La Scala festeggia gli ottant’ anni di Mirella Freni. Cronaca a cura di Elena Sarati

Mirella-Freni

Avevo pensato di scrivere personalmente un post celebrativo per l’ ottantesimo compleanno della grandissima Mirella Freni. Alla fine ho preferito lasciare spazio a questa intensa testimonianza di Elena Sarati, imprenditrice milanese, appassionata melomane e frequentatrice della Scala fin da quando era una bambina. Elena ha assistito per noi alla serata con cui, in questa occasione, il Teatro alla Scala ha onorato una delle cantanti che più hanno contribuito negli ultimi decenni al suo prestigio. Dando il benvenuto a Elena Sarati, che mi ha promesso di condividere con noi altri suoi ricordi scaligeri, vi invito a leggere questa cronaca appassionata e coinvolgente.

 

LA SEMPLICE PERFEZIONE DI MIRELLA FRENI

“No, di voci così non ce ne sono proprio più…”

Questo l’ inevitabile pensiero che si faceva strada durante l’ ascolto dell’ aria di Elisabetta di Valois in apertura della serata in onore di Mirella Freni, alla Scala, il 25 febbraio (e poi replicata il 27 febbraio, giorno effettivo di nascita, a Modena), in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Poche circostanze come questa – l’ ultima volta è stata in occasione dello struggente ricordo di Claudio Abbado, in cui Piazza della Scala si riempì della commozione silenziosa e ordinata di chi non aveva dimenticato questo grande musicista e uomo di cultura – riconducono la Scala alla sua dimensione storica, locale, alla memoria di serate indimenticabili e di chi ne fu protagonista. Senz’ altro, Mirella Freni fa parte di quella storia e il teatro gremito – non per un concerto, ma semplicemente per un incontro, e un lungo applauso -, l’ altra sera, ne è stato la più chiara testimonianza.

Appare quasi superfluo ricordare i passaggi di una presenza illustre, culminati in quel capolavoro d’ insieme che fu Simon Boccanegra allestito da Giorgio Strehler – “mi trovavo proprio bene con loro due”, in riferimento a Ghiaurov, suo compagno, scomparso qualche anno fa, e al pure indimenticato Piero Cappuccilli, “e con Claudio” -, passando, e l’ elenco è parziale, per Bohème, Don Carlo, appunto, lo straordinario Otello diretto da Carlos Kleiber, Ernani, ancora con Ghiaurov e Domingo e per la regia di Luca Ronconi, per arrivare a Fedora, ultima apparizione in Scala insieme a Placido Domingo, allora nelle fortunate (e rimpiante) vesti di tenore. Un rapporto intenso, come hanno indicato la standing ovation tributata al grande soprano dal suo pubblico e un applauso che non riusciva a terminare. Era commossa, Mirella Freni, e lo ha apertamente ammesso: per lei, è stato come “tornare a casa” e poter dire “vi voglio bene”.

“Anche noi”, è stata la prevedibile risposta di presenti in sala, sempre incantati davanti alla bellezza della voce, del timbro, limpido, e dell’ interpretazione nei filmati proposti, caratteristiche unite a una semplicità di modi e a una franchezza tanto ammirevoli quanto contrastanti rispetto a immagini di donne di teatro così spesso associate a tratti di divismo. Mirella Freni del divismo non ha mai avuto bisogno: per lei hanno sempre parlato il suo canto e le sue illustri collaborazioni, prima fra tutte quella con Karajan, il cui incontro ha ricordato raccontando l’ audizione per Bohème: il Maestro le aveva chiesto il finale, perché “voleva non solo una cantante, ma un’artista” e, nella sua schietta umiltà unita a determinazione, già allora la Freni sapeva di esserlo. Gli altri sono stati Abbado, Böhm, Delman (che pure ricorderà con affetto), Gavazzeni, Giulini, Karajan, Kleiber, Maazel, Muti, Ozawa, Prêtre, Scherchen, Sinopoli, Solti …

Una carriera limpidissima, fatta di successi e di rigorosa preparazione, di ruoli mai improvvisati, sempre meditati, da quelli verdiani – Desdemona e Amelia Grimaldi su tutte -, alla sua inavvicinabile Mimì, alla splendida Susanna nelle Nozze di Figaro dirette da Böhm, fino ai personaggi del repertorio russo, come Tatiana, nell’ Evgenij Onegin, che le valse ampi apprezzamenti, anche per la perfetta dizione. Unico neo, la Traviata, nel 1964, in cui vi fu una contestazione, in larga parte preconcetta. L’ altra sera, ascoltando quell’interpretazione, in cui è percepibile la tensione sostenuta dalle polemiche che avevano accompagnato la prima scaligera, uno spettatore ha commentato: “Avercene oggi…”

Non è casuale. Mirella Freni, racconta, aveva capito cosa voleva fare nella vita fin da bambina: la cantante d’ opera! Senza enfasi, ma con determinazione. La stessa che avrebbe dimostrato poi, all’ apice della sua carriera, nel rifiutare ruoli importanti che non sentiva suoi. Perché – ha sottolineato – “lo studio, se si ha la voce, è tutto”, ma “un’ artista deve sapere fino a che punto può arrivare”. Parole luminose, particolarmente in un momento in cui l’ eccesso di presenza e le regole dello star system rischiano di bruciare carriere e voci. Del resto lo hanno dimostrato l’ altra sera la Freni e il suo pubblico: non è il troppo che rimane nella memoria, ma quanto indelebile è l’ emozione che si lascia.

E sempre a proposito di questa sicurezza, di questo equilibrio alleggerito da simpatia immediata, diretta, a tratti ruspante, alla domanda: “Perché non un concerto di addio, prima di lasciare le scene?”, la risposta della Signora Freni è stata: “Perché a un certo punto – avrei potuto continuare ancora per un po’, quattro, cinque anni – sono andata a casa … e sto benissimo a casa mia! E poi perché addio? Sono ancora qui, e intendo rimanerci!”. A Modena, si è dedicata all’ insegnamento, ha aperto una scuola.

Non volevamo più lasciarla andar via. Perché Mirella Freni è stata una delle ultime testimoni di un tempo forse scomparso in cui lo spazio del teatro e della rappresentazione era quello in cui si segnava davvero la storia dell’ interpretazione. Uno spazio vivace, anche turbolento, certamente difficile, ma certamente “lo” spazio privilegiato in cui le cose accadevano. Talmente tanto, che nessuno, allora presente, ha bisogno di rivedere spezzoni su YouTube o leggere le cronache per esser certo di aver assistito a qualcosa di memorabile.

Milano, 25 Febbraio 2015

Elena Sarati

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