uscito un personaggio tutto sommato poco definito nei dettagli. Anche la Sophie di Ana Durlovski, che qui a Stuttgart ha offerto prove molto notevoli nel repertorio belcantistico, è apparsa sfasata e poco partecipe anche se cantata complessivamente in modo egregio. Migliore nel complesso l’ Oktavian di Sophie Marilley, che ha fraseggiato con belle sfumature anche se la voce manca di fascino timbrico e ha recitato con disinvoltura e spirito nelle scene in cui il personaggio appare travestito nei panni della Zofe Mariandel. Misurato e vocalmente abbastanza incisivo il Barone Ochs di Friedemann Röhlig, purtroppo molto fioco nel registro grave. Molto a disagio Gergely Németi nella tessitura acuta dell’ aria del Cantante Italiano. Decisamente buona la prova di Micheal Ebbecke come Faninal, cosí come quella di Torsten Hofmann e Stine Marie Fischer, che hanno impersonato in maniera vivace e spiritosissima i due intriganti Valzacchi e Annina, e quella di Rebecca von Lipinski come Marianne. Bravi anche tutti gli altri interpreti delle parti minori. Pubblico assai numeroso, successo vivissimo.

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2 pensieri su “Der Rosenkavalier alla Staatsoper Stuttgart

  1. Produzione che non ho visto. Tuttavia, vorrei fare un’osservazione sugli allestimenti del Rosenkavalier, partendo dalla diffusa abitudine, negli ultimi 40 anni, di ambientare le opere all’epoca del compositore. Per il Rosenkavalier questo non avviene mai, venendo normalmente accettata l’ambientazione settecentesca. Invece, se c’è un’opera consonante con lo Jugendstil, questa è il Cavaliere della Rosa.

    • È sicuramente vero quanto lei dice, tanto più se si pensa che il valzer, su cui tante pagine della partitura sono costruite, all’ epoca di Maria Teresa non esisteva

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