Internationale Bachakademie Stuttgart – Beethoven

Die Deutsche Kammerphilharmonie Bremen. Foto ©Eberhard Hirsch
Die Deutsche Kammerphilharmonie Bremen. Foto ©Eberhard Hirsch

Il quinto appuntamento con gli Akademiekonzerte della Internationale Bachakademie Stuttgart era dedicato a un interessante programma di brani beethoveniani raramente eseguiti. Per questa produzione, proseguendo nel progetto di collaborazione con orchestre importanti, la direzione artistica ha invitato la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, una delle più stimate formazioni strumentali del panorama musicale tedesco. Il complesso si è imposto negli ultimi anni all’ attenzione del pubblico internazionale per le sue incisioni di cicli sinfonici realizzate sotto la guida di Paavo Jarvi che sono state insignite dei massimi premi discografici dalla stampa specializzata, e anche per l’ impegno nel campo della divulgazione musicale, premiato con diversi riconoscimenti dalle autorità governative. La Kammerphilharmonie Bremen è stata segnalata da diversi critici autorevoli come modello significativo di esecuzione beethoveniana e si tratta sicuramente di un giudizio ampiamente meritato. La compattezza e coesione strumentale, la bellezza del suono e la consapevolezza stilistica fanno di questa orchestra un vero e proprio esempio di criteri esecutivi e di qualità strumentale. Dopo il grande successo ottenuto a Bremen, Hans-Cristoph Rademann ha portato questo programma alla Liederhalle per una serata che è stata davvero di grande interesse.

La prima parte era dedicata a uno dei migliori lavori giovanili di Beethoven, la Trauerkantate WoO 87 composta nel 1790 a Bonn su un testo di Seberin Anton Averdonk per un servizio funebre in memoria del defunto imperatore asburgico Giuseppe II. La parte musicale della cerimonia non ebbe luogo per decisione delle autorità e la partitura non venne mai eseguita durante la vita del compositore. Fu il celebre critico viennese Eduard Hanslick, quasi cent’ anni dopo, a riscoprire il lavoro e a proporne la prima esecuzione pubblica, tenutasi il 26 novembre 1884 durante la stagione concertistica della Gesellschaft Musikfreunde, sotto la direzione di Hans Richter. Si tratta di una partitura in cui il giovane Beethoven dimostra una notevole padronanza delle strutture compositive e un livello di ispirazione decisamente molto interessante. L’ introduzione strumentale richiama in modo irresistibile quella del secondo atto del Fidelio e anche la prima aria del soprano  anticipa in modo sorprendente la melodia di “Oh Gott! Welch ein Augenblick!”, il passaggio in cui Leonore libera Florestan dalle catene prima del coro di giubilo che chiude l’ opera. Ma tutto il lavoro è senza dubbio notevole nel suo insieme per la coerenza delle concezione compositiva e il livello della scrittura, che fu ampiamente lodata anche da Haydn quando accettò il giovane musicista renano come allievo.

Nella seconda parte il programma proponeva la Messa in do maggiore op. 86, primo lavoro di carattere liturgico scritto da Beethoven che la compose su richiesta del principe Nikolaus II von Esterhazy, nipote di quel Nikolaus I al cui servizio aveva lavorato Haydn, per l’ onomastico della moglie Maria-Josepha Ermenegilde. Dovendosi confrontare con una tradizione musicale tanto illustre come quella della Corte di Eisenstadt, il compositore di Bonn scrisse una partitura caratterizzata da uno stile estremamente asciutto e sobrio, totalmente diverso dalle Messe di struttura concertistica ed estremamente attento ai valori semantici del testo, essendo sicuramente ben consapevole del fatto che il suo lavoro sarebbe stato inevitabilmente confrontato con le sei Messe composte in prededenza da Haydn per questa festività. Probabilmente a causa di questi motivi, la composizione fu poco apprezzata dal committente e poi dal pubblico viennese al quale Beethoven la propose poco tempo dopo. Si tratta in ogni caso di un lavoro notevole per livello di ispirazione e di fattura, nonchè per il  trattamento delle voci, la cui matrice non è reperibile nello stile lirico e teatrale, ma piuttosto in quello liederistico. La scrittura polifonica utilizzata da Beethoven in questa occasione è infatti un affascinante ibrido tra lo stile del Lied e quello della  polifonia classica. Il risultato è un clima di insieme pervaso di un intimismo  diffuso, di una immediatezza espressiva perfettamente funzionale, arricchito e sottolineato da una serie di invenzioni armoniche di notevole efficacia.

L’ esecuzione è stata di livello qualitativamente molto elevato. Hans-Cristoph Rademann ha saputo sfruttare al meglio le splendide qualità strumentali della Deutsche Kammerphilharmonie Bremen per una lettura intensa nel respiro, fervida, ricca di colori e finezze di fraseggio, nella quale la Gächinger Kantorei si è perfettamente integrata ed ha offerto un magnifico saggio di morbidezza sonora e chiarezza nei minimi dettagli di articolazione del testo. Di livello molto buono anche il quartetto dei solisti, che erano il soprano Sarah Wegener, il mezzosoprano Gerhild Romberger, il tenore Jussy Millis e il basso Jochen Kupfer. Successo vivo, con applausi intensi per tutti gli esecutori.

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