“Chovanščina” alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A.T. Schaefer
Foto ©A.T. Schaefer

Per un teatro come la Staatsoper Stuttgart, che tra i suoi punti di forza può vantare un coro premiato per nove volte negli ultimi 13 anni con il riconoscimento “Opernchor des Jahres” dalla rivista Opernwelt, era quanto meno singolare il fatto che un’ opera come la Chovanščina  di Musorgskij, opera dove il coro riveste un ruolo di primaria importanza, non fosse mai stata eseguita fino ad oggi. Il secondo nuovo allestimento della stagione ha provveduto a colmare questa lacuna e il Coro della Staatsoper ha risposto meravigliosamente alla sfida, con quella che può essere considerata la prestazione più completa degli ultimi anni. Nei vasti affreschi di massa che costituiscono uno degli aspetti più affascinanti di un capolavoro che per arditezza di concezione e potenza tragica è da annoverare tra i massimi esiti del teatro musicale di tutti i tempi, il complesso guidato da Johannes Knecht si è imposto come vero e proprio protagonista assoluto di questa produzione. La coesione perfetta, la cura minuziosa del fraseggio, la splendida precisione degli attacchi e l’ omogeneità assoluta delle sonorità sfoggiate dal Coro della Staatsoper in questa esecuzione hanno confermato una volta di più il livello qualitativo di una formazione che attualmente è da considerarsi uno dei migliori complessi vocali del momento, non solo per quanto riguarda i teatri tedeschi ma anche a livello europeo. La resa avvincente di tutte le scene corali della Chovanščina ha avuto il suo culmine nel quinto atto, con la scena del suicidio di massa degli adepti della setta dei Vecchi Credenti che in questa esecuzione ha raggiunti livelli di intenso respiro tragico come poche altre volte si è potuto ascoltare nelle esecuzioni di questo capolavoro. La magnifica prova del coro ha avuto un sostegno adeguato nell’ eccellente resa dell’ orchestra, alla cui guida il giovane direttore americano Simon Hewett, da due anni Erste Kapellmeister del teatro, ha fornito un’ interpretazione molto ben riuscita per ampiezza di concezione, capacità di fare racconto, sostegno al canto e ottima cura dei dettagli, con una scrupolosa evidenziazione delle atmosfere drammatiche. La complessa paletta timbrica dell’ orchestrazione (l’ edizione era quella con la strumentazione realizzata da Šostakovič e il finale composto nel 1913 da Stravinskij ed eseguito per la prima volta nel 1989 alla Wiener Staatsoper da Claudio Abbado) è stata evidenziata con grande accuratezza da Hewett, che in questa occasione ha realizzato senz’ altro la sua prova migliore tra gli spettacoli da lui finora diretti qui alla Staatsoper.

Per quanto riguarda i singoli personaggi, la compagnia di canto è stata complessivamente all’ altezza di una partitura che impegna al massimo gli interpreti sia sotto il profilo vocale che in quello della caratterizzazione drammatica. La prova più completa è stata quella di Askar Abdrazakov, che ha delineato un Ivan Chovànskij di grandiosa tragicità mettendo in mostra una voce di basso sonora e ampia e un fraseggio intenso e carismatico. Di ottimo livello anche il Principe Golitzyn di Matthias Klink, che ha cantato con un fraseggio espressivo e assai ben variegato nell’ accentazione. Il basso russo Mikhail Kazakov ha messo in mostra una vocalità forse non abbastanza ampia per le esigenze di una parte grandiosa come quella di Dosifei, ma sonora e facile nel registro centrale e il fraseggio è risultato convincente per ispirazione e varietà di accenti. Buono anche l’ Andrej Chovàntskji del tenore estone Mati Turi, dotato di un mezzo vocale robusto e abbastanza omogeneo. Molto interessante il giovane baritono texano Ashley David Prewett nel ruolo di Švaklovitij, dotato di una voce fresca e ben timbrata, che ha trovato i suoi accenti migliori nella resa intensa e commossa dell’ aria del quarto atto. Adeguata per carisma la Marfa del mezzosoprano olandese Christianne Stotijn, lievemente in difficoltà nella profezia del secondo atto a causa di una voce che tende ad appannarsi nella prima ottava ma assai efficace nel finale per l’ intensità del fraseggio. Tra le parti di fianco, molto buona la Susanna acida e aggressiva di Catriona Smith e gli accenti teatralmente efficacissimi e pungenti di Daniel Kluge nei panni dello Scrivano e dell’ altro tenore Thomas Elwin, mobilissimo e vivace nella canzone di Kuska. Sufficiente anche Rebecca Von Lipinski come Emma.

L’allestimento di Andrea Moses, originariamente una coproduzione dei teatri di Dessau e Weimar e qui riveduto per l’ occasione, ha siglato in maniera eccellente uno spettacolo di livello complessivo molto elevato. A mio avviso, posso dire che si tratta probabilmente del lavoro migliore tra quelli realizzati qui a Stuttgart dalla regista sassone, che in questo caso ha dimostrato una perfetta comprensione degli aspetti drammaturgici di un lavoro che evidentemente si adatta molto alla sua sensibilità, soprattutto pensando al fatto che Andrea Moses ha studiato e vissuto in Russia. L’ ambientazione moderna della messinscena risponde bene alle caratteristiche del dramma, in quanto la vicenda della rivolta degli Strel’ci avvenuta nel 1672 presenta più di una analogia con le tormentate vicende storico-politiche russe degli ultimi decenni. Su uno sfondo scenico di tono quasi minimalista, ambientato in una Piazza Rossa decorata con elementi dissacranti come i quadri del pittore contemporaneo russo Aleksandr Kosolapov che raffigurano icone bizantine mischiate in maniera scurrile con simboli del capitalismo occidentale, la regia della Moses raffigura molto bene le vicende di un popolo diviso tra sofferenza, devozione religiosa ed esplosioni di violenza selvaggia e sempre oppresso dal suo essere solo uno strumento della lotta politica di pochi oligarchi. Forse l’ unico aspetto non troppo felice della messinscena era costituito dai video realizzati da Niklas Ritter, che nel complesso disturbavano abbastanza l’ atmosfera drammatica di alcune scene, ma la cura dei dettagli e l’ efficacia della recitazione d’ insieme erano davvero notevoli. Tra le cose più belle di questo allestimento, sono da citare senz’ altro la scena dell’ assassinio di Ivan Chovàntskij e tutto il quinto atto, culmine di uno spettacolo ricco di tensione drammatica e che il pubblico ha salutato con grandi applausi alla conclusione.

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