Madama Butterfly alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A.T.Schaefer
Foto ©A.T.Schaefer

Per le festività natalizie, la Staatsoper Stuttgart propone sempre recite del repertorio più popolare. Quest’ anno è stata ripresa la bella messinscena della Madama Butterfly che fu una delle ultime produzioni della gestione di Klaus Zehelein e ha sempre ottenuto vivi apprezzamenti da parte della critica e del pubblico, tanto da essere stata replicata più di cinquanta volte fino ad oggi. Un allestimento pulito ed essenziale, che inquadra perfettamente il nucleo drammaturgico della vicenda eliminando tutte le solite giapponeserie ornamentali. La regista olandese Monique Wagemakers sottolinea al massimo la tragedia di una donna sola che ha deciso di tagliare tutti i legami con la sua cultura di origine e la progressiva amara disillusione di Cio Cio San di fronte all’ evolvere degli avvenimenti che progressivamente disrtuggono il suo sogno di emancipazione. L’ impianto scenico di Karl Kneidl è di taglio quasi minimalista, con un palcoscenico praticamente vuoto e pochi elementi di arredo che si stagliano su una parete diagonale di sfondo costituita da uno specchio che riflette i movimenti degli attori. Solamente alcune coriste in kimono nel primo atto richiamano l’ ambientazione giapponese, mente la protagonista veste abiti occidentali fin dalla sua entrata in scena e per tutta la durata dell’ opera resta ossessivamente aggrappata al vestito nuziale, simbolo di quella cerimonia che doveva rappresentare la sua integrazione in una nuova società. Una lettura drammaturgicamente assai riuscita, di una tragicità coerente e sobria espressa tramite una recitazione basata su gesti contenuti e soprattutto su un riuscitissimo gico di sguardi e controscene. La direzione orchestrale di Giuliano Carella si integrava perfettamente con questo tipo di lettura del testo. Il direttore milanese, che sta diventando una presenza regolare e molto apprezzata qui a Stuttgart, ha impostato una lettura musicale serrata e di intensa drammaticità, con colori orchestrali sobri e tempi generalmente abbastanza stretti. Nell’ interpretazione di Carella il sentimentalismo di maniera è ridotto al minimo e tutta la vicenda ha un passo teatrale teso e implacabile nella sua tragicità, ottenuto anche grazie alla sottolineatura di certe asprezze e tensioni armoniche presenti nella scrittura di Puccini. Una direzione attenta, efficace e impeccabile per scrupolo di lettura ed equilibrio drammatico. Lodevole anche la scelta, adottata fin dalle prime recite di questo spettacolo, di recuperare le battute orchestrali di transizione tra il Coro a bocca chiusa e l’ intermezzo strumentale, presenti nella versione originale del 1904 e poi sostituite da Puccini con una cadenza perfetta dopo il coro a partire dalla seconda versione della partitura, divisa in tre atti. Un particolare che aggiunge coerenza alla decisione di eseguire l’ opera in due soli atti, come originariamente previsto dall’ autore. L’ orchestra ha seguito in maniera eccellente le intenzioni della bacchetta, realizzando un perfetto sostegno al canto dal punto di vista della flessibilità di respiro melodico.

Per questa ripresa, la parte della protagonista doveva toccare a Catherine Naglestad, che ha dovuto rinunciare a poche ore dalla prima recita per motivi di salute. A sostituirla è arrivata Karine Babajanyan, che aveva già cantato il ruolo nelle prime recite dell’ allestimento. La cantante armena, che per otto anni ha fatto parte dell’ ensemble della Staatsoper e ha sempre riscosso grandi successi di pubblico qui a Stuttgart, ha delineato una Cio Cio San interpretativamente notevole, con un fraseggio ben sottolineato nelle sfumature e una ragguardevole sicurezza vocale. Una protagonista drammaticamente completa e ispirata nella caratterizzazione drammatica, particolarmente nel terzo atto dove Karine Babajanyan ha trovato accenti espressivi e intensi oltre che molto personali. Sicuramente, un’ interpretazione di ottimo livello che conferma la classe professionale di una cantante sempre scrupolosa e ben preparata in tutti i ruoli che affronta. Buona anche la prova di Helene Schneidermann come Suzuki, personaggio che in questa lettura scenica è sottolineato al massimo nel suo ruolo di specchio dei sentimenti che animano la protagonista. Il tenore messicano Rafael Rojas è stato un Pinkerton di buona efficacia vocale e scenica, evidenziando una voce robusta e di bel colore anche se un po’ bassa di posizione. Notevole dal punto di vista interpretativo lo Sharpless del baritono Michael Ebbecke, in grado di sopperire all’ usura vocale con una caratterizazione scenica molto riuscita e buone sfumature di fraseggio nel secondo atto. Vivace e ben cantato il Goro di Torsten Hoffmann, che ha reso assai bene la cattiveria e l’ ipocrisia velata del personaggio. Buone anche le altre parti di fianco. Teatro gremito, con una cospicua presenza di pubblico giovane, e successo assai intenso, con un vero e proprio trionfo personale per Karine Babajanyan, arrivata a salvare lo spettacolo e festeggiatissima da una Staatsoper che non ha dimenticato le sue belle interpretazioni qui a Stuttgart.

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