Internationale Bachakademie Stuttgart – Messiah

Foto ©Holger Schneider
Foto ©Holger Schneider

Dopo il grande successo dell’ Israel in Egypt eseguito nella sua prima esibizione ufficiale come successore di Helmuth Rilling lo scorso anno e lo splendido Solomon della Musikfest 2014, Hans-Cristoph Rademann ha proposto, nel suo primo concerto della stagione alla Bachakademie, il Messiah, vertice assoluto della produzione oratoriale di Händel oltre che uno dei capolavori più amati della letteratura musicale di tutti i tempi. A partire dalla prima esecuzione nel 1742 a Dublino, l’ oratorio composto dal musicista di Halle su un testo di Charles Jennens basato su citazioni bibliche e del Common Book of Prayer for The Church of England ha conosciuto una diffusione pressochè universale ed è un pezzo di repertorio obbligato per i complessi corali di tutto il mondo. I complessi della Bachakademie lo hanno eseguito decine di volte sia negli Akademische Konzerte che in tournée e in questo caso c’ era molta attesa per l’ interpretazione di Hans-Cristoph Rademann, che affrontava il lavoro per la prima volta a Stuttgart dopo il suo magnifico debutto händeliano della scorsa estate.

Quando si affronta un lavoro con una storia esecutiva imponente come quella del Messiah, la cosa più difficile è trovare una chiave di lettura che porti a scoprire nuove prospettive di interpretazione. Dopo aver ascoltato il concerto alla Liederhalle, direi che Rademann è riuscito pienamente nell’ intento. La sua lettura, pur nel solco della tradizione esecutiva tipica dei complessi della Bachakademie, è stata sicuramente ricca di personalità e originale nella concezione d’ insieme. Il direttore sassone, che ha scelto l’ organico strumentale corrispondente a quello della prima esecuzione, con la sezione fiati composta solo da due oboi, un fagotto e due trombe obbligate, ha impostato l’ esecuzione differenziando in modo molto marcato l’ atmosfera delle tre parti dell’ oratorio. Dopo un’ Ouverture molto serrata nei tempi, la prima parte era basata principalmente su sonorità leggere e luminose, con una grande trasparenza nei brani corali eseguiti dalla Gächinger Kantorei con un suono morbido nell’ impasto e una chiarezza di articolazione perfetta fino ai minimi dettagli. Magnifico, in particolare, il celebre “For unto us a Child is born”, per il tono festoso e la preziosità sonora di certi passaggi. Molto bello anche il tono tenero e cullante con cui Rademann ha reso la melodia della Pastorale, seguita da un “Rejoice” molto ben cantato dal soprano statunitense Robin Johanssen, voce di bel timbro chiaro e con una buona padronanza della coloratura. Nella seconda parte, il tono si faceva più drammatico, con fraseggi corali e strumentali basati su grandi contrasti di sonorità, ad esempio nei cori di apertura “Behold the Lamb of God” e “Surely, He hath borne”. Il progressivo accumularsi della tensione esecutiva creato da Rademann culminava in un “Hallelujah” attaccato con sonorità attutite e splendidamente sviluppato in un crescendo di sonorità fino a una conclusione imponente e grandiosa.

Nella terza parte, leggermente accorciata come le altre due tramite alcuni tagli, le tinte strumentali e corali erano impostate su un tono espressivo solenne e di grandiosa imponenza. Robin Johanssen ha cantato assai bene anche la celebre aria “I know that my Redemeer liveth”, sfoggiando alcuni pianissimi assai calibrati. Il basso coreano Shenyang ha trovato accenti abbastanza efficaci in “The trumpet shall sound”, con un fraseggio sufficientemente adeguato per solennità e imponenza. Anche il tenore Maximilian Schmitt, arrivato all’ ultimo momento per sostituire un collega ammalato, si è disimpegnato in maniera onorevole sia nell’ aria di apertura della prima parte, “Every valley shall be exalted” che nella difficile “But Thou didst not leave” nella seconda, mettendo in mostra una voce abbastanza sonora e timbrata. Il contraltista svizzero Terry Wey ha eseguito abbastanza correttamente i suoi brani, con una voce sufficientemente omogenea anche se i tagli scelti da Rademann riducevano la sua parte in modo considerevole. A coronamento della sua terza interpretazione händeliana, Rademann ha siglato l’ esecuzione con il magnifico esito del coro “Worthy is the Lamb”, le cui complesse strutture contrappuntistiche sono state evidenziate con lucida precisione analitica e un vero e proprio lavoro di cesello sull’ articolazione della parola. Una bellissima conclusione per una lettura originale e carica di espressività, seguita dal pubblico della Liederhalle con attenzione concentrata e premiata alla fine da lunghi e intensi applausi.

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