Jenufa alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

La produzione operistica di Leós Janacek ha ottenuto in questi ultimi decenni il posto che le compete nei cartelloni dei grandi teatri. A buon diritto, devo dire, perché al giorno d’ oggi, se si vuole fare un discorso serio sul teatro lirico del Novecento, non si può assolutamente ignorare la produzione operistica  dello straordinario compositore moravo, assurto alla fama solo all’ età di 62 anni, dopo la rappresentazione di Jenufa al Teatro Nazionale di Praga. Sulla spinta di questo successo Janacek, dopo la Prima Guerra Mondiale, scrisse nel giro di pochi anni quattro partiture da annoverare assolutamente tra i grandi capolavori della storia del melodramma: Katja Kabanova, La piccola volpe astuta, L’ affare Makropoulos e Da una casa di morti. Opere di squisita fattura musicale e teatrale, dalla scrittura raffinata e modernissima come già il compositore moravo aveva dimostrato nel 1904 con Jenufa, una partitura che già delinea in pieno il senso del teatro e la potenza della caratterizzazione drammatica che Janacek era in grado di esprimere e che va annoverata a buon diritto tra i massimi capolavori del teatro musicale novecentesco. In Germania, la grandezza di Janacek fu riconosciuta forse in anticipo rispetto ad altri paesi e le sue opere vennero regolarmente eseguite nei teatri tedeschi a partire dagli anni Venti, quando Otto Klemperer diresse la prima esecuzione fuori dai confini cecoslovacchi di Katja Kabanova a Köln nel dicembre 1922, a un anno dalla prima assoluta e pochi giorni dopo il trionfale successo della prima rappresentazione a Praga. Anche la Staatsoper Stuttgart ha sempre dato spazio alle opere del compositore moravo nelle sue stagioni e quest’ anno ripropone il bell’ allestimento di Jenufa realizzato da Calixto Bieito nel 2007. Si tratta di una produzione che al suo apparire fu molto apprezzata dalla critica tedesca e che anche in questa occasione ha ricevuto un franco e meritato successo di pubblico. Calixto Bieito, che quando affronta altri titoli si concede eccessi drammaturgici spesso di cattivo gusto, in questa occasione racconta la storia in modo asciutto e con assoluta coerenza di linguaggio teatrale. L’ impatto emotivo della vicenda di Jenufa è reso dal regista catalano in maniera potentissima e coivolgente e la fortissima carica drammatica della vicenda ne esce evidenziata al massimo.
La tensione narrativa della parte scenica è stata servita al meglio in questa ripresa dalla magnifica direzione di Sylvain Cambreling. Il Generalmusikdirektor della Staatsoper Stuttgart ha utilizzato la versione originale della partitura, quella della prima rappresentazione assoluta a Brunn che l’ autore accorciò e modificò nell’ orchestrazione nel 1916 per l’ esecuzione a Praga. Perfettamente assecondato dai complessi della Staatsoper, il direttore francese ha realizzato a meraviglia quella drammaturgia timbrica che costituisce il carattere dominante della partitura a partire dall’ ostinato dello xilofono esposto nelle battute iniziali, creando un clima di allucinata tensione espressiva assolutamente avvincente dal punto di vista narrativo, da interprete di classe assoluta. La scena finale del primo atto, quando Jenufa viene sfregiata da Laca, l’ innamorato da lei respinto, e tutta l’ atmosfera da incubo del secondo atto con il drammatico duetto tra Kostelnička e Števa che trapassa direttamente nella scena dell’ infanticidio erano forse i momenti più belli di un’ interpretazione di altissima qualità musicale, che va sicuramente annoverata tra le migliori prove offerte da Cambreling qui a Stuttgart.
Splendida anche la prestazione complessiva della compagnia di canto, dominata in modo assoluto da Angela Denoke, che in questa occasione debuttava il ruolo di Kostelnička dopo aver sostenuto in passato quello della protagonista e che per carisma scenico e potenza di fraseggio ha siglato un’ interpretazione di altissimo livello. Molto brava anche Rebecca von Lipinski nel ruolo della protagonista, cantato con accenti partecipi e commossi e una bella resa vocale, in particolare nella preghiera del secondo atto. Dei due tenori, Pavel Cernoch è stato un Laca convincente per voce ed efficacia di accenti e Gergely Neméti ha reso molto bene la stupida protervia del personaggio di Števa, la cui superficialità ottusa costituisce l’ elemento che da avvio agli avvenimenti tragici della vicenda. Ottime anche tutte le parti di fianco, con una menzione particolare per il pastorello Jano cantato con spigliatezza da Yuko Kakuta e per la vecchia Buryjovka ieratica e solenne di Renate Behle. Nel complesso, è stato un vero piacere rivedere questo spettacolo che appartiene alle cose migliori prodotte dalla Staatsoper Stuttgart in questi ultimi anni.

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